
«Corruptissima re publica, plurimae leges»
(Trad. Quando la Repubblica è molto corrotta, ci sono moltissime leggi)
(Tacito, Annali, III, 27)
«In ballo non c’è solo l’autonomia delle toghe, ma la difesa della libertà delle persone»
(Piercamillo Davigo)
La Costituzione è, per ogni Stato, il Patto comune che lega tutti i cittadini all’interno della Comunità cui appartengono. È un vincolo fondamentale, un legame indissolubile, per quanto soggetto a revisioni, come tutti i legami che tengono insieme gli individui.
La nostra Costituzione è la casa comune in cui abitiamo tutti noi italiani. Talvolta qualche ristrutturazione serve. Ma interventi che vadano ad abbattere muri maestri possono solo indebolirla e allentare il Patto che ci unisce, quel Patto che prese corpo all’Assemblea Costituente che la scrisse e approvò, a larghissima maggioranza.
E tuttavia, c’è una parte di italiani, quella rappresentata dalla parte politica oggi al governo del Paese, che s’è sempre sentita estranea a quel Patto, semplicemente perché o non era rappresentata alla Costituente (gli eredi del fascismo entrarono nella vita politica alle elezioni del Parlamento del 1948 col Movimento Sociale Italiano, oggi continuato da Fratelli d’Italia), o perché non votarono la Costituzione, ovvero Monarchici (Tajani ricordiamo che si definisce monarchico) e Qualunquisti (confluiti poi nei partiti monarchici e nel MSI).
Ovvio che, per loro, la Costituzione può essere stravolta come stanno tentando di fare.
Perché modificare ben sette articoli della Costituzione rappresenta un vero e proprio stravolgimento della nostra Carta fondamentale, un Patto cui loro non si sono, evidentemente, mai sentiti veramente vincolati.
Non che siano i primi a volerla stravolgere, è già successo nel 2001, (ahimè, vittoriosamente per quello sciagurato centro-sinistra che propose un regionalismo spinto, inseguendo le ubbie leghiste) e poi nel 2005 (centro-destra) e nel 2016 (centro-sinistra) con sonore sconfitte dei revisionisti.
Questa volta sotto la “scure del cambiamento” è entrata la Magistratura, che, notoriamente, negli stati liberal o social democratici rappresenta un ordine indipendente che esercita il potere giudiziario, cioè quello di giudicare le persone, le loro condotte penalmente rilevanti (magistratura penale) e quelle in violazione dei diritti privati altrui (magistratura civile). E deciderne le sanzioni in caso di accertata violazione della legge.
Ora, le modifiche costituzionali oggetto del referendum del 22 e 23 marzo 2026 sanciscono la “separazione delle carriere”. Questa fa (o meglio farebbe) riferimento al fatto che la magistratura penale è composta di giudici veri e propri che, cioè, sono quelli che emettono le sentenze al termine di un processo e pubblici ministeri, ovvero quelli che sono tenuti ad indagare e a sostenere l’accusa nei processi contro l’imputato.
Nel nostro sistema, risalente ad una riforma voluta dal ministro Zanardelli, il concorso per entrare in Magistratura è unico. E dopo il tirocinio, il magistrato sceglie se diventare giudice o PM. Con la recente riforma Cartabia solo una volta, entro i primi dieci anni di attività, il magistrato può decidere il passaggio all’altra carriera. È decisamente esiguo il numero di magistrati che optano per il passaggio. Ergo, le carriere sono già separate. Lo si voleva fare del tutto impedendo anche un solo passaggio? Bastava una legge ordinaria, senza scomodare la Costituzione.
Epperò i “neocostituenti” sono andati oltre. Hanno stravolto l’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, concepito dai Costituenti come l’organo di autotutela della Magistratura.
L’hanno addirittura triplicato (costi compresi, da 50 milioni di euro l’anno a 150!).
Un CSM per i giudici, uno per i PM ed un’alta corte di giustizia che dovrebbe erogare le sanzioni ai magistrati “reprobi”. Dico “dovrebbe” perché tutto è lasciato ai decreti attuativi, dove potrebbe esserci di tutto di più (ma anche di meno) che sfuggirebbe al controllo della volontà popolare.
Ma la cosa più inquietante è rappresentata dal fatto che i magistrati che faranno parte di questi organi saranno estratti a sorte tra tutti i magistrati italiani. Mentre la componente “non togata” (leggasi: politica) sarà estratta, sì a sorte, ma da listini comunque scelti sempre dalla politica (il Parlamento, rectius il Governo).
I “neocostituenti” hanno motivato questa scelta bizzarra con la necessità di superare il correntismo, cioè il fatto che i magistrati, peraltro la minoranza, sono iscritti a diverse associazioni politicamente e variamente orientate. Il che non mi sembra scandaloso, poiché tutti i cittadini, e i magistrati sono cittadini come gli altri, sono orientati politicamente. Lo erano anche Falcone e Borsellino, sui quali sfido chiunque a pensare che abbiano agito a favore di qualcuno contro qualcun altro che non fossero il primo lo Stato e il secondo la mafia.
E allora a che serve questa riforma costituzionale, visto che, come hanno detto il ministro della giustizia Nordio (che però, poi, ha fatto marcia indietro) e la parlamentare Buongiorno non abbrevierà di un secondo la durata dei processi, vero problema della nostra giustizia appesantita da leggi abbondanti quanto farraginose e volutamente complicanti il suo funzionamento?
A che serve una riforma se non a migliorare il servizio pubblico di giustizia fornito ai cittadini?
Quindi questa riforma non serve a nulla.
E allora perché l’hanno fatta con così tanto accanimento, su proposta, incredibile dictu, del Governo?
Non è lontano dal vero, – viste anche le dichiarazioni fatte dai vari Nordio, Tajani, Bartolozzi, per tacere delle castronerie, sotto un profilo giuridico, dette dalla Meloni, – chi pensa che questa è una riforma per mettere i magistrati al guinzaglio, rendendo loro assai difficile perseguire i reati dei politici: insomma una legge pro-casta. Ecco perché voterò NO.
























Condivido pienamente, purtroppo la costituzione non viene rispettata neanche nella tutela dei risparmi dei cittadini. Con rammarico devo constatare che passa nell’indifferenza della “sopravvivenza” quotidiana.
Gentile Signor Miracapillo,
ha perfettamente ragione. L’art. 47 della Costituzione, quello in cui la Repubblica tutela il risparmio, e non solo, è uno di quelli, tra i più negletti.
Piuttosto che sfasciarla, la Costituzione andrebbe applicata.
Ma non è certo questo un governo “fan” della nostra Legge Fondamentale. Come è evidente dalla legge su cui domani e dopodomani andremo a votare.
Lo dico con rammarico e con un certo disappunto.
Buon voto.