
Nella Cattedrale di Andria, lo scorso 4 marzo, si è celebrato il convegno “Mons. Di Donna: dalla Mistica alla Missione”, promosso dal Servizio diocesano per le Cause dei Santi della diocesi di Andria e dall’Ordine della SS. Trinità
Ne parlano Fr. Jean Claude Herménégilde Rabetsiferana, padre trinitario, e il prof. Vincenzo Robles professore emerito di storia contemporanea.
Fr. Jean Claude, innanzitutto in cosa consiste questo sposalizio?
Con l’avvicinarsi della partenza per la missione in Madagascar, Padre Giuseppe della Vergine intensificò le sue pratiche ascetiche. Sentì un grande desiderio di aderire perfettamente alla Croce di Cristo e il 26 marzo 1926 contrasse uno sposalizio mistico indissolubile con la Croce. Per consumare questo matrimonio, Padre Giuseppe si era fabbricato una croce di legno, alta quindici centimetri, irta di punte di ferro, che portò sul petto per il resto della sua vita (per un totale di 26 anni), affinché le punte dei chiodi potessero imprimere un amore totale e assoluto nella sua carne viva.
Conoscere questa storia cosa dice alla vita di fede dell’uomo contemporaneo?
Questa storia ci tocca tutti profondamente, in quanto cristiani, chiamati alla santità (cfr. Lumen Gentium,nn.39-40). Infatti, la santità è un dono gratuito della grazia di Dio, ma è anche allo stesso tempo il frutto della risposta dell’uomo a questa grazia; e più questa risposta è generosa, più abbonda anche il frutto. Il cristiano risponde alla chiamata di Dio alla santità attraverso l’ascesi: è il modo con cui può collaborare con la grazia di Dio. Qualcuno si chiederà forse: ma si può ancora parlare di ascesi nel 2026? Non è oramai una pratica obsoleta? In realtà, l’ascesi è presente in tutta la vita dell’uomo. Ogni volta che un individuo rinuncia a qualcosa per un’altra, sta già praticando l’ascesi, magari senza saperlo. È ascesi tutto ciò che permette all’uomo di conformare la propria vita a quella di Dio. È lo sforzo di armonizzare la vita con la fede.
Prof. Robles, non è propriamente compito di uno storico affrontare il tema di una spiritualità! Come tutto questo diventa oggetto della storia?
La storia non può ignorare la formazione, gli ideali, le sensibilità che hanno suggerito l’azione di una spiritualità. Come potremmo definire questa “incarnazione del divino” se non come il lasciare che il divino diventi tangibile attraverso le nostre azioni quotidiane? Ogni aspetto della vita, allora, ogni relazione con gli altri, diventa manifestazione di questo amore divino. Così la spiritualità diventa visibile, diventa concreta, diventa anche oggetto della storia.
Gli anni in cui è vissuto e agito Di Donna registravano dei grandi cambiamenti sociali e istituzionali. Il colonialismo diffuso, la crisi degli Imperi, il primo conflitto mondiale, l’avvento dei fascismi, la seconda Guerra mondiale. Il “secolo breve” è stato definito per la successione senza tregua degli avvenimenti. Ma sono stati anche gli anni che registravano, sia pure in sordina, dei grandi cambiamenti della Chiesa. Sono gli anni nei quali la Chiesa si difendeva con la scomunica e si appagava di perdere il minor numero di fedeli anche a prezzo di silenzi, ma sono stati anche gli anni di una sotterranea richiesta di cambiamenti e di riforme. Sono gli anni durante i quali una parte della Chiesa chiedeva un Concilio e in sua attesa si ascoltava la voce di alcuni profeti. È stato questo il periodo storico vissuto dal missionario vescovo.
Possiamo dire che mons. Di Donna è stato protagonista di questo cambiamento?
Inserire Di Donna nel suo tempo mi fa pensare a qualche altra voce che all’interno della chiesa cattolica introduceva una silenziosa rivoluzione come ha fatto lui in terra di missione e in diocesi. La eccezionalità del suo pensiero richiama quello di due protagonisti francesi: un sacerdote, don Henri Godin e una donna Madelain Delbrel. Non credo sia arduo proporre alcune analogie tra Di Donna e il pensiero di questi profeti! Henri Godin è nato a Audeux (piccolo paese della Borgogna), nel 1909, anche Di Donna è nato nel piccolo paese di Rutigliano nel 1901. Godin è stato un missionario del lavoro, assistente della Gioventù cattolica operaia (Joc), anche Di Donna è stato un missionario. Entrambi sono stati sacerdoti di frontiera. Nel 1943 Godin, insieme a don Daniel scriveva Francia, paese di missione, in cui si legge: “ogni cristiano ha una missione di carità”, da vivere nella “comunità in cui si trova” attraverso “l’irradiazione personale della vita” e “l’irradiazione della sua funzione sociale”. Non è questa la spiritualità visibile? L’altra protagonista è Madelain Delbrel la quale, nel dicembre 1943, scriveva un libro, quasi a completamento del pensiero di Godin, il cui titolo racchiude l’intero pensiero: Missionari senza battello. Non era più indispensabile varcare i mari e gli oceani per essere missionari.
Ma non dimentichiamo che anche in Italia, in quegli anni abbiamo avuto profeti che hanno dovuto soffrire per i loro ideali che anticipavano l’Incarnazione della Parola di Dio e la Misericordia rivoluzionaria: don Milani, don Mazzolari, don Turoldo. Di quest’ultimo propongo la lettura di qualche coraggioso verso:
Fratello ateo, nobilmente pensoso / alla ricerca di un Dio / che io non so darti, / attraversiamo insieme il deserto. / Di deserto in deserto andiamo oltre la foresta delle fedi / liberi e nudi verso il nudo Essere / e là dove la Parola muore / abbia fine il nostro cammino.























