«Non andare dove il sentiero ti può portare. Vai invece dove il sentiero non c’è ancora e lascia dietro di te una traccia»

(Ralph Waldo Emerson)

Caro lettore, adorata lettrice,

chi di noi non vorrebbe passare alla storia?

Per quanto poco narcisi si possa essere, almeno una volta nella vita ci saremo chiesti: «Ma dopo la mia morte ci sarà ancora qualcuno disposto a ricordarsi di me? E per quanto tempo?».

E già: perché il problema non è solo che qualcuno sia a conoscenza del nostro aver calpestato il bel pianeta terrestre. Il punto è che quel “qualcuno”, a sua volta, prima o poi, lascerà il suo posticino in questo mondo e, con lui, verrà così meno ciò che resta del nostro nome e della nostra labile memoria.

Caffè amaro, mi dirai. Caffè sincero, penso io.

Caffè come la vita: a volte dolce, a volte amara, ma sempre fascinosa e transeunte.

E allora ci sta che ci soffermiamo per un attimo a interrogarci: sì, ma verso dove? dove voglio andare? chi voglio essere? e perché mai dovrebbero ricordarsi di me?

Sono ben pochi i Grandi che la Storia segna sul suo libro, e non sempre per azioni onorevoli.

Per la stragrande maggioranza di noi, invece, le cose stanno diversamente: il senso del nostro attraversare il tempo non può essere cercato nella fama o in cose del genere. I posti delle tombe in Santa Croce, in quel di Firenze, sono già sold out. Con buona pace di Foscolo e dei suoi Sepolcri.

Il senso, dunque, se c’è, deve essere un altro.

Potrebbe essere, semplicemente, la curiosità, la voglia di vivere, il desiderio di ammirare il panorama che si nasconde dietro il prossimo tornante.

Il senso, come vuole Emerson, potrebbe essere nel gusto di percorrere un sentiero sconosciuto, magari persino inesplorato. Potrebbe essere quella la nostra “traccia madreperlacea” (Eugenio: sempre lui!).

Più impegnativo il punto di vista di Georges Eugène Benjamin Clemenceau: «Bisogna sapere cosa si vuole. Quando lo si sa, bisogna avere il coraggio di dirlo; quando lo si dice, bisogna avere il coraggio di farlo».

Wow! Ammirevole.

Se, tuttavia, pensi che quando è troppo è troppo, allora eccoti un’uscita di sicurezza. Secondo la saggezza orientale, quando ci fanno una domanda a cui non ci fa piacere rispondere, non c’è alcun bisogno di ricorrere a risposte aggressive o risentite. Basta sorridere a cuore aperto e chiedere a nostra volta: «Perché vuoi saperlo?». Il più delle volte, il nostro interlocutore importuno batterà in ritirata. Credere per provare.

***

Post scriptum: non sono sicuro che funzioni quando l’interlocutore in questione siamo noi stessi. Ma non sono forse le domande inopportune e quelle che ci spingono su sentieri non ancora battuti?


FonteIn copertina: pixabay.com, photoeditor Eich
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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