L’eco di Ovidio nel teatro di Shakespeare

Ciò che mi affascina da sempre di Shakespeare è la straordinaria maestria con cui ha saputo dialogare con i giganti del passato. Riconoscere come il Bardo abbia tratto linfa vitale da un altro immenso genio come Ovidio non scalfisce minimamente la sua grandezza. Al contrario, rivela la magia di una letteratura senza tempo, capace di rinascere, trasformarsi e parlare con sconcertante attualità al nostro presente.

Quando pensiamo alle grandi tragedie dell’amore sfortunato — quelle segnate dal destino avverso, dall’incomunicabilità e dal peso soffocante delle convenzioni sociali — la memoria corre quasi inevitabilmente alla Verona di Romeo e Giulietta. Ci tornano in mente i due giovani amanti, la faida secolare tra le loro famiglie, il sotterfugio tragicamente fallito e quell’epilogo devastante che ha fatto la storia del teatro. Eppure, la bellezza della grande letteratura risiede proprio nella sua natura intertestuale, in quella capacità quasi magica di far riecheggiare le storie attraverso i secoli. Per plasmare la sua tragedia più iconica, infatti, William Shakespeare non ha inventato tutto dal nulla, ma ha attinto a piene mani dall’eredità del mito classico.

La matrice concettuale di quel dramma, già dotata di tutti gli ingredienti della tragedia perfetta, era stata tracciata ben milleseicento anni prima da un poeta romano di straordinaria modernità: Ovidio. Nelle sue Metamorfosi, Ovidio racconta la vicenda di Piramo e Tisbe, una storia ambientata nell’antica Babilonia che sembra contenere, in nuce, l’intero scheletro di ciò che vedremo poi sul palco elisabettiano.

Piramo e Tisbe sono vicini di casa, cresciuti l’uno accanto all’altra e uniti da un sentimento profondo. Tuttavia, le rispettive famiglie ostacolano fermamente la loro unione, proibendo ogni forma di contatto. I due giovani, però, trovano una via di fuga nella struttura stessa delle loro dimore: una piccolissima fessura nel muro di confine che separa le due proprietà. È attraverso quel silenzioso varco che si scambiano sussurri, confidenze e, infine, l’ostinato piano di fuggire insieme. L’appuntamento viene fissato di notte, al di fuori delle mura cittadine, sotto la chioma di un gelso dai frutti bianchi, nei pressi di una fonte.

Ed è qui che l’imprevisto fa precipitare gli eventi. Tisbe giunge per prima sul luogo dell’incontro, ma l’arrivo improvviso di una leonessa con le fauci ancora imbrattate dal pasto precedente la costringe a rifugiarsi in una grotta. Nella concitazione della fuga, la ragazza lascia cadere il proprio velo. L’animale, incuriosita, lo dilania macchiandolo di sangue prima di allontanarsi. Poco dopo sopraggiunge Piramo. Alla vista delle impronte della fiera e del velo insanguinato dell’amata, il giovane trae la conclusione più affrettata e drammatica: Tisbe è stata sbranata, ed è tutta colpa sua. Trafitto dal rimorso e dal dolore, sguaina la spada e si toglie la vita. Quando Tisbe riemerge dal riparo e scopre il corpo dell’amato ormai agonizzante, ne comprende il fatale fraintendimento e, travolta dalla disperazione, impugna la medesima arma per unirsi al suo destino. Il sangue dei due amanti, assorbito dalle radici del gelso, macchierà per sempre i frutti dell’albero, trasformandoli da bianchi in rosso scuro.

Per Shakespeare, lettore raffinato ed entusiasta delle fonti classiche, questo mito rappresentò molto più di una semplice trama. Il genio del Bardo non risiede nel creare intrecci del tutto inediti, ma nella capacità di sublimare la materia narrativa esistente, spogliandola dell’elemento favolistico o metamorfico per calarla nella complessa dimensione psicologica, poetica e politica della Verona rinascimentale.

In entrambe le storie ritroviamo infatti la medesima architettura: l’ostacolo insormontabile della società o della famiglia, un canale fragile attraverso cui comunicare (che sia la crepa in un muro di cinta o un balcone a notte fonda), un malinteso basato su un indizio fuorviante — come il velo insanguinato per Ovidio o la pozione che simula la morte per Shakespeare — e infine quell’epilogo doppiamente tragico, dettato dall’impulsività del dolore.

A dimostrazione di quanto avesse cara la lezione di Ovidio, Shakespeare volle persino rendere un omaggio esplicito e consapevole a questa storia all’interno di un’altra sua celebre opera: Sogno di una notte di mezza estate. Nella commedia, la drammatica vicenda di Piramo e Tisbe viene messa in scena da uno sgangherato gruppo di artigiani in occasione di un matrimonio aristocratico. La rappresentazione si trasforma in una parodia brillante ed esilarante, dove gli attori arrivano a personificare letteralmente il “Muro” facendosi passare le dita per fessura o il “Leone”. È una raffinata operazione meta-teatrale con cui Shakespeare dimostra di conoscere a fondo la natura umana, evidenziando come la linea che separa la grande tragedia dell’errore dalla farsa involontaria sia spesso sottilissima.

A secoli di distanza, il dialogo ideale tra Ovidio e Shakespeare continua a interrogarci. La risposta al perché queste narrazioni mantengano inalterato il proprio fascino risiede forse nell’accuratezza con cui descrivono l’impulsività e la fragile potenza della passione giovanile. Raccontano quel corto circuito emotivo per cui un dettaglio mal interpretato, un ritardo o un silenzio improvviso vengono percepiti come un verdetto definitivo. Piramo e Tisbe, proprio come Romeo e Giulietta, continuano a ricordarci la forza travolgente dei sentimenti, ma anche l’importanza cruciale della lucidità e della comunicazione.

Una lezione d’amore e di vita che, a distanza di millenni, non ha perso un solo grammo della sua dolorosa e affascinante verità.


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Visionaria e curiosa mi piace guardare oltre, scrutare ogni possibilità che possa arricchirmi di conoscenza. Una laurea in Lingue, studi in Marketing e Destination Management, da sempre appassionata d’arte, felice autodidatta in pittura a olio, master in Mediazione Culturale Museale, specializzata nella progettazione di Servizi Educativi e didattici per musei e istituti scolastici di ogni ordine e grado, ideatrice e curatrice di progetti artistici, curatrice di mostre d’arte presso Duomo40 Spazio d’Arte e Design a Barletta, con una profonda passione per ciò che emoziona perché arriva dalla pancia e dall’inconscio! L’emozione non può essere ragionata! Mamma curiosa e iperattiva di due gioielli e di un pelosetto scuro, non posso fare a meno di documentarmi, cercare, viaggiare, scoprire e confrontarmi con menti altrettanto sensibili e curiose per arricchirmi egoisticamente! Convinta da sempre che essere gentili faccia vivere meglio e renda gli animi leggeri, lo consiglio sempre a tutti!

2 COMMENTI

  1. Nel 1573 Torquato Tasso aveva composto la favola pastorale “Aminta”, con un intreccio identico salvo che nel finale. Un pastore, Aminta, s’innamora di una ninfa mortale, Silvia, ma non viene ricambiato subito. Dafne, amica di Silvia, cerca di convincere Silvia ad accettare l’amore di Aminta, mentre Tirsi consiglia al protagonista di recarsi alla fonte dove si bagna di solito la ninfa. Silvia viene aggredita alla fonte da un satiro che si appresta a violentarla, quando interviene Aminta che la salva. Ma lei, ingrata, scappa senza ringraziarlo. Aminta trova un velo appartenente a Silvia sporco di sangue e pensa che sia stata sbranata dai lupi. Addolorato per la presunta morte dell’amata, decide di suicidarsi gettandosi da una rupe. Silvia, che in realtà non è morta, ricevuta la notizia del suicidio di Aminta, presa dal rimorso e resasi conto di amarlo, si avvicina al corpo piangendo disperata. Ma Aminta è ancora vivo, perché un cespuglio ha attutito la caduta: egli riprende i sensi, e la vicenda si conclude col coronamento dell’amore tra i due.

  2. L’episodio della morte apparente indotta per mezzo di una pozione in “Romeo e Giulietta” di Shakespeare, invece, lo ritroviamo nel romanzo “Ettore Fieramosca” (1833) di Massimo d’Azeglio: Cesare Borgia, intenzionato a rapire la bella Ginevra di Monreale, le somministra durante una cena a casa della stessa una pozione che la farà sembrare morta.
    Simile episodio anche ne “Il Conte di Montecristo” di A Dumas (1844-46): a Valentine de Villefort il Conte dà un farmaco che le provoca una morte apparente, per consentirle di fuggire col suo amato Maximilien Morrel.
    In sostanza “Niente di nuovo sotto il sole”: nessuno a questo mondo inventa qualcosa partendo da zero. Si utilizza sempre ciò che già esiste.

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