di Roberta Di Canio

Dedicato ai miei genitori, che mi hanno insegnato i valori della giustizia, della coerenza e dell’onestà e che mi hanno donato l’opportunità di un’esperienza unica.

Auschwitz. Un nome che mette i brividi solo a pronunciarlo. O forse pronunciato così spesso da svilirne involontariamente il significato. Eppure, solo la visita a questo luogo surreale può rendere davvero l’idea di quello che sia stato.

Attraversando un corridoio delimitato da muri grigi che conduce davanti all’ingresso del campo, penso a cosa rappresenti per me questa visita, coronamento di tanti anni di studio appassionato, e penso a quello che sto finalmente per vedere con i miei occhi. Mentre sento il cuore accelerare, inspiro profondamente ed espiro, e già i miei occhi si inumidiscono, una voce appena udibile elenca, uno ad uno, i nomi di tutte le vittime, più di 1.000.000 di vittime, passate per di qua. Tutto è già silenzio. Poi, d’improvviso, ecco il famigerato cancello su cui campeggia, sprezzante, la scritta “ARBEIT MACHT FREI” (il lavoro rende liberi), dove quella “B” rovesciata, artatamente scolpita dal suo fabbro, ricorda al visitatore che, davanti ad un mondo capovolto, dove l’orrore e la soppressione dell’istintiva pietà umana sono diventati la regola, dove la libertà umana è soffocata e le differenze sono estirpate, è ancora possibile sussurrare il proprio “no”, il proprio “mai più”.

Oltrepassata quella soglia, il colore grigio che riempie la mia immaginazione si infrange presto contro l’inatteso verde estivo del prato e degli alberi alti e frondosi, mentre palazzine in pietra a due piani, con tetti spioventi, sempre pronti ad affrontare il lungo e rigido inverno polacco, si ergono in fila a destra e a sinistra. Che strano, sembra quasi di trovarsi in una zona residenziale del tempo! Ma, non appena lo sguardo si estende oltre, tutto è improvvisamente divorato dal lungo filo spinato e dalle torri di guardia, che svettano nei punti di strategici del campo. Tutto è silenzio. Le voci dimesse delle guide, che camminano con passo sostenuto e a testa bassa, sono udibili solo attraverso le cuffiette dei visitatori.

Mio figlio, inconsapevole del significato di quel luogo, raccoglie sassolini sul viale sterrato e gioca a smuoverli con i piedi, sollevando un po’ di polvere. Lo richiamo. Gli chiedo di non sporcarsi le scarpe e di non sporcare gli altri, ma la verità è che ho quasi paura a calpestare quel suolo, come se i nostri passi stiano profanando un luogo sacro, sacro nel senso che Giorgio Agamben riscopre di questa parola: “separato” e perciò esposto ad una violenza che resta impunita perché chi la compie la considera legittima.

Entrati in una delle palazzine, mia figlia, di soli 10 anni, mi sussurra di osservare un particolare delle scale, con quella attenzione che solo i bambini sanno rivolgere ai dettagli: a destra e a sinistra ogni gradino è avvallato, letteralmente consumato dai milioni e milioni di passi che, da ieri a oggi, li hanno calpestati. Da lì in poi ogni luogo grida il suo dolore. Ogni oggetto, dalle cataste di occhiali, di valige, di utensili da cucina, di scarpe e capelli- un’immensa quantità di capelli – chiede ai suoi visitatori di fermarsi un istante, chiede di essere visto finalmente, per restituire ai propri legittimi proprietari il loro nome e cognome. Sì, perché, in questo posto tutto è uguale e spersonalizzato: le palazzine, le stanze, le divise, i colori, i giacigli di paglia che tappezzano il pavimento senza lasciare neanche lo spazio necessario a camminare tra l’uno e l’altro, le latrine, i volti dei prigionieri nelle fotografie scattate per identificare i deportati e riconoscere i pochissimi evasi. Tutto uguale, come il tipo di società che la distopica ideologia nazista avrebbe voluto costruire: una società senza malati, senza differenze politiche, etniche e nazionali, senza disagio sociale, senza disabilità, senza sofferenza (paradossalmente senza sofferenza), senza differenze di colore della pelle, di lingua, di appartenenza di genere… senza libertà.

E poi le celle delle torture e dell’isolamento, dove bastava chiudere la minuscola finestrella e stipare decine di prigionieri, che fossero colpevoli o no di aver trasgredito anche la più insignificante delle regole del campo, richiudere la porta alle loro spalle per provocarne la morte per asfissia. Davanti alla “cella della fame”, dove i prigionieri venivano lasciati morire per carenza di cibo, la guida ci racconta di Massimiliano Maria Kolbe, frate francescano polacco, addetto al trasporto dei cadaveri, che, senza neanche conoscerlo, vi si fece rinchiudere al posto di un altro prigioniero, perché morendo non lasciasse moglie e figli. Mi tornano in mente le parole della scrittrice ebrea ungherese Edith Bruck, che, nell’abisso della disperazione del proprio vissuto, è riuscita a guardare “oltre il male” attraverso alcune piccole “luci”.

Risaliamo alla luce del sole. È solo da un attimo che abbiamo ripreso fiato dopo il buio e l’angustia di quell’inferno, che già sostiamo davanti al “muro della morte”: una parete grigia dove spiccano i colori di una corona di fiori deposta a memoria delle vittime della fucilazione. Tutto è silenzio. Qui proprio non si può trattenere la commozione. Il viso si riga di lacrime calde e il fiato è spezzato da amari singhiozzi. Il mio pensiero corre alle tante vittime dei conflitti in corso: ai palestinesi, agli ucraini, agli africani delle guerre civili dimenticate, ma anche a tutti i perseguitati solo perché considerati “diversi” e indesiderabili. Mi chiedo perché la storia non riesca a insegnare proprio niente.

Giungiamo infine alle camere a gas e poi al crematorio. Abbiamo solo il tempo di guardarci intorno e di scattare una fotografia, perché siamo subito raggiunti da altre decine di visitatori. Ad un tratto vedo mio padre sussurrare alla guida e tornare indietro con passo sostenuto. Lo chiamo sommessamente. Non riesco a farmi sentire. Torna ai forni crematori e si inginocchia per una breve preghiera, mentre alle sue spalle scorre una fiumana di gente. Mi fermo anche io, impietrita e di nuovo soffocata dal pianto. Sebbene quel gesto e il pensiero che quel luogo sia attraversato da 2.000.000 di visitatori all’anno riaccendano in me la speranza di un mondo diverso, in questi momenti, tanto intensi e indimenticabili, crollano inesorabilmente, sotto i colpi di tanto assurdo abominio, tutte le risposte ad una sola martellante domanda: “Perché?”. Con buona pace delle rispettabilissime ipotesi di spiegazione razionale: l’“homo sacer” e la “nuda vita” di Agamben, il dominio della “ragione soggettiva” di Adorno e Horkheimer, la “distanza sociale” di Baumann, la massa come “animale sociale che ha spezzato il suo guinzaglio” di Moscovici, il Dio volutamente impotente di fronte alla libertà donata all’uomo di Jonas. Lì, nel deserto del mio animo, solo queste parole risuonano: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” (Primo Levi); “dopo Auschwitz gran parte delle tradizionali visioni del mondo sono divenute semplici spazzature” (Adorno).

Proseguiamo, infine, per Birkenau: una landa desolata, tutta assolata, nessun albero e tutto in piano. Il binario, la banchina delle selezioni con un vagone del treno merci e poi baracche, solo baracche, a destra e a sinistra del binario. Dopo alcuni chilometri percorsi a piedi, in fondo, un memoriale della Shoah, alla sua destra e a sinistra i crematori distrutti nel folle tentativo dei nazisti di cancellare le tracce dello sterminio all’arrivo dei russi.

Il sole picchia forte, dopo quattro ore le nostre bottigliette di acqua sono ormai vuote. Boccheggiamo e cerchiamo invano un riparo. Non c’è ombra, solo una stretta striscia sotto il tetto di una baracca, già occupata da altri visitatori.

La guida ci fa entrare nella cosiddetta “baracca dei bambini”. Adornata solo all’ingresso da bellissimi dipinti realizzati da artisti prigionieri del campo, si presenta spoglia, con un lungo corridoio che divide due file di terribili giacigli a castello in muratura, dove il materasso è sostituito da tavole di legno e l’altezza è tale che, volendo sedercisi, si sarebbe costretti a stare con la schiena curva per non urtare la testa contro le tavole di legno del giaciglio sovrastante. Mentre la guida spiega quali fossero le condizioni di vita dei bimbi prigionieri – tranne quelli ebrei, perché questi venivano subito uccisi all’arrivo o alla nascita – è ancora una volta mia figlia ad attirare la mia attenzione su un particolare: scritte e disegni incisi sulle pareti di pietra dei giacigli e lungo tutto un angolo di muro bianco. Vorrei decifrarli ma non ci riesco. Mi sembra di vedere tante manine che con una pietra appuntita provano a rubare un momento, solo un momento in tanto orrore, per esprimere pensieri e sentimenti, per liberare la fantasia, per riappropiarsi dell’infanzia perduta per sempre.

È ormai ora di andare. Dentro di me si è fatto di nuovo il deserto. Nessun pensiero, nessuna parola. Il sole ha asciugato anche le lacrime. Solo la solita domanda mi assilla ridondante: “Perché? Perché? Perché? Perché?”. Filosofia, sociologia e psicologia non rispondono. Le mie conoscenze di storia restano sullo sfondo come carta straccia.

Riprendo per mano mia figlia che continua a farmi domande. È stanca. Abbiamo camminato così tanto che abbiamo gambe e piedi dolenti e tremanti. Ma io la prendo sulle mie spalle e, sotto il sole ancora cocente, cammino a passo svelto verso l’ingresso del campo, dove ci aspetta l’autobus per rientrare nella bellissima Cracovia, terra di infinito dolore ma anche di straordinaria ricchezza culturale. Mia figlia mi chiede: “Mamma, non sei stanca? Sicuro che ce la fai?’”. Rispondo con un sorriso: “Cosa sarà mai la mia fatica rispetto allo sfinimento perenne di così tanta gente che ha sofferto qui?”.

Affretto il passo. Chiudo tutto nella valigia dei ricordi. Quella almeno potrà fare ritorno, aprirsi di nuovo e mostrare a tanti il suo contenuto.


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Ho conseguito la laurea in Filosofia all’Università “Aldo Moro” di Bari e il dottorato in Bioetica all’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna. Insegno Storia e Filosofia e ho pubblicato un libro e alcuni articoli di bioetica e altri su varie tematiche di cultura e attualità. Negli ultimi anni ho sviluppato un particolare interesse per la storia, che ritengo indispensabile per la comprensione del presente. Considero la filosofia come sale e sentinella della democrazia e la scrittura come un formidabile strumento di cura di sé e di trasformazione della realtà. Credo profondamente nel valore sociale del mio lavoro, che svolgo con passione e dedizione. Sono convinta che ciascuno possa e debba fare la differenza nel proprio piccolo, per rendere il mondo un posto migliore. In cima alla scala dei miei valori colloco la giustizia, l’uguaglianza e la libertà. Temo l’indifferenza e i fondamentalismi come i peggiori dei mali.