Dalla tragedia di Gaza e dell’Ucraina alla riflessione sulla legittima difesa: perché oggi disertare la logica della guerra significa scegliere la vita, la giustizia e la fraternità

Nel contesto di guerra che stiamo vivendo, non possiamo restare spettatori né lasciare che l’abitudine renda le coscienze insensibili. È necessario risvegliarle, porre domande scomode e ritrovare il coraggio di scegliere la pace come responsabilità concreta, politica e quotidiana. Avvertiamo l’urgenza di ricostruire una coscienza, una cultura e una politica della pace fondate sulla cura delle persone, dell’umanità e della terra.

È necessario riflettere sulle le nostre complicità, i nostri silenzi e le nostre paure. Dobbiamo interrogarci: che cosa stiamo facendo mentre Gaza viene devastata, l’Ucraina continua a sanguinare e l’Europa prepara il futuro investendo sempre più nelle armi?

La politica del riamo si presenta come realismo, ma spesso è soltanto impotenza organizzata; si presenta come sicurezza, ma produce insicurezza; promette protezione, ma trasferisce risorse dalla sanità alla guerra, dalla scuola agli arsenali, dalla cura dei poveri alla cura degli apparati militari.

Ci ripetono: «Se vuoi la pace, prepara la guerra». Padre Ernesto Balducci ebbe il coraggio di rovesciare quella formula: se vuoi la pace, prepara la pace. Non è ingenuità. È l’unico realismo adeguato all’epoca dell’arma nucleare, dei droni autonomi, delle guerre per procura e della distruzione planetaria.

La pace non può essere il risultato casuale della paura reciproca: deve diventare una scelta politica, economica, educativa e spirituale.

Gaza e Ucraina

Dobbiamo ricordare che non esistono vittime di serie A e vittime di serie B. A Gaza non possiamo usare parole prudenti per evitare di vedere l’orrore: la morte dei bambini, la distruzione delle case, la fame, lo sfollamento e la violazione del diritto internazionale.

Non basta invocare una tregua se le armi continuano ad arrivare e se la popolazione civile resta prigioniera della violenza. Dobbiamo chiedere con forza il cessate il fuoco, l’accesso umanitario, la fine dell’occupazione e dell’assedio, la tutela dei civili, l’accertamento delle responsabilità per i crimini commessi, il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese e la sicurezza del popolo israeliano.

La sicurezza di Israele non può essere costruita sulla disumanizzazione dei palestinesi; la libertà dei palestinesi non può essere costruita sulla cancellazione della sicurezza degli israeliani.

Anche sull’Ucraina dobbiamo parlare con chiarezza: l’invasione russa è un’aggressione illegale e va condannata. Ma condannare l’aggressione non significa accettare che la guerra diventi l’unico linguaggio possibile, né rassegnarsi a un conflitto senza fine o alla trasformazione dell’Europa in una fortezza armata.

Avvertiamo la necessità di una soluzione politica, di un cessate il fuoco, di negoziati, del rispetto del diritto internazionale e della costruzione di una sicurezza comune europea. Non una sicurezza fondata sull’equilibrio delle armi, ma sulla fiducia, sulla diplomazia, sulla giustizia e sul disarmo.

A chi accusa il pacifismo di stare dalla parte dell’aggressore rispondiamo: noi stiamo dalla parte delle vittime. Delle vittime ucraine e palestinesi, dei bambini israeliani e dei bambini di Gaza, dei giovani russi mandati a morire, dei civili trasformati in bersagli.

Stare dalla parte della pace non significa confondere aggressore e aggredito. Significa rifiutare che altri esseri umani siano sacrificati sull’altare della geopolitica.

Legittima difesa e responsabilità

Proprio qui si colloca il problema più complesso della riflessione morale: è legittimo difendersi? E, nel caso di un’aggressione ingiusta, con quali mezzi?

La legittima difesa, proprio perché è difesa e non attacco, può avere come unico scopo quello di disarmare o respingere l’aggressore. Non può trasformarsi in rappresaglia o vendetta. La difesa violenta, quando viene considerata moralmente ammissibile, dovrebbe limitarsi al puro vim vi repellere: respingere la violenza con il minimo indispensabile di forza.

Secondo l’insegnamento tradizionale, perché si possa parlare di legittima difesa devono essere presenti alcune condizioni:

  1. una causa giusta, grave e diretta;
  2. un’autorità competente, legittimamente preposta alla tutela del bene comune;
  3. una retta intenzione, rivolta a respingere l’aggressione e a ristabilire una pace fondata sulla giustizia;
  4. il ricorso alla forza come ultima ratio, dopo aver esaurito le possibilità di soluzione pacifica;
  5. una ragionevole probabilità di successo, per evitare che al danno iniziale se ne aggiungano altri ancora più gravi;
  6. la proporzionalità tra il bene che si intende difendere e i danni provocati dall’azione militare.

Proprio quest’ultimo criterio è oggi al centro di un grande dibattito tra i moralisti cattolici. Le armi chimiche, biologiche e nucleari, la guerra aerea e le tecnologie contemporanee hanno una capacità distruttiva tale da rendere spesso impossibile qualsiasi proporzione tra il fine perseguito e il male prodotto.

Il principio della legittima difesa, dunque, non viene necessariamente negato sul piano teorico. Ciò che diventa altamente problematico è la possibilità concreta di esercitarlo con mezzi militari senza superare i limiti della difesa stessa.

Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes 79, riconosce il diritto alla legittima difesa in assenza di un’autorità internazionale competente ed efficace, ma precisa al tempo stesso che tale diritto è sottoposto a limiti rigorosi:

«E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. […] Ma altra cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, e altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. Né la potenza bellica rende legittimo ogni suo uso militare o politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto».

Il testo conciliare distingue dunque tra il diritto di difendersi e il modo in cui tale diritto viene esercitato. Una modalità può essere adeguata e proporzionata; un’altra può diventare abuso della legittima difesa.

Difendersi legittimamente dovrebbe significare fare il minimo indispensabile per disarmare l’avversario. Ma, nell’epoca delle armi contemporanee, questa possibilità sembra spesso un miraggio. Ciò che si realizza più facilmente è la ritorsione, la vendetta, la guerra totale. E questo non può mai essere considerato lecito.

Pio XII, in un’allocuzione del 19 ottobre 1953, formulò un principio ancora attuale:

«Non basta dunque doversi difendere da qualche ingiustizia per utilizzare il metodo violento della guerra. Quando i danni che questa comporta non hanno confronto con quelli dell’“ingiustizia tollerata”, si può avere l’obbligo di “subire l’ingiustizia”».

Queste parole non invitano alla passività, ma obbligano a interrogarsi sulla reale efficacia della difesa militare. Se essa non riesce a proteggere le persone, se moltiplica le vittime, distrugge le risorse, altera profondamente i rapporti internazionali e accresce il rischio di estensione del conflitto, allora può diventare non soltanto moralmente sproporzionata, ma anche concretamente inefficace e autodistruttiva.

Quale sovranità difendere?

La riflessione sulla legittima difesa è inseparabile da quella sulla sovranità nazionale. Nel documento La Santa Sede e il disarmo del 1976, i teologi erano invitati a ripensare il rapporto tra questi due concetti.

Considerare lo Stato come un’entità assolutamente autonoma e autoreferenziale, libera da ogni limite e da ogni autorità superiore, significa alimentare una fucina di rivalità, tensioni e violenze internazionali. La sovranità intesa come potere che non riconosce alcun superiore — superiorem non recognoscens — può forse apparire ordinatrice all’interno dei confini, ma diventa pericolosa quando molte sovranità assolute devono convivere senza un’autorità comune.

La storia moderna lo ha dimostrato. Le due guerre mondiali sono state la prova dell’instabilità di un sistema internazionale fondato su Stati che si considerano reciprocamente indipendenti, autosufficienti e privi di un’autorità capace di dirimere i conflitti.

Finché la sovranità sarà concepita come assoluta, il pericolo della guerra resterà sospeso sull’umanità. Per questo il criterio decisivo non può essere l’interesse di una singola nazione, di una classe sociale o di una parte del mondo. Deve essere il bene comune dell’umanità intera: la promozione della giustizia, di condizioni di vita eque e di una sicurezza condivisa.

Nel villaggio globale, l’umanità deve riconoscersi come un’unica grande famiglia. Difendere davvero una comunità non significa proteggerne soltanto i confini, ma contribuire a costruire le condizioni perché nessun popolo sia costretto a vivere nella paura, nella fame o nella guerra.

Naza: la violenza resa procedura

È questa la domanda che il documentario Naza porta dentro il cuore della nostra riflessione. Attraverso le testimonianze anonime di 24 militari e membri dell’intelligence israeliana, il film ricostruisce i meccanismi tecnologici e operativi alla base dei bombardamenti israeliani su Gaza e della morte di civili palestinesi.

A distanza di due anni da No Other Land, premiato con l’Oscar nel 2025, Yuval Abraham e Rachel Szor spostano radicalmente il punto di osservazione. Se il film precedente nasceva dalla condivisione diretta di un territorio e di una condizione di oppressione, Naza penetra all’interno dei dispositivi che hanno reso possibile la sistematica uccisione di civili nella Striscia di Gaza.

Il cuore del documentario è costituito dalle voci di militari e membri dell’intelligence coinvolti, a diversi livelli, nei sistemi di sorveglianza e di individuazione degli obiettivi. I loro volti sono oscurati e le loro identità protette. Le loro testimonianze raccontano una macchina bellica nella quale la tecnologia sembra aver progressivamente sostituito la responsabilità individuale.

È questa spersonalizzazione a risultare particolarmente inquietante. La morte non appare più come l’esito immediatamente riconoscibile di una decisione umana, ma come il risultato di una catena di procedure, dati, algoritmi e autorizzazioni. Ciascuno può così percepirsi soltanto come un ingranaggio.

Il titolo stesso allude alla trasformazione della vita umana in un dato numerico. Naza è infatti un acronimo utilizzato nell’intelligence militare israeliana per indicare il numero di vittime civili che si prevede possano essere provocate da un bombardamento. Una definizione apparentemente neutra e burocratica che, proprio nella sua neutralità, rivela l’orrore di un sistema capace di incorporare preventivamente la morte dei civili nel calcolo di un’operazione militare.

La violenza, in questo modo, smette di essere soltanto un atto e diventa un procedimento: qualcosa che può essere previsto, quantificato, autorizzato ed eseguito a distanza.

Le testimonianze mettono inoltre in discussione l’idea della precisione tecnologica delle operazioni. Una delle voci racconta il funzionamento di sistemi basati sull’intelligenza artificiale e riferisce di un margine di errore di almeno il 15 per cento nell’identificazione degli obiettivi. In uno dei territori più densamente popolati al mondo, l’errore di un algoritmo non resta confinato a uno schermo: può tradursi nella distruzione di un’abitazione e nella morte delle persone che vi si trovano.

La promessa della guerra «chirurgica» mostra così la propria contraddizione. Quanto più la distruzione viene affidata a sistemi sofisticati e impersonali, tanto più diventa facile occultare la concretezza delle sue conseguenze.

Il film è costruito quasi interamente nello spazio notturno dei tetti di Tel Aviv. Le interviste vengono immerse in una città che continua a vivere, attraversata dal traffico e dalle luci, apparentemente estranea alla devastazione che si consuma a poche decine di chilometri di distanza.

Si crea un contrappunto di grande forza cinematografica: da una parte Tel Aviv, luminosa, ordinata e quotidiana; dall’altra Gaza, quasi sempre assente dall’immagine e tuttavia continuamente evocata dalle parole di chi ha partecipato alle operazioni militari. La distanza geografica diventa distanza percettiva e morale.

Non mostrare Gaza non significa rimuoverla. Al contrario, rende più evidente il dispositivo attraverso cui una società può convivere con una violenza prodotta altrove. In questo senso il film richiama inevitabilmente la lezione de La zona d’interesse di Jonathan Glazer, qui produttore esecutivo: l’orrore viene collocato fuori campo e la normalità quotidiana diventa il dispositivo attraverso cui percepirne con maggiore forza la presenza.

Naza è dunque anche un film sul rapporto tra visibile e invisibile. Le immagini di Gaza sono relativamente poche: vediamo soprattutto volti cancellati, schermi, tetti, luci urbane e una città apparentemente normale. Proprio questa sottrazione produce un’inquietudine ancora più profonda, perché lo spettatore è costretto a immaginare ciò che la macchina da presa non mostra.

Attraverso questo coro di voci, il documentario diventa un atto d’accusa nei confronti del sistema che ha prodotto la devastazione di Gaza, ma anche il documento di una frattura interna. Alcuni degli uomini che raccontano quelle operazioni sembrano confrontarsi con la consapevolezza tardiva della propria partecipazione a un meccanismo di cui riconoscono ora la natura criminale.

Il film, tuttavia, evita una facile storia di redenzione. Ciò che interessa ad Abraham e Szor non è tanto la psicologia dei singoli, quanto il funzionamento di una macchina nella quale le responsabilità vengono distribuite e diluite.

È proprio questa attenzione ai meccanismi della violenza, più ancora della singola rivelazione, a rendere Naza un’opera necessaria. Il documentario non si limita a rappresentare la guerra: cerca una forma cinematografica capace di interrogare il modo in cui la guerra viene prodotta, autorizzata e resa compatibile con la normalità quotidiana.

La diserzione necessaria

Di fronte a questi meccanismi dobbiamo comprendere e sdoganare la parola diserzione. Non è un invito alla fuga dalle responsabilità. È, al contrario, il rifiuto consapevole di obbedire a una macchina che pretende di trasformare i giovani in carne da cannone e i cittadini in consumatori di propaganda.

Disertare significa non prestare il proprio cuore all’odio. Significa rifiutare la menzogna secondo cui l’altro popolo sarebbe un nemico assoluto, e non accettare che la patria diventi un idolo davanti al quale sacrificare la vita dei figli altrui.

Significa opporsi alla produzione, alla vendita e alla normalizzazione delle armi; scegliere l’obiezione di coscienza e la resistenza nonviolenta; accogliere i profughi; denunciare le responsabilità; prendersi cura delle vittime.

La diserzione evangelica è una forma alta di responsabilità. Non diserta dalla storia: diserta dalla sua logica omicida. Non abbandona chi è aggredito: abbandona l’idea che la risposta all’ingiustizia debba essere necessariamente un’altra violenza. Non è neutralità: è schierarsi dalla parte della vita.

Gandhi ci ha insegnato che la nonviolenza non è passività, ma forza morale e politica. Non consiste nel restare immobili mentre il male avanza; consiste nel sottrarre al male la nostra collaborazione.

Una macchina di guerra può funzionare soltanto se trova lavoratori, finanziatori, obbedienze, linguaggi, consenso e silenzi. Per questo la pace non è soltanto competenza degli Stati: è compito dei popoli, delle scuole, delle comunità, delle Chiese, dei luoghi di lavoro e delle città.

Aldo Capitini chiamava questa responsabilità omnicrazia: il potere di tutti, il potere delle persone comuni, delle coscienze che non delegano interamente ai governi la propria responsabilità.

Giorgio La Pira ci ha insegnato a pensare le città come luoghi di pace e i popoli come una sola famiglia. Una città non è davvero sicura quando sorveglia meglio i confini, ma quando nessuno è costretto a fuggire dalla fame, dalla guerra o dalla persecuzione.

La vera sicurezza nasce dai ponti, dagli ospedali, dalle scuole, dal lavoro dignitoso, dalla giustizia climatica e dalla cooperazione tra i popoli. Don Tonino Bello ci ha lasciato una parola che dovrebbe diventare un programma politico: convivialità delle differenze.

La pace non è soltanto assenza di bombardamenti. È imparare a sederci alla stessa tavola con chi è diverso da noi. È restituire un volto a chi la propaganda ha trasformato in un numero o in un bersaglio. Le guerre, diceva don Tonino, affondano le loro radici nella dissolvenza dei volti.

Preparare la pace

Fratelli e sorelle, la pace oggi deve diventare scandalosa: scandalosa davanti a chi guadagna dalla guerra, a chi vende armi e poi pronuncia discorsi umanitari, a chi piange per una vittima e resta indifferente davanti a un’altra.

Deve essere scandalosa davanti a chi chiede sacrifici ai poveri e finanzia nuovi arsenali, davanti a chi considera utopica la pace ma considera normale la preparazione della guerra.

Noi non vogliamo una pace armata fino ai denti. Vogliamo una pace disarmata e disarmante: una pace capace di disarmare le mani, ma anche le parole, le paure, i nazionalismi, gli interessi economici e le immagini del nemico.

Il Giro d’Italia per la Pace ci ricorda che nessuna città è periferica rispetto alla pace. Ogni piazza può diventare un cantiere, ogni scuola una scuola di pace, ogni comunità può scegliere se alimentare la rassegnazione o la speranza.

Il motto «Investi nella pace: per tutti, ovunque, ogni giorno» non è uno slogan. È una conversione dei bilanci, del linguaggio e della coscienza.

Allora oggi disertiamo. Disertiamo la guerra come destino, il riarmo come unica politica, il razzismo e l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni disprezzo dell’altro. Disertiamo l’indifferenza davanti a Gaza e all’Ucraina, la propaganda che ci chiede di scegliere quali morti meritino il nostro pianto, la rassegnazione che ci persuade dell’inevitabilità della violenza.

E scegliamo la pace concreta: il cessate il fuoco, la diplomazia, il diritto internazionale, l’accoglienza, il disarmo, la giustizia sociale, la cura della terra, la protezione dei civili e la libertà dei popoli.

Come scriveva David Maria Turoldo, la speranza cristiana non è evasione dal mondo: è una rivolta dell’amore contro ciò che sembra inevitabile.

Noi crediamo che la guerra non sia inevitabile. È una decisione umana. E ciò che gli esseri umani decidono, gli esseri umani possono rifiutarlo.

Perciò, in nome del Vangelo, dei bambini di Gaza, delle famiglie ucraine, dei giovani chiamati al fronte, dei poveri impoveriti dal riarmo e della terra ferita, proclamiamo:

non vogliamo prepararci alla guerra; vogliamo preparare la pace.

Non vogliamo essere soldati delle vostre guerre; vogliamo essere artigiani della fraternità.

Non vogliamo una patria armata contro qualcuno; vogliamo una patria riconciliata con l’umanità.

Non vogliamo vincere contro l’altro; vogliamo salvare insieme la vita.

E se questo sarà chiamato ingenuità, accetteremo il nome. Se sarà chiamato diserzione, lo porteremo come un titolo d’onore.

Perché verrà il giorno — e noi lavoriamo perché venga — in cui i bambini non impareranno più a distinguere il rumore di un aereo da quello di una bomba.

Quel giorno la pace non sarà più una preghiera detta dopo la guerra. Sarà la forma quotidiana della nostra civiltà.


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