
«Fra quello che so, quello che voglio e quello che faccio c’è sempre una sproporzione inesplicabile e sconcertante»
(Maurice Blondel)
Le parole, a volte, non bastano. Nondimeno, custodiscono segreti antichi. Forse è anche per questo che mi sono ritrovato a riflettere su una parola che in questa rubrica abbiamo già incontrato: desiderio.
Viene dal latino de-sidera. Le spiegazioni etimologiche non coincidono del tutto, ma convergono su un’immagine affascinante: qualcuno che scruta il cielo e si accorge che la stella che cerca non c’è, o non si lascia trovare. Da qui il desiderio: l’esperienza di una mancanza che non si rassegna a essere soltanto assenza, ma diventa ricerca, attesa, movimento.
Il desiderio nasce da un vuoto. Eppure, paradossalmente, è proprio quel vuoto che ci tiene vivi. Sarà per questa ragione che abbiamo con il desiderio un rapporto così complicato. Lo invochiamo e lo temiamo. Lo inseguiamo e, nello stesso tempo, cerchiamo di difendercene. Perché desiderare una cosa è relativamente semplice: una casa, un viaggio, un progetto, un traguardo. Molto più difficile è desiderare una persona.
Difatti, quando il desiderio prende il volto di qualcuno, ci espone. Ci rende vulnerabili. Ci costringe a riconoscere che la nostra felicità dipende, almeno in parte, da qualcosa, anzi da qualcuno, che non possiamo controllare. E desiderare una persona significa mettere in conto il rischio del rifiuto, dell’incomprensione, della distanza. Significa scoprire che esiste un territorio della vita sul quale la tua volontà non basta.
E finisce che, talvolta, ci confondiamo e finiamo per chiamare amore ciò che, in realtà, è soltanto desiderio di possesso.
Perché possedere tranquillizza. Amare inquieta.
Possedere significa trattenere. Amare significa lasciare libero.
Possedere riduce l’altro alle nostre aspettative. Amare accetta che l’altro resti altro.
Dunque, il desiderio si rivela spesso ambivalente, incompiuto, condizionato. Conta, invece, l’amore. Anzi, conta quanto “vuoi bene”.
Esiste un racconto antichissimo che illustra in modo sorprendentemente umano la differenza tra “amare” e “voler bene”. È il dialogo tra Gesù risorto e Pietro sulle rive del lago di Galilea. Può essere letto da credenti e non credenti, perché prima ancora che un episodio religioso è una straordinaria pagina sulla fragilità che si sente accolta e si abbandona. Si affida.
Pietro aveva promesso fedeltà assoluta. Pochi giorni prima aveva giurato che non avrebbe mai ripudiato il suo Maestro. E poi, quando la paura era diventata più forte del coraggio, lo aveva rinnegato. Per tre volte. E ne aveva amaramente pianto.
Nel fallimento di quell’uomo, chiunque può riconoscere qualcosa di sé. Ma vorrei soffermarmi sul fatto che, nel testo greco originale, leggiamo un particolare affascinante. Per due volte Gesù gli domanda: «Mi ami?». Usa, dunque, il verbo dell’amore pieno, totale, senza riserve.
Ma Pietro non riesce a pronunciarlo. Sarebbe troppo. Conscio del suo tradimento, risponde con un altro verbo: «Ti voglio bene». Non rivendica più grandezze. Non promette più eroismi. Offre soltanto la misura sincera di ciò che è.
E qui accade qualcosa di straordinario. Alla terza domanda, Gesù cambia verbo e gli chiede: «Mi vuoi bene?». Rinuncia così alla richiesta impossibile: a quel che Pietro in quel momento non è più in grado di promettere. Scende al suo livello. Accetta la sua fragilità. Si fa prossimo alla sua verità.
In altre parole, è come se gli dicesse: «Va bene, Pietro. Smettila di voler dimostrare di amarmi come pensi si debba amare. Dimmi soltanto se mi vuoi bene».
E Pietro può finalmente arrendersi alla sincerità, che è un modo diverso di dire verità ma, a differenza di quest’ultima, comprende e contiene anche le nostre pagine più buie: «Tu sai tutto. Tu sai che ti voglio bene».
Un racconto che mi commuove e che, a me pare, ci invita a uscire dalla logica della performance per entrare in quella dell’amore: non conta quanto sei bravo, conta quanto sei innamorato. Conta quanto vuoi bene.
Ed è proprio nel momento in cui Pietro confessa di saper “solo voler bene” che, in realtà, comincia realmente ad amare: non quando faceva lo spaccone, ma quando riconosce i suoi limiti. Guarda caso, è lo stesso momento in cui il Cristo lo sceglie come primo papa e lo preferisce a un “perfettino” come l’apostolo Paolo. Ci vedo un’attenzione e una coccola per quanti si ritengono cristiani. Come se volesse dir loro: «Tranquilli, non vi chiedo di essere coerenti e impeccabili come Paolo – anche se, poi, anche lui aveva la sua “spina nella carne”. Mi basta che mi vogliate bene come quell’irresoluto di Pietro: se mi vorrete bene come lui, allora vorrà dire che un giorno mi amerete: persino fino a dare la vita per me…».
Mi chiedo se anche il desiderio, quando matura, compia lo stesso percorso. Magari parte dall’attrazione, dall’entusiasmo, dalla tensione verso qualcosa o qualcuno che ci manca. Ma poi cresce. Si libera dell’ansia di possedere e persino della pretesa di essere ricambiato. Impara che amare non significa conquistare un posto nel cuore di qualcuno, ma custodire quel cuore con rispetto.
Accetta di non trattenere.
Accetta di non pretendere.
Accetta anche di non essere al centro.
E scopre che il suo nome più vero non è amore nel senso romantico e travolgente con cui spesso lo immaginiamo. È semplicemente voler bene. Due parole piccole. Forse troppo piccole per il nostro tempo, che predilige gli eccessi, le dichiarazioni solenni, le passioni gridate.
Eppure, dentro quelle due parole c’è una rivoluzione. Perché voler bene significa desiderare che l’altro stia bene, anche quando questo non ci porta alcun vantaggio. Significa gioire della sua felicità. Significa rinunciare a possederlo. Significa, in fondo, accettare che l’amore più maturo non sia quello che dice: «Tu sei mio», ma quello che sussurra: «Io ti sono vicino».
Forse il desiderio diventa davvero libero proprio in quel momento.
Quando smette di chiedere.
Quando smette di pretendere.
Quando non ha più nulla da perdere perché ha già dato tutto.
E quando scopre che il miracolo più difficile forse è proprio questo: voler bene e lasciarsi voler bene. Anche per sempre.
Fino ad amare.
Baruch Spinoza: «Il desiderio è l’essenza stessa dell’uomo».
Rainer Maria Rilke: «Amare non è anzitutto unirsi a un altro, ma diventare custodi della solitudine dell’altro».
Gabriel Marcel: «Amare significa dire all’altro: tu non morirai».


























