
«Che non la senta il diavolo signor ministro, il diavolo ha un udito talmente buono che non ha bisogno che gli dicano le cose a voce alta. Che dio ci aiuti allora. Non vale la pena è sordo dalla nascita»
«…quante volte i timori vengono ad amareggiarci la vita e alla fin fine non hanno fondamento né ragion d’essere»
(José Saramago da Saggio sulla lucidità)
Sgombriamo subito il campo da un equivoco. Saggio sulla lucidità, pubblicato nel 2004 da Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998, non è un saggio, bensì il romanzo più politico dell’autore portoghese.
Narra le vicende di uno Stato e della sua capitale, non meglio identificati, che iniziano nel giorno delle elezioni politiche di un anno che non è indicato.
L’inizio della storia è ambientato nella sezione 14, in una domenica intensamente piovosa.
Il tempo trascorre, ma, causa le condizioni atmosferiche avverse, nessun elettore si reca alle urne.
Fino a che, in pieno pomeriggio, cessato il maltempo (che comunque non aveva impedito l’andata alle urne nelle altre parti del Paese), in massa i cittadini vanno a votare.
Fin qui nulla di strano anche se il narratore parla di “mobilitazione inaspettata di migliaia e migliaia di persone di tutte le età e condizioni sociali che senza essersi messi previamente d’accordo sulle loro diversità politiche e ideologiche, hanno deciso finalmente di uscire da casa per andare a votare”, cosa che comincia ad incuriosire le così dette autorità.
La cosa più sorprendente accade alla fine dello spoglio delle schede: ben oltre il 70% risultano essere bianche!
Lo sconcerto e la stupefazione per un risultato così sorprendente e mai fatto registrare in nessuna parte del mondo, e peraltro in nessuna parte del Paese, ma solo nella capitale, spingono il governo in carica ad annullare le elezioni e a farle ripetere.
Non immaginano i membri dell’esecutivo, e lo stesso Presidente della Repubblica, che il risultato si ripeterà amplificato sia nel numero dei partecipanti al voto che delle schede bianche!
Da qui si dipana la trama del romanzo che fa della scheda bianca il perno attorno a cui tutto ruota.
I “biancosi”, così vengono sprezzantemente definiti gli elettori che hanno riposto intonsa la scheda nell’urna elettorale, diventano, nella propaganda governativa e nella stampa a sostegno, dei terroristi, dei traditori della patria e delle regole democratiche, dei facinorosi, dei sediziosi, un cancro politico da estirpare con le buone e, più efficacemente, con le cattive.
Persone che stanno complottando contro la democrazia, fiancheggiati da chissà quale/i potenza/e straniera/e.
Contro cui il governo, e contro la città in cui risiedono, appunto la capitale, decide misure estremamente severe come lo stato d’assedio per ricondurre questi uomini e queste donne a più miti consigli.
La speranza dei ministri (specie quello dell’Interno) è che i cittadini, così messi alle strette, facciano qualche colpo di testa, che magari organizzino manifestazioni violente così da poter reagire con brutale repressione.
Ma di fronte ad un atteggiamento pacifico dell’intera città, il ministro che dovrebbe tutelare l’ordine pubblico organizza un grave attentato per poterlo attribuire ai “biancosi”.
Gli sviluppi successivi, che è meglio non spoilerare per quanti volessero godersi questo libro straordinario, scritto col solito stile denso e torrentizio tipico dello scrittore portoghese, sono un’escalation di incredibile intorcinamento della così detta democrazia che mostra la corda della sua scala valoriale, di cui si bea pubblicamente, salvo poi sacrificarla nel momento in cui quei valori fondanti vengono messi alla prova.
Infatti, la cosa incredibile è che tutto parte dalla scheda bianca, evidentemente usata dagli elettori, peraltro della sola città principale, quale espressione di una legittima scelta, (vietata da nessuna legge, pandetta o codicillo), o meglio di una lecita insofferenza verso i partiti politici (nel romanzo partito di destra, partito di mezzo, partito di sinistra) e la loro espressione istituzionale. Una scelta della stragrande maggioranza degli elettori. Che è ciò che impaurisce i politici, perché ad una percentuale modesta hanno fatto il callo.
Ma gli uomini delle istituzioni, o meglio della casta, l’avvertono come un’inquietante minaccia alla stabilità democratica, una sorta di preavviso di sfratto da poltrone a cui sono avvinti perinde ac cadaver, e a cui si sentono legati per sempre come fossero cosa propria.
La scheda bianca massiva manda in tilt le loro sicurezze, li rende sospettosi che dietro ci sia un complotto, un tentativo di rivoluzione sovvertitrice dello status quo che proprio non possono tollerare.
Il romanzo si ricollega anche ad eventi narrati da Saramago in Cecità, forse il suo romanzo più famoso, di cui molti sostengono che Saggio sulla lucidità sia il sequel.
Ma è anche, e soprattutto, un’analisi efficace e spietata sugli ingannevoli meccanismi di una certa idea di democrazia, manipolatrice e onnipervasiva, travisata e intollerante, che fanno di questo romanzo un’inquietante profezia che lascia senza fiato.
Perché abbiamo tutti assistito, di recente, al fescennino che finché gli elettori votano come l’élite s’aspetta va tutto bene. Altrimenti sbagliano o sono ignoranti. E gli eletti degli indegni “scappati di casa”.
E magari le elezioni vanno annullate e ripetute (ricordare il caso disturbante della Romania nel 2024).
Ecco, la verità è che gli elettori hanno sempre ragione, questo è il principio fondativo della democrazia.
P.S. Riuscite ad immaginare cosa accadrebbe da noi se la percentuale dell’astensione, che progressivamente va aumentando, di elezione in elezione, arrivasse a superare l’80%, come nella seconda tornata elettorale, nella capitale del romanzo, accade per le schede bianche?
Sconcerto e discussioni per qualche giorno. Poi, il nulla. Temo.























