Created in the ocean. Studio shot of a large pearl

«La perla nasce quando un’ostrica viene ferita»

(Paolo Scquizzato)

Libri che ci lavorano dentro

A volte ci imbattiamo in “letture che scivolano”. Altre, invece, “ci lavorano dentro”.
Elogio della vita imperfetta (Effatà Editrice 2013), di Paolo Scquizzato, appartiene a questa seconda categoria. Non si limita a offrirti un pensiero: lo deposita, lo lascia sedimentare, e poi torna a galla nei momenti meno prevedibili. È una lettura che non chiede di essere condivisa subito, ma di essere prima abitata.

Diamanti o carbone?

Tra le molte immagini che il libro consegna al lettore, ce n’è una che mi ha accompagnato con particolare insistenza, per la sua semplicità disarmante e per la forza delle domande che apre:

«Si sa che il diamante e il carbone sono costituiti chimicamente dalla stessa materia, ma con una diversa struttura fisica. La differenza risiede nel fatto che il diamante permette alla luce di attraversarlo, il carbone no» (Ivi, p.19).

Stessa materia, stesso punto di partenza, esiti radicalmente diversi.
Non è ciò di cui siamo fatti a determinare il nostro valore, ma come siamo disposti interiormente. Il carbone è compatto, chiuso, opaco; ha una sua utilità, ma solo quando viene consumato: bruciato. A costo di inquinare: tanto. Il diamante, invece, non trattiene la luce: si lascia attraversare. Ed è proprio questa disponibilità a renderlo prezioso. E che lo qualifica come puro.

Diamanti si diventa…

A ben vedere, non si nasce né diamanti né carbone. Lo si diventa.
Lo si diventa attraverso scelte quotidiane, spesso invisibili: il modo in cui reagiamo alle ferite, come ci difendiamo dalle delusioni, quanto spazio concediamo a ciò che non controlliamo. Possiamo irrigidirci per paura, accumulare strati su strati per non sentire più nulla, oppure accettare che la luce non ci appartenga, che venga da Altro, e che il nostro compito sia solo non ostacolarla.

…e perle anche!

E poi c’è un’alternativa…
Tra l’essere diamanti o carbone, esiste una possibilità più umana, più realistica, più vicina alla nostra esperienza: scegliere di essere perle.

La perla non è nera come il carbone né trasparente come un diamante. È bella, ma non nasce dalla perfezione. Non nasce dall’integrità.
Nasce da una ferita. Da qualcosa che entra, disturba, fa male. È il risultato di un’impurità accolta, di una imperfezione che non viene espulsa ma protetta.

La perla è una cicatrice che ha trovato cura, tempo, pazienza.

E chi di noi non è stato ferito? In quale famiglia non si nasconde un segreto, una piaga, un non detto? Le uniche famiglie esemplari sono quelle artificiali che vediamo nelle pubblicità. Nella realtà, nessuno è cresciuto in una casa senza crepe. Siamo tutti figli di imperfezioni e condizionamenti. Di ricatti affettivi e resistenze. Di pigrizia ed egoismo.

Anche quanto tacere è scelta di protezione, quanti buchi neri custodiamo nel nostro fondo senza fondo? Quante paure, smarrimenti, cadute ci fanno sentire sconfitti, perduti, vulnerabili? E quante fratture attraversano le nostre storie, i legami, le relazioni che non sono andate come speravamo?

E tuttavia: la differenza non sta nel fatto di essere feriti – perché lo siamo tutti – ma nel modo in cui scegliamo di illuminare le nostre ferite.
Le neghiamo? Le induriamo fino a farle diventare corazze? Lasciamo che si ingigantiscano sempre più, sino a mutarsi in muraglie che ci separano dagli altri e da noi stessi?
Oppure impariamo, lentamente, a guardarci dentro e ad averne cura?

Abitabili, non impeccabili

Ecco, mi pare di poter dire che la vita non ci chiede di essere impeccabili. Ci chiede di essere abitabili.
E l’unica sostanza capace di trasformare una ferita in qualcosa di vivo non è la forza, né il controllo, né la negazione, ma l’amore. Quello che avvolge senza cancellare, che protegge senza soffocare, che non elimina il dolore ma lo trasforma. È così che ciò che sembrava solo un limite può diventare spazio di crescita.

Forse non siamo chiamati a brillare come diamanti.
Forse siamo chiamati a qualcosa di più vero: a diventare perle. Abbracciando, custodendo, levigando le nostre ferite.

Forse vale davvero la pena di ascoltare fino in fondo queste parole:

«La perla è splendida e preziosa.
Nasce dal dolore.
Nasce quando un’ostrica viene ferita.
Quando un corpo estraneo – un’impurità, un granello di sabbia – penetra nel suo interno e la inabita, la conchiglia inizia a produrre una sostanza (la madreperla) con cui lo ricopre per proteggere il proprio corpo indifeso. Alla fine si sarà formata una bella perla, lucente e pregiata. Se non viene ferita, l’ostrica non potrà mai produrre perle, perché la perla è una ferita cicatrizzata.
Quante ferite ci portiamo dentro, quante sostanze impure c’inabitano? Limiti, debolezze, peccati, incapacità, inadeguatezze, fragilità psico-fisiche… E quante ferite nei nostri rapporti interpersonali? La questione fondamentale per noi sarà sempre: cosa ne facciamo?
Come le viviamo?
La sola via d’uscita è avvolgere le nostre ferite con quella sostanza cicatrizzante che è l’amore: unica possibilità di crescere e di vedere le proprie impurità diventare perle» (Ivi, p. 5).


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