
La sinistra contemporanea sembra attraversare una crisi che va ben oltre la perdita di consenso elettorale: dalla centralità della questione sociale alla crescente attenzione per le identità individuali, fino all’accettazione del riarmo come necessità politica, rischia di smarrire quella tensione trasformativa che ne aveva definito la storia. Il problema, allora, non è soltanto ritrovare voti, ma recuperare una visione capace di tenere insieme libertà e uguaglianza, diritti e solidarietà, realismo e profezia, sicurezza e pace.
C’è un paradosso che attraversa oggi la sinistra occidentale e che meriterebbe una riflessione più seria di quella offerta dalla quotidiana polemica politica: una parte significativa della sinistra, nel tentativo di farsi interprete delle nuove battaglie culturali, ha progressivamente spostato il proprio baricentro dai diritti sociali ai diritti individuali.
Non si tratta di sostenere che i diritti individuali siano irrilevanti, né di contrapporre diritti civili e diritti sociali. Il problema nasce quando i primi finiscono per occupare quasi interamente lo spazio politico dei secondi e quando la sinistra assume, in maniera acritica e indiscriminata, alcuni tratti della cosiddetta cultura woke.
È qui che emerge una contraddizione profonda: la sinistra rischia di ritrovarsi dentro quello stesso orizzonte antropologico individualista che per decenni aveva criticato nel liberalismo economico e nel capitalismo neoliberale.
Ma la crisi non riguarda soltanto la questione sociale e quella identitaria. Si manifesta anche su un altro terreno decisivo: la guerra, la pace e il riarmo.
Ed è proprio qui che la contraddizione diventa ancora più evidente.
Dalla classe alla persona
La sinistra del Novecento aveva costruito gran parte della propria identità attorno alla questione sociale.
Il lavoro, il salario, la redistribuzione della ricchezza, la tutela dei lavoratori, la sanità pubblica, la scuola, la casa, la previdenza, i servizi sociali e la dignità delle condizioni materiali dell’esistenza costituivano i grandi capitoli attraverso i quali la sinistra interpretava la società.
Il soggetto politico era l’individuo, ma l’individuo dentro una struttura di relazioni sociali.
La domanda non era soltanto: «Quali diritti ha questa persona?».
Era anche: «In quale società vive? Quali rapporti economici condizionano la sua libertà? Quali disuguaglianze strutturali la limitano? Chi possiede la ricchezza? Chi possiede il potere? Chi rimane escluso?».
Con la crisi delle grandi culture politiche del Novecento, questa impostazione ha progressivamente perso centralità. La classe sociale è stata considerata da molti una categoria superata; la dimensione economica è stata affiancata, e talvolta sostituita, da quella identitaria.
Il conflitto sociale ha lasciato spazio al conflitto culturale.
La domanda «come redistribuiamo la ricchezza?» è stata progressivamente affiancata da domande come «come riconosciamo la mia identità?», «come garantiamo il riconoscimento della mia specificità?», «come proteggiamo il singolo dalle discriminazioni?».
Sono domande legittime.
Ma diventano insufficienti quando la dimensione individuale diventa l’unica grammatica attraverso la quale leggere la realtà.
Il merito e il limite della cultura woke
La cultura woke ha avuto il merito di rendere visibili forme di discriminazione e di esclusione che per lungo tempo sono state sottovalutate.
Il problema nasce quando questa sensibilità viene trasformata in una visione complessiva della società nella quale l’identità individuale diventa il principale luogo della politica.
La sinistra avrebbe dovuto esercitare maggiore capacità critica.
Avrebbe dovuto chiedersi se ogni rivendicazione individuale fosse automaticamente progressista; se ogni ampliamento delle possibilità individuali producesse necessariamente maggiore emancipazione; se la libertà del singolo potesse essere separata dalle condizioni economiche e sociali nelle quali quella libertà viene esercitata.
Invece, troppo spesso, ha finito per assumere la cultura identitaria in maniera quasi indiscriminata.
E questo ha prodotto uno slittamento significativo: dal cittadino al portatore di identità, dal lavoratore al soggetto individuale, dalla classe alla categoria, dalla solidarietà al riconoscimento.
Il sorprendente incontro con il liberalismo
Ed è qui che appare il paradosso.
Il neoliberalismo ha progressivamente trasformato il cittadino in consumatore, enfatizzando autonomia individuale, libertà di scelta, responsabilità personale e capacità dell’individuo di costruire autonomamente il proprio percorso.
Una parte della cultura progressista contemporanea sembra avere assunto una grammatica sorprendentemente simile, sebbene con finalità differenti.
Il centro dell’attenzione diventa sempre più l’individuo, la sua autodeterminazione, la sua identità, la sua autorappresentazione, il suo diritto a definire se stesso.
Ma se la politica si riduce alla massimizzazione delle possibilità individuali, che cosa rimane della critica sociale al capitalismo?
Si rischia di combattere il capitalismo come sistema economico e, contemporaneamente, di assumerne alcuni presupposti antropologici sul piano culturale: l’individuo come monade autonoma, la libertà come scelta personale, la società come semplice spazio nel quale esercitare le proprie preferenze.
Si combatte il mercato come sistema economico mentre si rischia di assumere il mercato come modello antropologico.
Quando la libertà diventa una merce
Il capitalismo contemporaneo ha imparato a trasformare quasi tutto in una possibilità di scelta.
Si sceglie cosa comprare, dove vivere, cosa consumare, come lavorare, come presentarsi, come comunicare, come costruire la propria immagine.
La libertà viene così progressivamente tradotta nella capacità di scegliere.
Ma una società nella quale tutto viene trasformato in scelta rischia di dimenticare una questione fondamentale: non tutte le scelte avvengono nelle stesse condizioni.
La libertà di un professionista economicamente garantito e quella di un lavoratore precario non sono equivalenti.
La libertà di chi possiede una casa e quella di chi vive in affitto con un salario insufficiente non sono equivalenti.
La libertà di chi può accedere a istruzione, salute e servizi di qualità e quella di chi ne è escluso non sono equivalenti.
Per questo una politica progressista dovrebbe tornare a interrogarsi sulle condizioni materiali della libertà.
Perché la libertà puramente formale può nascondere disuguaglianze sostanziali.
Una sinistra che ha smarrito la questione sociale
È forse qui che si trova uno dei problemi più seri della sinistra contemporanea.
Quando la politica si concentra prevalentemente sulle questioni identitarie, rischia di parlare soprattutto a chi possiede gli strumenti culturali per comprenderne il linguaggio.
Il lavoratore precario, l’operaio, l’impiegato con un salario insufficiente, il giovane che non riesce a rendersi autonomo, la famiglia schiacciata dal costo della vita possono non riconoscersi in una politica nella quale le grandi questioni simboliche sembrano avere sostituito quelle materiali.
Non perché quelle battaglie non siano importanti.
Ma perché la dignità non si difende soltanto attraverso il riconoscimento simbolico: si difende anche attraverso il salario, il lavoro, la casa, la salute, l’istruzione, il tempo libero, la sicurezza sociale.
Una politica può essere impeccabile nel linguaggio e fallimentare nella redistribuzione.
Questa contraddizione dovrebbe preoccupare soprattutto una sinistra che storicamente ha fatto della questione sociale uno dei propri principali terreni di battaglia.
E poi c’è la guerra: il grande smarrimento
Ma la difficoltà della sinistra contemporanea non riguarda soltanto la questione sociale.
Riguarda anche la guerra e la pace.
Su questo terreno la sinistra appare spesso priva di una linea realmente organica.
Da una parte continua a custodire una tradizione pacifista, internazionalista, antimilitarista, critica della logica dei blocchi e della corsa agli armamenti.
Dall’altra, di fronte alla brutalità delle guerre contemporanee e alla necessità di garantire la sicurezza degli Stati, tende ad accettare la logica del riarmo come una necessità quasi inevitabile.
E qui emerge una difficoltà politica e culturale: la sinistra sembra spesso limitarsi a registrare il mondo così com’è, invece di interrogarsi radicalmente su come dovrebbe essere.
Il problema non è sostenere che la sicurezza non sia necessaria.
Il problema è quando la sicurezza diventa il limite ultimo dell’immaginazione politica.
Il realismo politico senza profezia
La sinistra contemporanea rischia così di attestarsi su un realismo politico privo di profezia.
Realismo, nel senso di riconoscimento dei rapporti di forza, delle minacce, degli interessi geopolitici, della necessità della deterrenza, della possibilità concreta del conflitto.
Ma privo di profezia perché sembra avere smarrito la capacità di dire che un altro ordine internazionale è possibile e necessario.
Il realismo può spiegare perché gli Stati si armano.
Può spiegare perché si preparano alla guerra.
Può spiegare perché la deterrenza viene considerata necessaria.
Ma non può diventare la giustificazione per cui la guerra viene semplicemente accettata come una componente permanente della storia.
Una sinistra che si limita a dire «purtroppo il mondo è questo» ha già rinunciato a una parte fondamentale della propria funzione storica.
Perché la politica progressista, se vuole conservare un significato, non dovrebbe limitarsi a fotografare la realtà.
Dovrebbe anche immaginare ciò che ancora non esiste.
Il riarmo come destino?
Il punto più delicato riguarda il riarmo.
È evidente che gli Stati abbiano il diritto e il dovere di proteggere i propri cittadini. È altrettanto evidente che viviamo in un contesto internazionale nel quale non si può semplicemente ignorare la minaccia militare.
Ma proprio per questo sarebbe necessario un pensiero politico più ambizioso.
Il riarmo può essere considerato una necessità contingente.
Non dovrebbe diventare un destino storico.
Perché se ogni crisi produce nuovo riarmo, se ogni riarmo alimenta nuova diffidenza, se ogni nuova diffidenza produce ulteriori investimenti militari, rischiamo di entrare in una spirale nella quale la sicurezza di ciascuno viene costruita attraverso l’insicurezza dell’altro.
La domanda politica dovrebbe allora essere:
come uscire da questa spirale?
Non semplicemente:
come armarci meglio?
La prima domanda appartiene alla politica.
La seconda rischia di appartenere soltanto alla logica strategica.
10-bis. Il retaggio irrisolto della cultura militarista
C’è poi un’ulteriore contraddizione che merita di essere presa in considerazione: la sinistra contemporanea sembra non riuscire a riscattarsi completamente da un antico retaggio di cultura militarista.
È una contraddizione che può apparire paradossale, soprattutto se si pensa alla lunga tradizione pacifista, antimilitarista e internazionalista che ha attraversato una parte importante della storia della sinistra. Eppure, proprio guardando alla storia, emerge un dato più complesso: la sinistra non è stata soltanto la cultura della pace e dell’internazionalismo. È stata anche, in diverse esperienze storiche, cultura dello Stato, della potenza, della liberazione armata, della rivoluzione e della conquista del potere.
Il Novecento ha lasciato in eredità questa ambivalenza.
Da una parte il rifiuto della guerra imperialista, l’opposizione alla corsa agli armamenti, l’idea della fratellanza tra i popoli e la speranza di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione.
Dall’altra, la convinzione che la violenza potesse talvolta essere uno strumento necessario della storia; che la forza potesse essere posta al servizio dell’emancipazione; che la guerra, se combattuta dalla parte «giusta», potesse persino assumere una funzione liberatrice.
Questo retaggio non è stato mai completamente elaborato.
E forse è proprio per questo che, di fronte alle guerre contemporanee, una parte della sinistra mostra una singolare oscillazione: condanna la guerra in linea di principio, ma fatica a sottrarsi fino in fondo alla sua logica quando essa viene presentata come necessaria, difensiva, inevitabile o moralmente giustificata.
Naturalmente, riconoscere il diritto di un popolo a difendersi da un’aggressione non significa automaticamente diventare militaristi. Sarebbe una semplificazione ideologica sostenere il contrario. Il problema nasce quando il diritto alla difesa viene progressivamente assorbito dentro una cultura politica nella quale l’accumulazione delle armi, la deterrenza e la superiorità militare finiscono per diventare l’unico linguaggio attraverso cui pensare la sicurezza.
È qui che il realismo rischia di trasformarsi in conformismo.
La sinistra, che storicamente avrebbe dovuto interrogare criticamente i meccanismi del potere, rischia allora di assumere senza più sottoporle a critica le categorie fondamentali della geopolitica dominante: equilibrio delle potenze, deterrenza, blocchi contrapposti, sicurezza armata, aumento delle spese militari.
E così si produce un’altra singolare metamorfosi: una cultura politica nata anche dalla critica della forza come principio ordinatore della società finisce per accettare la forza come inevitabile principio ordinatore delle relazioni internazionali.
Il problema non è il riconoscimento della realtà. Le guerre esistono, le aggressioni esistono, gli Stati devono confrontarsi con minacce reali.
Il problema è un altro: la realtà deve necessariamente diventare la misura dell’immaginazione politica?
Se la politica accetta che la guerra sia inevitabile, che il riarmo sia permanente, che la deterrenza sia l’unica garanzia di sicurezza e che i rapporti tra i popoli debbano essere regolati principalmente dalla forza, allora essa rinuncia alla propria funzione più alta: trasformare ciò che esiste.
La sinistra, in particolare, dovrebbe interrogarsi sul proprio rapporto con la forza.
Perché non basta dichiararsi contro la guerra quando essa è lontana o quando appare chiaramente ingiustificabile. La vera questione è se si è capaci di mettere in discussione la cultura della guerra anche quando essa assume il volto rassicurante della necessità, della sicurezza o della difesa dei valori occidentali.
Questo non significa disarmo unilaterale ingenuo, né pacifismo irresponsabile. Significa piuttosto rifiutare l’idea che il riarmo rappresenti l’unica forma possibile di realismo.
Una politica capace di uscire dal retaggio militarista dovrebbe chiedersi non soltanto come rafforzare gli arsenali, ma come rafforzare la diplomazia; non soltanto come aumentare la deterrenza, ma come costruire condizioni di sicurezza reciproca; non soltanto come vincere una guerra, ma come evitare che la pace diventi semplicemente l’intervallo tra due guerre.
Forse il vero riscatto della sinistra da questo retaggio consiste proprio qui: smettere di pensare la pace come una parentesi concessa dalla forza e ricominciare a pensarla come un progetto politico da costruire attraverso istituzioni, relazioni, cooperazione e giustizia internazionale.
In caso contrario, il rischio è che anche sul terreno della guerra la sinistra finisca per smarrire la propria funzione storica.
Prima ha smarrito, almeno in parte, la centralità della questione sociale.
Poi ha rischiato di assumere una concezione dell’emancipazione sempre più individualizzata.
Ora rischia di accettare la cultura del riarmo come l’orizzonte inevitabile della politica internazionale.
E così, ancora una volta, il realismo senza profezia diventa adattamento.
Ma una forza politica che si limita ad adattarsi al mondo così com’è può forse amministrarlo. Difficilmente riuscirà a trasformarlo.
Una sinistra senza utopia perde la propria identità
C’è una ragione per cui questo problema dovrebbe interessare particolarmente la sinistra.
La sinistra storicamente non è nata soltanto per amministrare meglio l’esistente.
È nata anche dalla convinzione che l’esistente potesse essere trasformato.
Il movimento operaio non si limitava a chiedere salari leggermente migliori: immaginava una società diversa.
Il pacifismo non si limitava a chiedere una gestione più efficiente degli eserciti: immaginava un mondo nel quale la guerra potesse essere progressivamente superata.
L’internazionalismo non si limitava a registrare gli interessi nazionali: tentava di costruire forme di solidarietà oltre i confini.
Oggi, invece, una parte della sinistra sembra aver sostituito l’utopia con la gestione.
Dalla trasformazione alla governabilità.
Dalla profezia alla compatibilità.
Dalla pace come orizzonte alla sicurezza come priorità.
Dalla critica del sistema alla sua amministrazione.
Ed è una trasformazione politica enorme.
Il problema della coerenza
La questione diventa allora quella della coerenza.
Non si può criticare il capitalismo perché produce individualismo e contemporaneamente costruire una politica interamente centrata sull’individuo.
Non si può denunciare le disuguaglianze e poi lasciare la questione sociale sullo sfondo.
Non si può parlare di pace e contemporaneamente considerare il riarmo come unico orizzonte realisticamente praticabile.
Non si può rivendicare una politica di trasformazione sociale e poi accettare che la geopolitica venga considerata un territorio nel quale valgono soltanto i rapporti di forza.
Una politica progressista dovrebbe essere capace di tenere insieme realismo e profezia.
Il realismo serve a non scambiare i desideri per realtà.
La profezia serve a non scambiare la realtà per destino.
È proprio la seconda dimensione che oggi sembra mancare.
Una nuova questione sociale e una nuova idea di pace
Forse ciò di cui abbiamo bisogno non è una nuova guerra culturale, ma una nuova questione sociale e, insieme, una nuova cultura della pace.
Una questione sociale adeguata al XXI secolo dovrebbe occuparsi contemporaneamente di lavoro e identità, di salari e discriminazioni, di povertà e libertà, di precarietà e autodeterminazione.
Una nuova cultura della pace dovrebbe invece interrogarsi non soltanto su come difenderci dalla guerra, ma su come costruire le condizioni perché la guerra non sia considerata l’inevitabile destino delle relazioni internazionali.
Questo significa investire nella diplomazia, nella cooperazione internazionale, nella costruzione di istituzioni sovranazionali più autorevoli, nella prevenzione dei conflitti, nella giustizia internazionale, nella sicurezza condivisa.
Non significa essere ingenui.
Significa avere un progetto.
Tra realismo e profezia
Il vero problema della sinistra contemporanea non è semplicemente che abbia perso voti o che non sappia più comunicare.
È più profondo.
Ha progressivamente smarrito una parte della propria visione del mondo.
Ha lasciato che la questione sociale venisse oscurata dalla questione identitaria.
Ha assunto, almeno in parte, una concezione individualistica dell’emancipazione che presenta sorprendenti punti di contatto con l’individualismo prodotto dalla cultura liberista.
E, sul terreno della guerra e della sicurezza, rischia di essersi rifugiata in un realismo politico che riconosce perfettamente la durezza del mondo ma sembra non avere più il coraggio di immaginare un mondo diverso.
Il realismo è necessario.
Ma un realismo senza profezia diventa rassegnazione.
La politica ha bisogno di conoscere i rapporti di forza, ma anche di domandarsi se quei rapporti di forza debbano necessariamente rimanere tali.
Ha bisogno di sapere che cosa è possibile oggi, ma anche di indicare ciò che dovrebbe diventare possibile domani.
Per questo la sinistra dovrebbe forse tornare a porsi alcune domande elementari e radicali:
Chi sta peggio?
Perché sta peggio?
Chi trae vantaggio dall’attuale distribuzione del potere e della ricchezza?
Quali condizioni rendono realmente libera una persona?
Quale società vogliamo costruire?
E quale mondo vogliamo lasciare alle generazioni future?
E, soprattutto, davanti alla guerra:
vogliamo soltanto imparare a convivere con la guerra, oppure vogliamo ancora avere l’ambizione politica di costruire la pace?
È qui che si misura la differenza tra una politica che semplicemente amministra il presente e una politica che osa progettare il futuro.
Perché il realismo dice ciò che è possibile oggi; la profezia indica ciò che non è ancora possibile, ma che dobbiamo avere il coraggio di rendere possibile.
E forse è proprio questa capacità di tenere insieme questione sociale, libertà, solidarietà, sicurezza e pace che la sinistra contemporanea deve ancora ritrovare.
Non per tornare semplicemente al passato.
Ma per tornare ad avere un futuro.


























