
«Per quanta strada si sia fatta, per quanta esperienza si sia accumulata, si è sempre eterni ripetenti. Eterni ripetenti alla scuola della felicità»
(Enrico Galiano)
Sono alle prese con un nuovo libro, Scuola di felicità per eterni ripetenti, di Enrico Galiano (Garzanti, 2022).
A parte la continua sensazione di déjà-vu che mi accompagna nella lettura, è un libro davvero piacevole. Del resto, quella sensazione l’avevo già provata ascoltandolo dal vivo, Enrico, due mesi fa, durante Chiostri e Inchiostri, il festival letterario di Noci.
Sul déjà-vu devo spendere qualche parola in più.
Avete presente quando un’idea, una frase, persino una parola vi appartengono da così tanto tempo da sembrarvi parte del vostro stesso modo di stare al mondo? Le avete ripetute decine di volte in lezioni e conferenze. Magari le avete pure affidate alle pagine di un vostro libro che, con tutta evidenza, non venderà mai un milione di copie. E neanche diecimila.
Poi vi capita di ritrovarle nelle pagine di uno scrittore che stimate profondamente e pensate: «Ma questa è mia!»
E lì iniziate a friggere. Anzi, diciamo che “friggere” è un elegante eufemismo. Come canta Ditonellapiaga: Che fastidio... Oppure, per servirsi delle parole dello stesso autore: “Effetto Cremonini”. Della serie: nessuno vuole essere Robin. Insomma: tutta invidia, la mia.
Eppure, viva Enrico Galiano e le sue parole di luce, che vi invito a leggere senza parsimonia.
Tra l’altro, Enrico mi ha regalato una parola che non conoscevo: natsukashii (懐かしい), un termine giapponese che spesso noi occidentali storpiamo in qualcosa che suona come nazukashi.
Un po’ come la saudade portoghese, significa “nostalgia”, ma anche molto di più.
È il sentimento che provi quando un oggetto, una canzone, un profumo o una fotografia riportano alla luce un ricordo felice. Dentro ci sono affetto, gratitudine, tenerezza. Non c’è necessariamente il desiderio di tornare indietro; c’è piuttosto la gioia di aver vissuto ciò che si ricorda.
Vedi una vecchia fotografia dei tuoi figli da piccoli. Ti torna in mente la tua prima cotta. Rivivi una lunga storia d’amore ormai conclusa. E allora ti viene da dire:
«Natsukashii!»
Ovvero:
«Che bei ricordi!»
«Mi riporta indietro nel tempo!»
«Che dolce nostalgia!»
Forse potremmo tradurlo con un’espressione che in italiano suona strana: nostalgia felice.
Da un lato si avverte il dolore del ritorno impossibile. Non a caso nostalgia viene dal greco nostos (ritorno, viaggio verso casa) e algos (dolore). È il dolore di sapere che non si torna indietro. Non si può rivivere il primo vagito, il primo bacio, la prima volta di tutto ciò che ci ha cambiati per sempre.
Dall’altro lato, però, c’è la gratitudine.
Gratitudine perché c’eri.
Perché lo hai vissuto.
Perché lo hai attraversato.
Magari al prezzo di fatiche, sacrifici e lacrime. Spostando montagne.
Ma quell’esperienza ti ha reso vivo, ti ha reso vero, ti ha reso ciò che sei.
Ti ha reso grato.
A questo punto Galiano tira fuori un colpo di genio e prova a tradurre natsukashii con una parola inventata da lui: nostalgenuità.
Chapeau!
La crasi tra nostalgia e ingenuità è felicissima.
Perché accosta il dolore del ritorno impossibile alla condizione di chi è “nato libero”, che è poi il significato originario del latino ingenuus, da cui deriva la nostra parola ingenuità.
Come a dire che chi sa abitare questa dolorosa e felice gratitudine, queste due facce della stessa medaglia, non è uno sciocco: è un uomo libero.
Libero dentro.
Affrancato dalle ingiurie del tempo che corre via, irrispettoso, e tenta di rubarci i giorni migliori.
Lui, il tempo, ci prova.
Ma non ci riesce del tutto.
Perché quei giorni non sono passati davvero: hanno semplicemente cambiato indirizzo. Ora abitano dentro di noi.
Custoditi nella memoria, nella libertà e nella gratitudine.
Come un “tu” che non muore mai. Che non può morire.
E allora grazie, Enrico.
Grazie per le tue parole.
E grazie per la tua umanità.
Perché che altro è, se non profondamente umano, troppo umano, uno come te, portatore sano di nostalgenuità?
La tua risposta: «La vita è una pioggia, che anche se sotto l’ombrello si sta asciutti e protetti, i momenti migliori saranno sempre quelli in cui te ne freghi, chiudi l’ombrello e ti metti a correre. I momenti in cui ti lasci bagnare. I momenti in cui ti lasci vivere».



























