
«Soltanto l’umorismo compie l’impossibile».
(Hermann Hesse)
Domenica scorsa Dostoevskij, oggi Hesse e compagnia filosofante. La domanda sorge spontanea: ma non sarà che la sto facendo troppo pesante?
Una settimana fa, parlando di felicità, concludevo il nostro caffè con un proposito abbastanza temerario: chiudere l’ombrello. Basta con l’infelicità sicura. Basta con quella prudenza che qualche volta chiamiamo saggezza soltanto perché abbiamo paura di darle il suo vero nome. Chiudiamo l’ombrello e proviamo a vivere.
Bello.
Entusiasmante.
Applausi.
Poi, però, piove.
E lì cominciano i problemi.
Perché vivere significa anche sbagliare strada, inciampare, sbagliare persone, dire la cosa giusta nel momento sbagliato e quella sbagliata nel momento giustissimo. Significa progettare accuratamente qualcosa che non accadrà e trovarsi improvvisamente dentro qualcosa che non avevamo progettato.
Significa, soprattutto, scoprire una verità poco edificante: non siamo esattamente la persona che pensavamo di essere.
Ed è qui che arriva Hesse.
Ne Il lupo della steppa, Harry Haller vive drammaticamente la propria scissione. Uomo e lupo. Spirito e istinto. Aspira a qualcosa di alto e, contemporaneamente, appartiene irrimediabilmente alla mediocrità del quotidiano.
In altre parole: vorrebbe essere sublime, peccato che sia umano.
Mi pare un problema abbastanza diffuso.
Hesse individua però una possibile via d’uscita: l’umorismo. Il romanzo conduce infatti Harry verso la possibilità di riconciliare le proprie contraddizioni proprio imparando a guardarle diversamente, persino ridendo di se stesso.
Scrive Hesse: «Soltanto l’umorismo, la stupenda invenzione di chi si vede troncata la vocazione alle cose più grandi, l’invenzione dei tipi quasi tragici, degli infelici dotati di massima intelligenza, soltanto l’umorismo (la trovata forse più singolare e geniale dell’umanità) compie l’impossibile, illumina e unisce tutte le zone della natura umana alle irradiazioni dei suoi prismi. Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non fosse rinuncia: tutte queste esigenze di un’altra saggezza di vita si possono realizzare unicamente con l’umorismo».
E questa cosa mi piace moltissimo.
Perché Hesse non sta dicendo semplicemente che bisogna essere allegri.
Sarebbe banale.
Sta dicendo qualcosa di molto più serio: dobbiamo imparare a vivere dentro le nostre contraddizioni senza pretendere continuamente di risolverle.
Essere nel mondo e, contemporaneamente, prenderne le distanze.
Possedere sapendo che perderemo.
Amare sapendo che possiamo essere abbandonati.
Desiderare sapendo che potremmo non ottenere.
Costruire sapendo che qualcosa crollerà.
E soprattutto avere delle convinzioni senza trasformarci nella caricatura delle nostre convinzioni.
Qui Hesse, almeno ai miei occhi, prende un caffè con Pirandello. E credo che i due avrebbero parecchie cose da dirsi.
Pirandello aveva perfettamente compreso che il comico nasce quando vediamo qualcosa che non torna, mentre l’umorismo comincia quando ci fermiamo e cerchiamo di capire perché non torna.
È il celebre passaggio dall’“avvertimento del contrario” al “sentimento del contrario”.
Prima rido. Poi penso. E magari smetto perfino di ridere.
La vecchia signora vestita e truccata come una ragazza può apparire ridicola. Poi immagino che forse lo faccia per conservare l’amore di un marito più giovane.
Ed ecco che qualcosa cambia. Non è cambiata lei. Sono cambiati i miei occhi.
L’umorismo fa precisamente questo: incrina la superficie delle cose e lascia intravedere la loro contraddizione. Nel saggio L’umorismo, Pirandello cerca proprio nella riflessione quella forza che smonta le apparenze e rivela quanto dolore e disordine possano nascondersi dietro ciò che vediamo. E forse è qui che l’umorismo diventa persino una forma di misericordia.
Verso gli altri. Ma soprattutto verso noi stessi. Perché siamo bravissimi a perdonare agli altri di essere umani, quando ci conviene. Con noi siamo molto meno generosi.
Abbiamo costruito una nostra biografia immaginaria nella quale dovremmo essere coerenti, forti, intelligenti, equilibrati. Poi arriva la vita e rovina la sceneggiatura. Grazie tante.
Avevamo preparato una parte magnificamente seria e scopriamo di essere finiti dentro una commedia.
Forse è anche per questo che Nietzsche amava tanto l’immagine della danza. Chi danza non ha eliminato la gravità. La sfida.
Il piede continua a pesare.
Il corpo continua a obbedire alla terra.
Eppure, per qualche istante, sembra volare.
Perché la leggerezza non è assenza di peso.
È un modo diverso di portarlo.
Ecco perché comincio a sospettare che l’umorismo sia una delle forme più alte della saggezza.
Non perché faccia ridere.
Ma perché ridimensiona l’io.
Ci ricorda una notizia che personalmente trovo molto rassicurante: il mondo non dipende interamente da noi.
Che sollievo.
Possiamo sbagliare.
Possiamo cambiare idea.
Possiamo scoprire di avere difeso per anni una convinzione sbagliata.
Possiamo persino pronunciare una frase intelligentissima e accorgerci cinque minuti dopo di avere detto una stupidaggine.
Succede.
Perfino a noi.
Soprattutto a noi.
Ed eccoci tornati al caffè della settimana scorsa.
Avevamo detto: chiudiamo l’ombrello.
Benissimo.
Ma chiudere l’ombrello significa anche accettare che ci bagneremo.
Che i capelli perderanno la piega.
Che le scarpe si sporcheranno.
Che qualcuno, vedendoci correre sotto la pioggia, penserà che siamo ridicoli.
E forse riderà.
A quel punto abbiamo due possibilità.
Possiamo offenderci.
Oppure possiamo guardarci.
Fradici.
Spettinati.
Convinti fino a cinque minuti prima di avere tutto sotto controllo.
E ridere anche noi.
Forse Hesse voleva portarci proprio lì.
Non verso una felicità che abbia finalmente sconfitto la tragedia, ma verso una saggezza capace di attraversarla senza diventare tragica essa stessa.
Perché la vita resta terribilmente seria.
Il dolore è serio.
L’amore è serio.
La morte è seria.
Proprio per questo, forse, non abbiamo alcun bisogno di aggiungere anche noi stessi alla lista delle cose da prendere sempre terribilmente sul serio.
Il caffè è finito.
Fuori non so se piove.
Ma l’ombrello, ormai, l’ho chiuso.
Adesso devo soltanto imparare a ridere di come corro.
In fondo, siamo tutti un po’ ridicoli. Per fortuna.

























