«Mi sembra pari agli dèi quell’uomo
che siede di fronte a te
e da vicino ascolta
la tua voce soave»

(Saffo)

Caro lettore, adorata lettrice,
il Caffè di oggi sarà dedicato all’amore.

L’altra sera, nella mia Andria, ho avuto il piacere di assistere a uno spettacolo del Teatro Abeliano. In scena, due interpreti d’eccezione: Vito Signorile e Agata Paradiso, accompagnati dalle musiche dal vivo di Francesco Galizia.

Un’ora lieve e intensa, dolce e malinconica: un’ora romantica. Il titolo, già da solo, era una dichiarazione d’intenti: Ballata d’amore.

Tra canti e recitativi tutti ammalianti, è stato un momento preciso a colpirmi come un lampo: la declamazione dell’Elegia 14 tratta dal Libro III degli Amores di Ovidio. È l’inno all’amore di un vecchio per una giovane amante e Vito Signorile l’ha interpretata con la sua consueta maestria, mentre Agata Paradiso, bellissima e magnetica, danzava accanto a lui fasciata di rosso, dando corpo e respiro alla donna evocata dal poeta.

In quell’istante, mi sono sentito grato e fiero – senza alcun merito – di essere erede di un patrimonio letterario che la classicità greco-latina ci ha consegnato. Un’eredità che non smette di parlarci, se solo abbiamo orecchie e cuore per ascoltarla.

Pensa, Ovidio, consapevole dell’infedeltà della donna amata, non le chiede di cambiare stile di vita né comportamenti. Le chiede, paradossalmente, discrezione. Le concede ogni libertà, purché non lo umili con la verità. L’importante, insiste, è salvare le apparenze. L’amore, dice, può sopportare tutto: tranne la consapevolezza di non essere più amato.

Con una sensualità vivida e disarmante, Ovidio descrive ciò che può accadere in un letto di passione – carezze, baci, giochi d’amore – ma ribadisce: fuori da lì, la sua donna deve recuperare il pudore, indossare il volto dell’onestà. E se anche fosse colta in flagrante, le chiede di negare tutto, persino l’evidenza:

«Quello che ho visto, tu negalo che io l’abbia visto:
i miei occhi cederanno alle tue parole».

È legittimo ritenere tale sentimento come un amore che si nutre di illusione, che preferisce l’inganno alla verità, pur di non morire. Un amore che sa di essere fragile, ma che proprio per questo si aggrappa alla finzione come a un’ultima forma di rispetto.

Oppure si può essere dell’opinione che Ovidio arrivi a prefigurare un amore che va oltre ogni misura, un amore che non è facile trovare su questa terra, un amore che realizza quel che crede anche a dispetto della più cruda realtà. Insomma: un amore di cui – mai come oggi – mi sembra abbiamo tutti estremo bisogno.

E io, seduto in platea, ho pensato che in fondo, forse, non siamo poi così lontani né diversi da Ovidio. Anche noi, oggi, chiediamo all’amore di proteggerci, di custodirci con delicatezza. Talvolta, gli chiediamo di non dirci tutto, di lasciarci almeno il conforto di sentirci ancora scelti.

O forse, in verità, gli chiediamo qualcosa di ancora più grande: di curare le nostre ferite, di restituirci fiducia, di farci credere che una via ci sia sempre. Che un modo, un modo vero, per amare e lasciarsi amare, sia sempre possibile.

Archiloco:

«Cuore, cuore, agitato da mali inesorabili,
risorgi e difenditi dagli avversari opponendo il petto,
nelle insidie dei nemici fermati vicino senza paura;
non vantarti apertamente quando vinci,
non abbatterti in casa quando sei stato vinto,
ma delle gioie godi e dei mali affliggiti
non troppo, e sappi quale misura domina gli uomini».
Alceo:

«Eros, che scioglie le membra, dolceamaro,
ha sconvolto il mio cuore senza rimedio».

Sofocle:

«Amore invincibile in battaglia. Tu attraversi i mari. Nessuno ti sfugge, né tra gli dèi immortali, né tra gli uomini che vivono un giorno soltanto! E chiunque ama è folle». 


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

4 COMMENTI

  1. Davvero un privilegio incontrare uno “spettatore” così arguto e d’Amore nutrito. Chapeau bas, Monsieur le Directeur! 🙏🏻🎭

  2. Con gli anni che passano, hai sempre meno tempo, considerato anche il tempo perduto inutilmente.
    Un’amica ultranovantenne dice:”Non posso morire, ho ancora troppe cose da leggere”.
    E così, arrancando, mentre allunghiamo lo sguardo verso il passato e il futuro, possiamo trasmettere amore per ciò che è bello e buono e amore tout court.

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