di Roberta Di Canio

A 80 anni dalla nascita della Repubblica italiana, siamo ancora consapevoli dell’incommensurabile valore del dono che ci è stato consegnato da una generazione che ha pagato un “tributo di sangue” altissimo per la liberazione del nostro paese dal nazifascismo? È questa la domanda che ha attraversato la conferenza della storica Michela Ponzani, intitolata “La nascita della Repubblica italiana. Alle radici della nostra democrazia”, svoltasi al Liceo “O. Flacco” di Bari il 20 febbraio scorso, destinata agli insegnanti.

La professoressa ha voluto sottolineare l’importanza che la memoria storica ha per la formazione di una coscienza civile collettiva in grado di riconoscere il valore tanto inestimabile, quanto mai scontato e garantito una volta per tutte, di quei principi irrinunciabili sui quali si fonda la nostra Costituzione. Una memoria dalla quale, invece – ha sostenuto Ponzani – il nostro paese sembra rimuovere pezzi ancora scomodi per noi contemporanei, col risultato di produrre una ricostruzione parziale e distorta del passato, che ci fa percepire ancora il fascismo come un regime che, tutto sommato, avrebbe commesso solo due grandi errori: le leggi razziali del 1938 e la partecipazione dell’Italia alla seconda guerra mondiale. Come se non fossero mai state perpetrate tutte le terribili violenze compiute dalle squadracce già prima della marcia su Roma del 1922 e dell’assassinio di Giacomo Matteotti nel 1924, sotto gli occhi delle istituzioni di uno stato che – lo ha ricordato – era ancora liberale e di diritto. Come se tutte le pubbliche dichiarazioni di Benito Mussolini, tra le quali quella di Cremona del settembre 1922, in cui incitava al sovvertimento del Parlamento, definito “schiuma infetta della società”, non fossero bastate a rendere immediatamente chiari gli intenti di questo partito armato. Come se il razzismo non fosse intrinsecamente appartenuto all’anima fascista, ma fosse stato solo il riflesso condizionato dell’infelice alleanza dell’Italia con la Germania nazista. Convinzione, quest’ultima, ampiamente smentita, ha ricordato Ponzani, da due fatti storici: la guerra imperialista d’Etiopia (1935-1936) e la successiva emanazione delle “leggi sul meticciato”. Dopo aver sterminato con le armi chimiche, già vietate dal diritto internazionale, un popolo considerato inferiore, ed averlo sottomesso al Regno d’Italia, con una serie di provvedimenti emanati dal 1937 al 1940 fu creato in Etiopia un regime di apartheid e furono proibiti i matrimoni misti tra italiani e donne autoctone, per evitare la procreazione di “meticci”, definiti “bastardi”, “errori biologici” pericolosi per il prestigio della razza.

Impietoso e franco è anche il giudizio storico che la prof.ssa ha riservato alla monarchia sabauda, rammentando la sua radicale complicità con un regime di morte e distruzione, non solo perché nel 1922 gli consegnò il Paese senza colpo ferire, per poi abbandonarlo in balia del caos dopo l’8 settembre del 1943, ma anche perché firmò ogni suo singolo atto legislativo, comprese le leggi sul meticciato e quelle razziali.

Un’analoga rimozione dalla coscienza collettiva sembrano aver subito, secondo la storica, anche alcuni aspetti decisivi della Resistenza italiana nata dopo l’8 settembre del ‘43: il suo inscindibile legame con la lotta antifascista clandestina dei fuoriusciti o dei confinati, che fu “oro” per il sorgere di quell’esperienza di riappropriazione della dignità da parte degli italiani; il patriottismo autentico e genuino dei partigiani che, al di là dell’appartenenza etnica e politica, e senza sapere come sarebbe andata finire, con indomito coraggio lottarono per liberare la propria “terra dei padri” non solo da un occupante straniero ma, come affermò Italo Calvino, dal regime fascista e da tutti quegli italiani che, complici dei nazisti, si macchiarono di terribili nefandezze come le torture e le oltre 5000 stragi consumatesi nella sola penisola italiana. Emblematica, a tal proposito, è la vicenda del professore di storia e filosofia Pilo Albertelli, Medaglia d’oro al Valor militare alla memoria, alla quale la prof.ssa Ponzani si interessò fin da ragazza e che ispirò il suo percorso professionale. Fondatore del Partito d’Azione, già arrestato e confinato nel 1928, barbaramente torturato dalla Banda fascista Koch nel 1944, perché si rifiutava di parlare, condotto a morire alle Fosse Ardeatine con altri 334 martiri, con le ossa fratturate e il volto tumefatto, scrisse: “Un uomo senza ideali non è un uomo ed è doveroso sacrificare, quand’è necessario, ogni cosa per questi ideali”. Una guerra civile, la Resistenza italiana, combattuta in linea con il monito mazziniano a battersi anche contro la propria patria, se la propria patria offende le altre.

Ancora, ha affermato la storica, occorre rammentare il merito della Resistenza italiana per aver liberato il Paese autonomamente e prima ancora dell’arrivo degli Alleati, facendogli rialzare la testa dopo un ventennio di sottomissione ad un regime di menzogne e di terrore, e riservandogli un posto da protagonista  al tavolo della pace e nell’Assemblea costituente.

Ma perché parlare di antifascismo ad 80 anni dalla nascita della nostra Repubblica? Non è forse retorica di propaganda dichiararsi antifascisti solo sul piano dei valori, senza avere più nulla a che fare, oggi, con l’antifascismo militante di un tempo, fatto di concreti e forse irripetibili gesti di eroismo? Provocata dalle domande del pubblico, la prof.ssa Ponzani ha sostenuto che, nonostante la diffusa retorica antifascista, il problema attualmente più urgente consiste nella difficoltà di una parte del paese a fare i conti con il proprio passato. Cosa ancor più grave quando questa difficoltà proviene da alti rappresentanti delle istituzioni, di quelle stesse istituzioni che sono state ripristinate e rinnovate grazie al sacrificio di tanti cittadini. Molti ne sono i segnali, a suo avviso: il rifiuto di una parte della classe dirigente di proclamarsi antifascista; l’invito rivolto ai cittadini, lo scorso anno, a mantenere comportamenti “sobri” in occasione della concomitante morte di Papa Fracesco con la festa della Liberazione d’Italia; la spudorata ostentazione di cimeli del Ventennio; il tentativo di ridurre l’università ad un detonatore del dissenso, attraverso provvedimenti come il DDL Gasparri, che obbligherebbe i docenti a denunciare i colleghi che osano criticare il sionismo; la tendenza a svalutare le manifestazioni di protesta della società civile, come quelle nei confronti del genocidio in Palestina e della riforma dell’accesso alla facoltà di Medicina; la mancata partecipazione del governo alle celebrazioni di commemorazione della strage nera di Bologna. Un segnale, quest’ultimo, di scarsa considerazione per la sete di giustizia dei famigliari delle vittime e di scarsa consapevolezza delle responsabilità storiche e delle radici della propria identità politica.

Commemorare la nascita della Repubblica, allora, ha concluso la relatrice, vuol dire pretendere dalla politica che ascolti il Paese e gli fornisca delle risposte, perché, come affermò la più giovane delle elette dell’Assemblea Costituente, la partigiana Teresa Mattei, grazie alla Resistenza e alla stesura autonoma della Costituzione italiana noi ci siamo riappropriati della sovranità, strappandola ad una casa regnante traditrice. Con la nascita della Repubblica italiana, pertanto, la politica è stata investita di un compito alto e faticoso, che richiede responsabilità. Essa deve ritrovare la moralità perduta. A partire da quei piccoli ma importantissimi gesti che, invece, i padri fondatori hanno saputo compiere in continuità con la propria drammatica esperienza di appassionata abnegazione, di partecipazione e di sacrificio personale. Proprio come il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che il prezzo della lotta antifascista l’aveva pagato sulla propria pelle: alla notizia di quell’orribile attentato, non mancò di precipitarsi alla stazione di Bologna, dove vide con i propri occhi spezzarsi giovanissime vite, e, prima ancora di rivestire la più alta carica dello Stato, scese in piazza confondendosi tra i manifestanti che protestavano per l’omicidio del militante di Lotta continua, Walter Rossi, avvenuto per mano di un gruppo neofascista.

Meno preoccupanti, invece, appaiono alla prof.ssa Ponzani, altri fenomeni. Tra questi, la richiesta rivolta al sindaco, da parte del gruppo di Fratelli d’Italia del comune toscano di Bagno a Ripoli, di ridefinire la denominazione delle scuole aggiungendovi un’etichetta che servirebbe a inquadrarne il presunto orientamento politico: “antifascista”, “antisionista”, “comunista” e simili altre. Un’iniziativa che la storica non esita a derubricare come una delle “armi di distrazione di massa”, meno significative rispetto al rischio di modificare il dettato costituzionale.

Viene da chiedersi, invece, se sia proprio così, dal momento che, per quanto risibile, non si tratta di un’iniziativa isolata, bensì inserita in un recente clima generale di pressioni nei confronti della scuola, che stanno nei fatti limitando la libertà di insegnamento. Basti pensare alle segnalazioni presentate al Ministero dell’Istruzione da parte prima delle famiglie degli studenti, poi da esponenti politici, su presunte gravi dichiarazioni in merito alla questione palestinese, pronunciate, contro il governo, dalla relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese. Queste sarebbero state rilasciate durante alcuni incontri on line con gli studenti di alcune scuole emiliane e toscane, nei quali si discuteva del suo libro “Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina”. Ne sono seguite ispezioni ministeriali e una nuova circolare, diramata come direttiva ai Dirigenti, con la quale si raccomanda “il confronto tra posizioni diverse e pluraliste” nei dibattiti pubblici a scuola. Con il risultato di inibire, invece che di incoraggiare, la naturale vocazione della scuola alla formazione della coscienza civica dei giovani, non fosse altro che per comprensibili timori di subire sanzioni disciplinari e di esporsi al pubblico dileggio.

Certo, lo sguardo di una storica è più incline a scorgere le differenze invece che le analogie tra il presente e il passato. Tuttavia, al netto dell’unicità di un passato irrevocabile, non è forse legittimo temere che anche i gesti apparentemente più insignificanti, se sistematicamente reiterati in un contesto di crisi internazionale della democrazia liberale, possano lentamente e sommessamente condurci, come sonnambuli, verso una catastrofe simile a quella del secolo scorso? Come ebbe a dire Primo Levi: “E’ avvenuto una volta, quindi può accadere di nuovo”. Forse in altre forme, certo, ma non per questo meno preoccupanti.

Commemorare la nascita della Repubblica, allora, potrebbe significare anche questo: vigilare sempre, nella consapevolezza che quanto è stato conquistato con “una lunga scia di sangue” ci è stato consegnato come un dono prezioso ma fragile, che oggi abbiamo il dovere di custodire gelosamente.


Articolo precedenteQUANDO Il LAVORO DI CURA DIVENTA INSOSTENIBILE
Articolo successivoDiamanti, carbone o perle?
Ho conseguito la laurea in Filosofia all’Università “Aldo Moro” di Bari e il dottorato in Bioetica all’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna. Insegno Storia e Filosofia e ho pubblicato un libro e alcuni articoli di bioetica e altri su varie tematiche di cultura e attualità. Negli ultimi anni ho sviluppato un particolare interesse per la storia, che ritengo indispensabile per la comprensione del presente. Considero la filosofia come sale e sentinella della democrazia e la scrittura come un formidabile strumento di cura di sé e di trasformazione della realtà. Credo profondamente nel valore sociale del mio lavoro, che svolgo con passione e dedizione. Sono convinta che ciascuno possa e debba fare la differenza nel proprio piccolo, per rendere il mondo un posto migliore. In cima alla scala dei miei valori colloco la giustizia, l’uguaglianza e la libertà. Temo l’indifferenza e i fondamentalismi come i peggiori dei mali.