
«Chiunque ricordi la propria formazione scolastica ricorda gli insegnanti, non i metodi e le tecniche. L’insegnante è il cuore del sistema educativo»
(Sidney Hook)
Ci sono promesse che non finiscono nei programmi ministeriali. Non compaiono nel PTOF, non vengono verbalizzate nei consigli di classe, non sono previste da alcuna circolare.
Eppure, sono le promesse più importanti che un docente possa fare.
Le ho ritrovate qualche giorno fa, durante i colloqui finali con alcuni insegnanti che concludevano il loro anno di prova. Avevo preparato le solite domande impossibili. Non quelle che cercano risposte esatte, ma quelle che servono a capire chi si ha davanti.
«Perché vuoi essere insegnante?»
«Qual è stato il momento più difficile della tua esperienza?»
«Da quale errore hai imparato di più?»
«Qual è la Scuola dei tuoi sogni?»
«Che lavoro faresti se non fossi docente?»
Mi interessavano poco le risposte giuste. Mi interessavano le persone.
Una docente ha risposto alla prima domanda così: «Perché mi piace accompagnare».
Mi è piaciuta.
Mentre la ascoltavo, però, dentro di me, di risposta possibile ne affiorava un’altra: «Perché non posso essere altro. Perché, prima ancora di fare il docente, io sono docente».
Ed ecco che un’altra docente, quasi a leggermi nel pensiero, ha aggiunto: «Non posso che fare questo. Ad ogni modo, se per una ragione qualsiasi dovessi cambiare, farei un lavoro capace di accendere gioia. Non capisco docenti infelici quando possono aprire un libro che ti esplode tra le mani e ti mette nella condizione di creare mondi nuovi come in un film».
A pensarci bene, questo mestiere non lo scegli davvero. A un certo punto, è lui che sceglie te. Ti ritrovi davanti a una classe e scopri che quel luogo, inspiegabilmente, ti assomiglia. Come quando torni a casa dopo un lungo viaggio. Non sei arrivato in un posto nuovo. Hai semplicemente riconosciuto il tuo.
Lo ha capito chi alla domanda: «Perché, a parte tutto, a un docente conviene essere felice?», ha risposto: «Perché un sorriso apre tutte le porte».
Un’altra insegnante ha raccontato il giorno più difficile della sua vita professionale. Un alunno si era fatto male. C’è stato il panico. Lei si è detta che doveva esserci. Punto. Che doveva mantenersi lucida. Al suo, di panico, ci avrebbe pensato dopo. Anche questo è essere docenti.
Come docente a tutto tondo lo è stata chi ha saputo farsi prossima ad un alunno disadattato di seconda media. Lo scartavano tutti. Lei ha puntato convintamente su di lui. Ora il suo ex alunno è alle superiori e la chiama alla vigilia di Natale, e anche il giorno dopo, per farle auguri su auguri.
Un’altra ancora ha ricordato quando, ascoltando le storie dei suoi studenti migranti, di quelli che hanno attraversato il deserto e il mare, si è sentita improvvisamente inadeguata. «Ho pianto tanto», ha confessato. Poi ha aggiunto: «Ne sono uscita ascoltandoli. Fino in fondo».
E mi è tornato alla mente il giorno in cui seppi che mio padre stava morendo. Entrai in classe, guardai i miei studenti: e gettai via la maschera. Piansi con loro e davanti a loro. «Oggi non ce la faccio», dissi. «Aiutatemi voi».
Mi aiutarono davvero. E mi commuove ancora oggi il loro ricordo. Tanto da piangere davanti ai miei docenti, mentre lo raccontavo. E sì, questa è una delle cose che impariamo sempre troppo tardi: l’autorevolezza non nasce dalla perfezione. Nasce dalla verità. Del resto, la Scuola non ci chiede di essere invulnerabili. Ci chiede di essere umani. Anzi: ci chiede il coraggio di esserlo davanti ad altri esseri umani. Ai nostri alunni.
Forse è per questo che, parlando degli errori commessi, una docente ha raccontato di aver imparato a chiedere scusa. E forse per questo io ho ricordato il mio errore più grande. Quello di quando, insegnante giovanissimo, cercavo di nascondere le mie insicurezze dietro l’arroganza di chi vuole apparire competente su tutto. Che fatica inutile. E che stupidaggine!
Di contro, che libertà si prova il giorno in cui scopri che puoi dire: «Non lo so» – «Ho sbagliato» – «Aiutami a capire» – «Cerchiamo insieme».
Ci illudono che insegnare significhi avere risposte. In realtà insegnare significa imparare a fare domande. E ad ascoltare quelle degli altri. Una delle mie preferite è questa: «Quale domanda speri un giorno ti faccia uno studente e che nessuno ti ha ancora fatto?»
Un docente ha risposto: «Mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse perché sono qui».
Già. Perché siamo qui?
Perché abbiamo deciso di spendere i nostri giorni accanto ad altri esseri umani in crescita. Perché continuiamo ad entrare in classe anche quando siamo stanchi. Perché ci ostiniamo a credere che una parola possa cambiare una vita.
La risposta data da quel docente mi ha colpito. Ha raccontato di essere arrivato all’insegnamento quasi per caso. Poi, il primo giorno di lezione, ha capito: «È questo il mio posto nel mondo».
Poco prima, alla domanda: «Se tra vent’anni un tuo alunno dovesse ricordarsi una sola cosa di te, quale speri che sia?», una docente aveva risposto: «La gioia con cui faccio questo lavoro».
Ecco. Forse la felicità ha a che fare con questo. Con il trovare il proprio posto. Non un luogo senza problemi. Ma un luogo in cui perfino la fatica acquista un significato. E rende gioia.
Alla fine dei colloqui ho posto una domanda che non avevo preparato. È uscita da sola. Come fanno le domande importanti.
«Quale promessa avete fatto ai vostri studenti senza averla mai pronunciata ad alta voce?»
Le risposte sono arrivate una dopo l’altra.
«Prometto di ascoltarli».
«Prometto di non smettere di entusiasmarmi».
«Prometto fiducia».
«Prometto accoglienza».
«Prometto rispetto».
«Prometto di non avere mai uno sguardo giudicante».
«Prometto di restare giovane».
«Prometto di non perdere la meraviglia negli occhi dei miei studenti quando scoprono di avercela fatta da soli».
Ancora una docente ha detto: «Prometto la gioia. E se dovessi perderla, prometto di fermarmi per capire come ritrovarla».
Mi è sembrata una risposta bellissima. Erano tutte risposte bellissime.
Perché, un’altra docente giovanissima l’ha ricordato, la vera promessa educativa non riguarda i programmi, le verifiche, i voti o le discipline.
Sì, ogni studente che entra in classe ci pone tacitamente una domanda.
Non è: «Mi spiegherai questa materia?»
Non è nemmeno: «Mi metterai un buon voto?»
La domanda è più semplice e più radicale: «Tu credi che io possa farcela?»
Forse insegnare consiste tutto qui.
Nel rispondere ogni giorno di sì.
Con le parole.
Con i silenzi.
Con la pazienza.
Con gli errori.
Con la fiducia.
Con quella particolare forma d’amore che la Scuola chiama educazione.
E che spesso assomiglia a una promessa.
Mai pronunciata.
Mai scritta.
Ma mantenuta, ostinatamente, un giorno dopo l’altro.



























“Con quella particolare forma d’amore che la Scuola chiama educazione.”
E’ l’amore che muove il mondo! L’amore puo’ tutto! L’amore e’ tutto!
Proprio così, Rosa.
Grazie!