«Il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra (…) è di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti»

(Simone Weil)

«Guardava l’orologio con la pazienza stanca di chi ha imparato a non aspettarsi nulla ma continua a sperarci ancora un po’»

(Emma Cortesi da La portinaia del 17)

Cos’altro deve fare Israele (e il suo governo, “democraticamente eletto”) per suscitare la giusta indignazione generale e la risposta severa ed efficace della comunità internazionale allo scopo di far smettere le sue atrocità, la sua pulizia etnica, i suoi crimini contro l’umanità, il suo genocidio dei Palestinesi?

Ogni giorno vien fuori che l’escalation delle brutalità dello stato ebraico, dette e fatte, continua imperterrita.

Il ministro Ben Gvir che dice, coram populo, senza provare un briciolo di vergogna che “a Gaza si dovrebbero uccidere 30 o 40 persone ogni notte”, “perché non degne di vivere, in quanto neanche persone”,  come se non lo facessero già dal giorno successivo alla tregua, quando cioè si è passati dal massacro di oltre un centinaio di gazawi al dì a poco meno della metà in quello che è stato correttamente definito “il prosieguo della guerra a più bassa intensità”.

Per non dire di quella foto orribile, scattata in Cisgiordania, passata dalle agenzie e gli organi di stampa, in cui si vede un Palestinese cui hanno marchiato braccio e fronte con un numero, cosa, peraltro, ammessa dall’IDF e documentata da un video.

Il paragone con le atrocità naziste non è peregrino, né tanto meno fuori luogo.

L’unica differenza che all’epoca del terzo reich il mondo non era capillarmente informato come lo è oggi.

Eppure sembra che l’indignazione per simili condotte criminose e criminogene, che dovrebbe accomunare tutto il globo terracqueo, non è condivisa, anzi viene sempre insozzata da quei distinguo pelosi, e allo stesso tempo demenziali, su cui s’attarda la “meglio intellighenzia” del pianeta.

Quelli che “Israele ha il diritto di difendersi”, “Però il 7 ottobre …” “Hamas si nasconde negli ospedali”, giù giù fino a “Tutti i Palestinesi sono terroristi”.

Ora, credo di poter affermare, senza tema di smentita, che si sia passato il segno.

La violenza continua, nei fatti e nelle parole. I paesi occidentali continuano a fornire armi allo stato della stella di David. Gli USA non arretrano di un passo nell’appoggiare il governo di Benjamin Netanyahu. E tutto non solo non cambia, ma peggiora.

Ma la gente comune, che è ormai assuefatta, perché ha “normalizzato” nella sua testa questo scempio, di fronte a nuove immagini e a nuove notizie che provengono dal Vicino Oriente ( quando ai media mainstream, collusi con la politica, queste notizie gli scappano di darle), ha un guizzo di ribellione.

Solo che non sa che fare. Ciò che è molto frustrante. Ma che soprattutto dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, il totale scollamento tra la classe politica e dirigente, più in generale, e la popolazione residente, quella che, col suo lavoro, crea la ricchezza di un Paese e mantiene tutto il sistema socio-politico e produttivo. Ma che, nel momento delle scelte, conta sempre meno.

Ma che può fare la gente comune di concreto per porre un argine a questa situazione che va avanti da troppo tempo?

Si parla di boicottare i prodotti provenienti da Israele quali “avocado, datteri, agrumi e melagrane, oltre a vini, prodotti farmaceutici (come quelli della multinazionale Teva) e articoli di tecnologia o giocattoli”.

Ma, ad essere onesti, non pare la via più efficace da percorrere.

Questo perché la scelta deve essere politica e delle istituzioni compatte come un sol uomo. E ogni singolo stato, che riconosca in Israele lo stato genocida che è, ha il dovere di agire con uniforme coerenza e senza tentennamenti.

Sono i governi che devono dire basta, magari dopo aver consultato il “popolo sovrano”, come le vere democrazie (esistono ancora? Se sì, battete un colpo, please …).

Ragion per cui, per quanto assai commendevole, quasi teneramente emozionante, appare di poca efficacia la proposta del prof. Mazzarella, docente di filosofia all’Università di Napoli Federico II, fatta con lettera al giornale dei vescovi L’Avvenire, di candidare i bambini di Gaza al premio Nobel per la pace 2026, che viene, ogni anno assegnato a Oslo.

La scarsa efficacia della proposta poggia su due fatti.

Il primo è che quel premio da tempo è ormai squalificato poiché è stato assegnato a gente che poi si è rivelata di poco attaccamento alla Pace (dolce eufemismo), quali Henry Kissinger, tra le altre cose, ispiratore del golpe in Cile del 1973 (stesso anno della vittoria del premio); Barack Obama nel 2009, poi orchestratore, tra l’altro, dell’annientamento, a suon di bombe NATO, del regime libico di Gheddafi; la UE, in seguito rivelatasi più guerrafondaia che mai (leggi alla voce “tentativi di pacificazione nella guerra Russia-Ucraina), in barba ai suoi principi costitutivi e alla sua storia pregressa. Senza dimenticare la venezuelana Machado che forse ora sarà contenta dell’invasione statunitense della sua patria, (da lei sempre invocata, alla faccia della Pace e del patriottismo), dove il regime autoritario post Maduro non è cambiato di una virgola, salvo garantire al potente vicino lo sfruttamento dei pozzi petroliferi come fossero cosa USA.

Per tacere che si voleva (non so se si vuole ancora, da parte della Meloni, ad esempio) assegnarlo a Trump.

Il secondo è che, a parte le legittime adesioni alla proposta, son piovuti tanti distinguo, perché chi vi ha dissentito si è chiesto, tra le altre cose,  quali siano i meriti dei bimbi gazawi per accedere alla candidatura.

Per loro non si tratta del fatto di mantenere viva nell’opinione pubblica la memoria della strage. Non si tratta di un fatto simbolico (e i simboli spesso hanno un impatto efficace e potente).

Si tratta proprio di una capacità letterale di operare per la Pace.

Ecco, per questi soggettoni, il fatto che quei bambini siano morti li esclude automaticamente dal concorrere.


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Nata a Corato, cresciuta a Ruvo di Puglia, mi sono laureata all’Università degli studi di Bari e ho insegnato per 38 anni scolastici tra le province di Milano e di Bari Diritto ed Economia Politica. Mi piacciono i libri, non da bibliofila, ma da lettrice, il cinema e la musica (Prince su tutti) e coltivo queste mie passioni costantemente. Amo la buona compagnia, ma anche un’operosa solitudine. Credo nei valori della libertà, dell’uguaglianza, del rispetto di tutte le persone e di tutte le opinioni. Detesto gli integralismi di ogni forma.

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