«La nostra vita è impossibilità, assurdità. Ciascuna delle cose che vogliamo è in contraddizione con le condizioni o le conseguenze ad esse collegate»

(Simone Weil)

Capita, a volte, che nel mezzo di una giornata qualunque Parigi si apra come un varco.
È successo anche a me, tempo fa, nei Giardini del Luxembourg. Passeggiavo tra le statue di regine e poetesse, quando ho avuto la fantasticheria – o forse l’impressione più reale di tante realtà – di vedere Simone Weil seduta su una panchina. Ho passato quasi trent’anni a studiarla, quindi potrete immaginare la mia sorpresa quando me la sono vista davanti: lei, la filosofa inquieta, la mistica laica, l’operaia, l’intellettuale che ha fatto della contraddizione non un inciampo, ma un metodo di verità.

Mi sono avvicinato. Intimidito e affascinato.
La sua bellezza inconsueta – trasandata solo per chi guarda in superficie – aveva qualcosa di magnetico: come un volto che non chiede di essere guardato, ma compreso.
E così è iniziato questa passeggiata impossibile, eppure vera.

Simone, se dovessi spiegare da dove nasce, per te, la contraddizione che attraversa tutta la nostra vita …da dove cominceresti?

«La nostra vita è impossibilità, assurdità. Ciascuna delle cose che vogliamo è in contraddizione con le condizioni o le conseguenze ad esse collegate… È che noi siamo contraddizione, perché siamo creature, siamo dio e infinitamente altri da Dio».

E allora come attraversarla, questa contraddizione? Come non scappare nella menzogna?

«Quando una contraddizione è un vicolo cieco che è assolutamente impossibile aggirare, se non con una menzogna, allora sappiamo che in realtà è una porta. Bisogna fermarsi e bussare, bussare, bussare instancabilmente, in uno spirito di attesa insistente e umile. L’umiltà è la virtù più essenziale nella ricerca della verità».

Una porta, sì, ma verso dove?

«Le correlazioni dei contrari sono una scala… giungiamo a un luogo in cui dobbiamo pensare insieme i contrari, ma non possiamo accedere al piano in cui essi sono legati. Lì dobbiamo attendere e amare. E Dio discende».

È come se la contraddizione diventasse uno strumento…

«Bisogna servirsi della contraddizione come di una pinza… per afferrare il vero reale, il trascendente, che il pensiero speculativo non può raggiungere. Se indeboliamo uno dei termini, indeboliamo la contraddizione stessa».

Forse tu ci sei riuscita davvero, ma l’esperienza comune rivela che il nostro sguardo, davanti alla contraddizione, spesso fugge.

«La menzogna è la fuga del pensiero davanti a una contraddizione essenziale… Tutto ciò che ci costringe a guardarla è un rimedio alla menzogna: sempre doloroso».

Ricordo, tu parli spesso di lacerazione…

«La contraddizione sperimentata fino in fondo è lacerazione. È la Croce… L’incapacità di pensare insieme la sventura degli uomini, la perfezione di Dio e il loro legame».

Parole dure, le tue: dunque, amare la verità significa accettare di essere strappati via?

«Amare la verità significa sopportare il vuoto, accettare la morte… Non si può amar la verità senza strappo. Non c’è amore della verità senza consenso totale alla morte».

E così la sofferenza diventa maestra: non c’è proprio altro modo?

«To pàthei màthos… È necessario soffrire per ricevere la saggezza, ed è necessario soffrire per donarla».

Allora è per questo che la luce fa paura?

«L’anima vuole unirsi alla verità solo nella notte… La prima unione avviene nella notte».

Ma come distinguere ciò che viene davvero da Dio dai nostri autoinganni?

«Le cose che vengono da Dio presentano tutti i caratteri della follia, eccetto la perdita del discernimento della verità e dell’amore per la giustizia».

Mi sono voltato un attimo, distratto dal volo di un pettirosso.
Quando ho riguardato al mio fianco, Simone non c’era più.
O forse non c’era mai stata. Forse me l’ero solo immaginata.
Ma le sue parole sì, erano lì, più vive della ghiaia sotto i miei passi.

Da allora, ogni volta che inciampo in una contraddizione – e capita spesso – provo a ricordarlo: non sempre è un muro. A volte è una porta.

E bisogna solo avere il coraggio e la perseveranza di bussare, bussare, bussare. Anche per sempre. Significa questo, vivere.


FontePhotocredits: immagine creata con AI (Copilot)
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

3 COMMENTI

  1. Paolo ti prego, se per caso t’incontri di nuovo con Simone Weil, salutamela con rispetto, grazie assai.

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