
«Una nave in un porto è al sicuro ma le navi non sono fatte per questo»
(John A. Shedd)
Ok, per questo Caffè rischio di essere diseredato al contrario ovvero di essere disconosciuto dai miei figli.
Correrò il rischio.
Il precedente. Ho un figlio che vive da poco a Roma. Per sua fortuna o sfortuna, lui, che ha già superato i trent’anni e che ha ormai una solida carriera professionale, resterà a vita “il piccolo”.
Il motivo? Semplice, specie per una famiglia del Sud: ha un fratello maggiore di lui di due anni. Dunque, il maggiore è “il grande”. Per antonomasia.
Il fatto. “Il piccolo” stava pensando di acquistare un motociclo per muoversi più agevolmente nel traffico wildesco di Roma. Al che gli ho ricordato che ho un mitico Vespone PX 125 E, del 1983, peraltro immatricolato come veicolo storico con tanto di sconto su bollo e assicurazione. Ci ha riflettuto per circa tre secondi e poi ha sentenziato: «È gratis? Accetto».
Qui è subentrato “il grande”, che sotto la sua corteccia di ruvido orso nasconde il cuore di un tenero orsacchiotto. Sulle prime non ha fiatato. Poi un giorno mi ha preso da parte, mi ha guardato serio e mi ha detto: “Sei sicuro che vuoi dare il Vespone a tuo figlio?”. Che, tradotto, significa: “Gli vuoi così poco bene da dargli un due ruote così difficile da governare nel traffico romano? Non lo sai che il Vespone, avendo il motore da un lato, è sbilanciato nel peso e basta una frenata improvvisa per finire a terra? Vuoi che si rompa l’osso del collo?”
Mi ha fatto tenerezza, “il grande”. Con una sola frase, ha detto tutta la sua apprensione, tutto il suo senso di protezione verso “il piccolo”, tutto il suo essere fratello maggiore.
Mi ha fatto tenerezza e mi ha messo in crisi. Mi son chiesto: e se avesse ragione lui? Che sto facendo? Voglio davvero rischiare che mio figlio si faccia male per la gioia di affidargli il mio cimelio? E che senso ha metterlo a nuovo se poi magari dopo due giorni beccherà la prima caduta?
Ci ho pensato su per diversi giorni.
Nel frattempo stavo girando diverse scuole d’Italia a parlare di quanto sia importante che un insegnante coltivi fiducia per i suoi allievi, sia capace di far affidamento sulle loro capacità, accetti la possibilità dei loro errori, ma non per questo freni il suo slancio educativo.
E mi son sentito ipocrita.
Della serie: predico fiducia agli altri e sfiducio mio figlio “il piccolo”? Quando accetterò, una volta per tutte, che ormai è “maggiore” anche lui e che ha il diritto di percorrere la sua strada, rischi di cadere inclusi? Farà un capitombolo? Si farà male? Ovviamente, spero con tutto il cuore di no. Ma non posso privarlo della possibilità di scegliere la sua via e di governare le opzioni con cui intende percorrerla. È la sua vita. Punto. Costi quel che costi.
E così, darò il Vespone a mio figlio, anche se ho paura che si faccia male, perché amare qualcuno significa anche accettare che viva la sua vita, e non la nostra paura.
E non glielo darò ammaccato, così com’è ora. Lo farò porterò dal carrozziere e lo farò riverniciare. Perché mio figlio merita la mia fiducia incondizionata, prima ancora della mia protezione.
Poi, lascerò a lui le chiavi della Vespa, accenderà il motore e partirà.
Il resto lo scopriremo strada facendo. Insieme e distanti. Ognuno nel suo modo e nel suo mondo.
Luis Sepúlveda: «Vola solo chi osa farlo».























