«Quando pratichiamo la gratitudine ci apriamo alla bellezza della vita… È il primo passo per trasformare la disperazione in forza.

La gratitudine non nega il dolore, ma ci radica nella meraviglia di essere vivi»
(Joanna Macy)

La citazione con cui si apre questo caffè è testuale, ma tratta da due libri diversi di Joanna Macy: Active Hope e World as Lover, World as Self. Ho sentito di dover fondere le sue parole e proverò a spiegartene la ragione.

Ho passato una settimana non facile. Una brutta influenza mi accompagna da più di quindici giorni e, nel mio ambiente di lavoro, una serie di piccole/grandi cattiverie gratuite, opportunamente miscelate con meschinerie varie, mi hanno significativamente fiaccato. Nulla di grave. Passerà. Almeno spero.

E poi c’è il Caso.

Definizione fariniana di Caso (che presunzione!): dicesi Caso con la C maiuscola quella combinazione di eventi che può darsi sia una mera coincidenza oppure no.

Magari la “combinazione” è un segno da accogliere e interpretare. Magari, come dice la mia ex alunna Cicci, è una “Dioincidenza”.

Einstein, nel sostenere che il caso (c minuscola) non esiste, lo spiegava da par suo: «Der Alte würfelt nicht» — Il Vecchio (Dio) non gioca a dadi.

Sia come sia, in un momento in cui proprio ne avevo bisogno, ecco che Gino, mio caro amico e lettore di questa rubrica, mi manda il testo di Una pratica di gratitudine, di Joanna Macy.

Non lo conoscevo. Lo condivido:

Osservare. Ripensate a un evento che avete vissuto nelle ultime ventiquattro ore e che vi ha fatto piacere. Non è necessario che sia qualcosa di grande: qualunque cosa vi faccia pensare “Ecco, sono contento/a che sia successo”.

Assaporare. Chiudete gli occhi e immaginate di vivere l’esperienza di quel momento. Notate i colori, i sapori, i suoni, gli odori, le sensazioni nel vostro corpo. Notate anche come vi sentite emotivamente.

Ringraziare. Chi o cosa ha contributo a far accadere quel momento? Chi e cosa era coinvolto? Pensateci e immaginate di offrire un ringraziamento.

Osservo. Sono tanti i doni che mi sono stati fatti nelle ultime ventiquattro ore. Ho respirato, camminato, riposato. Ho mangiato e avuto da bere. Ho visto la luce. Ho lavorato. Ho avuto una casa. Ho amato e sono stato amato. Se poi la mia osservazione dalle ultime ventiquattro ore si allarga all’ultimo anno o anno mezzo, se prende tutto il tempo che ho vissuto, allora dico che ho riso e sorriso tanto e che i Doni sono infiniti. Non li posso contare né contenere. Li accolgo.

Assaporo. Inspiro ed espiro. Rilascio. Lascio andare. Muovo un passo dopo l’altro. Mi abbandono. Gusto. Ammiro. Attraverso e apprezzo la fatica. Anche il Dolore. Dalla sofferenza prendo le distanze. Di nuovo mi abbandono. Mi lascio amare. Sento il piacere, l’estasi e il suo apice. Sono pervaso. Annego. E il naufragar m’è dolce in questo mare

Ringrazio. È il sentimento più grande, dominante, pervadente. Si sostanzia di occhi sorridenti. Di sguardi, parole e silenzi. Di nomi, canzoni e suoni. Di letture e di scrittura. Di lacrime sacre. Di abbracci. Infiniti abbracci e mai troppi abbracci. Dico grazie. Sono grazie. Rendo grazie. Pratico gratitudine.

Meister Eckhart: «Se la sola preghiera che dirai mai nella tua intera vita è “grazie”, quella sarà sufficiente».

Alexandre Dumas (padre): «Ho nel cuore tre sentimenti con i quali non ci si annoia mai: la tristezza, l’amore e la riconoscenza».

David Steindl-Rast: «Non è la felicità che ci rende grati, ma la gratitudine che ci rende felici».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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