Lettera al figlio sulla Festa della Liberazione

Caro figlio,

qualche giorno fa mi hai chiesto che festa ci fosse dopo la Pasqua.

Ti ho risposto che avremmo aspettato il 25 aprile, la Festa della Liberazione. Mi hai guardato incuriosito: ti ho spiegato che è una festa importante, perché tanti anni fa un gruppo di persone molto coraggiose ha liberato l’Italia dal fascismo. Lo so che è una parola difficile, ma crediamo che tu debba già conoscerla.

Abbiamo partecipato a una manifestazione e ascoltato l’inno nazionale e “Bella ciao”, che ti piace un sacco cantare. E lo abbiamo fatto perché siamo liberi: vogliamo che tu questo lo sappia, ma ancor prima lo senta e lo viva. Per questo ci diverte vederti correre a piedi nudi, saltare, esplorare, giocare: la libertà germina nelle piccole cose, nei gesti che ci riconnettono con il tutto, nei riti che solidificano le relazioni e ispirano gratitudine.

Caro figlio, c’è una cosa che devi sapere: il fascismo di cui ti ho parlato non è finito. Si è eclissata la sua forma più estrema…e nemmeno sempre. Potresti vedere cose strane in giro: rigurgiti del passato, nostalgie di un fantomatico ordine e una fantomatica disciplina, allusioni a razze pure e inneggiamenti a guerre giuste, manifestazioni con riti e simboli indubitabili. Ecco, questa è la parte che indigna, ma che fa pure ridere e compatire. Per questa ti consiglio una salda resistenza culturale.

Ma sono altri i fascismi che ti auguro di imparare presto a decifrare, scansare e combattere. Si tratta di tutti gli usi spropositati del potere, che diventa forza bruta per schiacciare l’opinione differente, la domanda scomoda, la doverosa correzione. Si tratta di tutte le ideologie che portano al disprezzo delle differenze, non sempre con le parole, spesso solo con uno sguardo di sufficienza o un silenzio punitivo. Si tratta di tutti i tentativi di manipolazione agiti da chi, nel grande e nel piccolo, cerca consenso e si nutre degli altri, insinuandosi nelle debolezze e procurando divisione. Si tratta, infine, della dittatura del razionalismo, per cui la sensibilità e l’empatia sarebbero ostacoli alla logica, alla crescita, ai protocolli coi quali affrontiamo la vita pubblica, per difenderci dal coinvolgimento che fa traballare l’ufficialità dei ruoli, nei quali ci rintaniamo per restare integri e puri. Qui la resistenza si fa esistenziale, relazionale, psicologica, emotiva.

Non illuderti: queste cose non si presentano mai con la divisa nera, arrivano in abiti assolutamente informali, non di rado corredati da simboli classicamente schierati dalla parte degli oppressi: kefiah, falce e martello, arcobaleno. Non credere che l’abito faccia il monaco. Impara a leggere tra le righe. Esercitati a fiutare la violenza nelle sue forme più subdole e smielate. Vai oltre le apparenze. E combatti, con tutto te stesso.

Caro figlio, in una lingua molto antica “figlio” si dice proprio liber: nemmeno i legami di sangue possono diventare legacci; venire al mondo significa essere una libertà vivente, un’esistenza destinata a compiere se stessa, non a compensare ferite altrui. Per questo, se dovessimo scadere anche noi in strane dinamiche di appropriazione nei tuoi confronti, reagisci pure.

Caro figlio, ieri ti cantavo la “Ninna nanna del chicco di caffè” e oggi cantiamo insieme “Bella ciao” e non so dire quanta gioia e quanta paura provi nel vederti crescere. E quanto dolore nel vedere che, per tanti, troppi bambini nel mondo, svegliarsi al mattino e trovare l’invasore è ormai la normalità.

Ti auguro un mondo all’altezza della tua piccolezza.

Ti auguro di trovare il tuo posto in una società complessa e complicata.

Ti auguro di imparare a scegliere per cosa combattere e mi auguro che, tra queste cose, ci sia sempre la libertà, tua e di chi è indifeso e, magari, non lo sa.

Ti auguro mille mattine per svegliarti senza invasori, politici, relazionali, psicologici, e mille fiori di partigiani che non muoiono più per la libertà, ma per essa vivono, r-esistono e insegnano a fare altrettanto.


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Sono un'insegnante, anche se il più delle volte sono io quella in-segnata dai miei studenti. Sono una ricercatrice, perché cerco piste di rilevanza pubblica per una materia troppo fraintesa e troppo di nicchia: la teologia. Sono una giornalista e faccio cose con le parole. "Quello che non ho è quel che non mi manca" (F. De André) e sono immensamente grata alla vita perché, non senza impegno e sacrificio, "ho trovato amore nel mezzo de la via, in abito legger di peregrino" (Dante Alighieri, Vita nova)

1 COMMENTO

  1. E’ una meraviglia questa lettera. E’ una carezza al presente che tiene vivo il ricordo del passato per costruire un futuro migliore! Grazie!

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