
«La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo»
(Walter Bonatti)
La montagna non ci chiede mai chi siamo stati.
Non le interessa sapere se un tempo correvamo maratone, se eravamo più forti, più giovani, più allenati. La montagna ci incontra sempre nel presente, nel punto esatto in cui siamo arrivati. E lì ci misura.
La scorsa settimana ho camminato molto. Con me c’erano i miei figli: il maggiore in tutte le escursioni, l’altro solo per un giorno, entrambi con la forza e l’energia dei trent’anni. Io ho ormai imparato che il corpo custodisce una memoria che non basta da sola. Ricorda le imprese passate, ma pretende anche rispetto per i limiti del presente.
Sul Fravort, per esempio, la fatica si è fatta sentire. Il caldo, l’acqua insufficiente, il respiro che chiedeva pause più frequenti del previsto. Eppure, proprio lì, mentre il passo rallentava, la montagna ha iniziato a parlarmi.
Perché la montagna è una grande smentita dell’illusione contemporanea secondo cui tutto dovrebbe essere immediato.
Ogni cima insegna l’attesa.
Nessuno raggiunge una vetta con un clic. Nessuno accorcia davvero una salita. Ogni metro va conquistato. Ogni tornante va attraversato. Ogni tratto esposto richiede attenzione. Ogni passo è un piccolo atto di fiducia.
Per questo la montagna è davvero una palestra di vita.
Ci abitua al sacrificio senza trasformarlo in sofferenza inutile. Ci educa alla perseveranza senza concedere scorciatoie. Ci ricorda che esistono risultati che non possono essere comprati, delegati o improvvisati.
Molte delle cose più importanti della nostra esistenza assomigliano a una salita.
Educare un figlio.
Costruire una relazione.
Studiare.
Restare fedeli a una scelta.
Niente cresce in fretta. Tutto richiede tempo, pazienza e il coraggio di mettere un passo davanti all’altro anche quando la meta sembra lontana. Persino impossibile.
E poi c’è il silenzio.
In città il silenzio è quasi sempre un’assenza. In montagna, invece, è una presenza.
Camminando tra i boschi, sulle creste o sulle pietraie, accade qualcosa di raro: il rumore esterno diminuisce e quello interiore emerge. Pensieri dimenticati tornano a galla. Preoccupazioni che sembravano enormi perdono consistenza. Domande antiche riacquistano voce.
La montagna non parla.
Eppure continua a dire, se sai ascoltarla.
Forse perché il silenzio non serve a togliere parole, ma a restituire significato a quelle essenziali.
Nelle ore trascorse a camminare ho pensato che la nostra società ha sviluppato una straordinaria capacità di accumulare informazioni e una crescente difficoltà ad ascoltare. Sappiamo quasi tutto, ma raramente sostiamo. Corriamo da un impegno all’altro e finiamo per dimenticare la direzione.
Ecco, la montagna obbliga alla direzione.
Una salita richiede di sapere dove si sta andando.
Come la vita. Se non vuoi smarrirti. E smarrirsi, in montagna come nella vita, è davvero pericoloso.
Ma c’è un’altra lezione che porto a casa da quei sentieri.
Ogni escursione, prima o poi, sfocia nella luce.
Può essere una radura dopo il bosco fitto. Può essere una forcella raggiunta dopo uno strappo faticoso. Può essere una vetta da cui lo sguardo finalmente si apre. Può essere ritrovare un vecchio amico, come Tiziano, o incontrarne uno nuovo, come Michele, Giuseppe, Bruno e la sua famiglia. Perché nella fatica vera le persone si rivelano. E gli incontri, in montagna, sono quasi sempre incontri autentici.
Sia come sia, la luce arriva puntuale dopo un attraversamento.
Mai prima.
Credo sia vero anche per le nostre esistenze.
Le stagioni più luminose sono spesso precedute da tempi di incertezza. Le consapevolezze più profonde maturano dopo la fatica. Le gioie più autentiche nascono da un cammino, non da un regalo del caso.
Forse è per questo che continuiamo a salire.
Non per conquistare una cima.
Le montagne, in fondo, non hanno bisogno di essere conquistate.
Siamo noi ad aver bisogno di essere trasformati.
Partiamo cercando un panorama e torniamo con una verità: che la felicità non sta in cima, sta nel cammino che conduce verso la luce.
Paolo Cognetti: «La montagna non è solo nevi e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura».
Walter Bonatti: «Negli assoluti silenzi, negli immensi spazi, ho trovato una mia ragione d’essere, un modo di vivere a misura d’uomo».
Ancora Bonatti: «La montagna più alta rimane sempre dentro di noi».





























