
«L’appello iscritto nel volto dell’Altro non è dimenticabile»
(Emmanuel Levinas)
Mi è arrivato così, quasi in punta di piedi, questo Caffè.
Non da un libro, non da un convegno, non da una citazione d’autore, ma da una mia alunna. Una lettrice attenta, di quelle che non si limitano a leggere: ricambiano e rilanciano.
Dopo aver incontrato – lei, non io – le “due borse” di cui avevo scritto, mi ha raggiunto con una grazia rara, mantenendo quella distanza rispettosa che oggi sembra fuori moda: «Le restituisco altrettanta bellezza».
E insieme a quelle parole, un video. Senza spiegazioni immediate, senza sovrastrutture. Quasi un gesto.
Un video dedicato al “tu innato” di cui parla Martin Buber: una disposizione all’incontro che ci precede e ci abita.
Solo in un secondo momento, con la stessa discrezione, è arrivata la chiave: «Professore, ecco a cosa mi ha fatto pensare…».
Ecco. A volte basta un “tu” – anche quando continua a darti del “lei” – per cambiare prospettiva.
Forse è proprio questo che Levinas intendeva: c’è un appello che non scegliamo, che non decidiamo, che non possiamo programmare. È iscritto nel volto dell’altro, e prima ancora che noi parliamo, ci ha già chiamati.
Il “tu”, prima ancora che una parola, è una risposta.
Per dirla con Martin Buber, il “tu” non è “grammatica”. Non è semplicemente il secondo termine di una frase. È qualcosa che precede la frase stessa: una disposizione originaria, un modo di stare al mondo. Una postura.
Un’attitudine che, più che imparata, sembra iscritta in noi da sempre. Come se, in fondo, fossimo nati per incontrare e incontrarci.
E tuttavia, diventando adulti, impariamo altro: a proteggerci, a schermarci, a non esporci. A evitare relazioni che ci compromettano davvero, per timore di esserne feriti.
Buber lo dice con una chiarezza che non lascia vie di fuga: possiamo vivere secondo la relazione Io-Esso oppure secondo la relazione Io-Tu.
Nel primo caso, il mondo ci appare come qualcosa da usare, da comprendere, da organizzare. Tutto diventa oggetto. Anche l’altro, a volte. Capita se siamo presi dal tran-tran quotidiano. Capita ancor di più quando abbiamo paura dell’ignoto.
Al contrario, nella relazione Io-Tu, accade qualcosa di più raro – e più esigente: l’altro smette di essere “qualcosa” e diventa “qualcuno”. Non lo possediamo, non lo definiamo, non lo riduciamo.
Lo incontriamo.
E incontrare, davvero, non è mai un atto neutro.
Perché – direbbe Levinas – quell’incontro ci riguarda, ci impegna, ci chiede risposta.
Mi tornano alla mente le parole del Caffè che la mia alunna aveva letto: aprirsi non è sicuro, è vivo.
Sì, perché il “tu” non è rassicurante. Non conferma. Non semplifica. Espone.
Dire “tu” significa uscire da quella zona protetta in cui l’altro è prevedibile, classificabile, gestibile. Significa accettare di non avere il controllo, di non sapere già come andrà a finire.
È, ad esempio, la differenza – sottile e decisiva – tra parlare a uno studente e guardarlo negli occhi.
Nel primo caso, siamo tranquilli: sappiamo cosa dire, come dirlo, quando chiudere.
Nel secondo, qualcosa ci sfugge. Qualcosa ci supera.
Ed è proprio lì, forse, che comincia la relazione.
C’è un momento, in ogni giornata di Scuola, in cui questa scelta si ripresenta.
All’ingresso in classe.
Nel corridoio.
In una parola detta di fretta, o trattenuta.
Scegliamo – quasi sempre senza accorgercene – se stare nella logica dell’“esso” o in quella del “tu”.
Non è una scelta teorica. È concreta, quotidiana.
È fatta di sguardi, di pause, di silenzi non riempiti.
Io ho fatto un esempio che riguarda la Scuola, ma Buber spinge la sua intuizione ben più a fondo.
Ogni “tu” autentico – scrive – apre a un “Tu” più grande. Non qualcosa di separato dal mondo, ma qualcosa che si lascia intravedere proprio nell’incontro pieno.
Come se, nel momento in cui smettiamo di usare l’altro e iniziamo a riconoscerlo, si aprisse una profondità ulteriore.
Non un altrove, ma un “oltre” dentro il “qui”.
Un varco discreto, che non si impone, ma si offre.
Forse è questo che la mia alunna ha colto prima di me e ha voluto mostrarmi e donarmi.
Del resto, è la cosa più naturale che possa accadere a un docente: imparare dai propri studenti. Sempre che quel docente non abbia dimenticato l’arte di insegnare imparando. Come dire: sempre che la vita – e qualche ferita – non lo abbia irrigidito.
Maddalena, questo il suo nome, mi ha ricordato che la scelta tra le “due borse” – tra sicurezza e vita, tra difesa e apertura – non è semplicemente educativa.
È esistenziale.
Riguarda il modo stesso in cui attraversiamo il mondo.
Possiamo farlo raccogliendo esperienze come oggetti, accumulando risultati, mantenendo le distanze.
Oppure possiamo lasciarci attraversare.
Lasciarci toccare.
Lasciarci cambiare.
Convinti che ogni vero “tu” – questo Buber lo sapeva bene – è sì una piccola ferita, ma una ferita feconda.
Allora la domanda non è se siamo capaci di dire “tu”.
La domanda è un’altra, più esigente: quanto siamo disposti a lasciarci coinvolgere?
Perché – ed è qui, forse, il punto – il “tu” non è qualcosa che diciamo soltanto.
È qualcosa, lo scrivo di nuovo, che ci abita, ci precede, ci cerca, ci espone.
È quella voce silenziosa che si accende ogni volta che un volto ci interpella e non possiamo più fingere di non aver visto.
La stessa voce di cui ci parla Levinas all’inizio di queste righe.
Un’ultima avvertenza. Il “tu” non è raro. È fragile.
È sempre possibile, e proprio per questo facilmente tradito.
Serve coraggio, certo. Ma forse serve soprattutto memoria.
Ricordarsi che non siamo fatti per stare soli dentro noi stessi.
Ricordarsi che quella attitudine all’incontro non è andata perduta.
Aspetta.
Come una parola sospesa.
Come uno sguardo che non distogliamo.
Come un messaggio inatteso, che non chiede risposta immediata, ma presenza.
Come quel “tu” – rispettoso e audace insieme – che continua a darci del “lei” e, proprio così, ci raggiunge più a fondo. Perché, in “quel” fondo, non siamo noi ad abitare le relazioni. Sono le relazioni – quando accadono davvero – ad abitare noi.
Martin Buber:
«All’inizio è l’a priori della relazione: il Tu innato»;
«Chi non dà più risposta, non percepisce più la parola»;
«Ogni vita reale è incontro».



























