Beautiful tropical orchid flowers on blurred background. Space for text

«Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non pianger ancora;
ché pianger ti conven per altra spada»

(Purgatorio XXX, vv.55-57)

La festa del papà è passata da pochi giorni. Come spesso accade, non ha fatto molto rumore: qualche messaggio, qualche foto, qualche parola affettuosa. Ma certe ricorrenze lavorano in profondità, continuano a interrogare anche quando sembrano già alle spalle. Ci ho ripensato davanti a un caffè troppo caldo e a un’orchidea sul davanzale: elegante, composta, apparentemente perfetta. Un fiore che non seduce per eccesso, ma per misura. O almeno così pare.

Gli antichi Greci conoscevano bene l’ambivalenza della bellezza. Raccontavano che l’orchidea nacque da Orchis, giovane bellissimo, figlio di una ninfa e di un satiro: creatura doppia, sospesa tra armonia e istinto, tra luce e ombra. Durante una festa in onore di Dioniso – dio dello slancio vitale, dell’ebbrezza, dell’oltre – Orchis infranse il confine: travolto dal desiderio, tentò di violare una sacerdotessa.

La punizione fu radicale, come accade nei miti, e Orchis venne sbranato da belve. Ma gli dèi, che sanno essere severi e insieme misericordiosi, decisero che da quella fine dovesse nascere qualcosa. Così il giovane fu trasformato in un fiore: l’orchidea. Bellissima, rara, ma segnata per sempre. Anche nelle radici, la cui forma richiama esplicitamente i genitali maschili: come se il mito avesse voluto imprimere nel fiore stesso la memoria del corpo e dell’istinto sfrenato di quel giovane infelice. Della sua irriducibile doppia natura.

Sì, è un mito che non consola. Non assolve. Non addolcisce. Ed è forse proprio per questo che, pensando alla figura del padre, torna a chiederci ascolto. Perché non parla di controllo, ma di limite: e il limite, nella sua forma più alta, non è una barriera, ma un gesto d’amore.

I Greci lo chiamavano μέτρον, misura. Orchis non viene punito perché desidera, ma perché non sa misurare il desiderio. Perché confonde la libertà con l’eccesso. Perché scambia l’impulso per un diritto. Ed è qui che il mito si fa sorprendentemente educativo.

Essere padri, essere maestri, essere guide non significa spegnere Dioniso né reprimere Orchis. Significa, piuttosto, stare accanto: dare forma senza umiliare, indicare senza possedere, correggere senza spezzare. È la grammatica silenziosa della paternità educativa: quella che non chiede di essere celebrata né mitizzata, ma di essere credibile.

E tuttavia – questo mi pare il nervo scoperto della festa appena trascorsa – c’è un’altra parola che oggi si affaccia, quasi senza chiedere permesso: perdita. Non la perdita del padre come fatto privato (che pure esiste, e scava), ma come esperienza collettiva: lo smarrimento di una funzione, di un posto, di una presenza.

Dante lo racconta con una chiarezza che fa male. Nel momento in cui Beatrice appare – cioè nel momento della “salvezza” – egli si volta istintivamente a cercare Virgilio. Come si cerca un padre, o un maestro, quando la vita diventa troppo grande. Ma quel padre non c’è più. E Dante piange: non con lacrime decorose, ma con la vergogna nuda dell’orfano.

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi;
né quantunque perdeo l’antica matre,
valse a le guance nette di rugiada,
che, lagrimando, non tornasser atre.
(Purgatorio, XXX, vv. 49–54).

Quel “dolcissimo patre” è una ferita e una rivelazione: le guide vere non trattengono, ma rendono possibile il passaggio. Quando si fanno da parte, lasciano un vuoto che non è solo dolore, ma anche nascita. Si diventa adulti così: costretti a camminare senza appoggi.

Forse la nostra epoca assomiglia a quel punto del cammino di Dante. Molti figli – e molti “figli adulti” – si voltano e non trovano più un Virgilio riconoscibile. Non perché i padri non esistano, ma perché la funzione paterna come orientamento e limite appare spesso indebolita o confusa. Il risultato è paradossale: non maggiore libertà, ma smarrimento; non desiderio, ma ansia. Il limite non scompare: si fa inciampo.

È qui che l’orchidea torna a parlare: bellezza nata dall’errore, forma che non cancella la caduta. Forse a ricordarci che educare – essere padri, maestri, guide – può anche significare dire “no” senza umiliare e “sì” senza abbandonare.

Perché la maturità non è diventare impeccabili, ma imparare a fiorire: senza dimenticare il limite.

Antoine de Saint‑Exupéry: «La vita ci ha insegnato che amare non consiste nel guardarsi l’un l’altro, ma nel guardare insieme nella stessa direzione».

Hannah Arendt: «L’educazione è il punto in cui decidiamo se amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità».

Dante Alighieri: «Libero, dritto e sano è tuo arbitrio».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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