
“O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi”
(Dante, Inferno, XXVI)
Siamo nel XXVI canto della Divina Commedia, nell’ottava bolgia, nell’ottavo cerchio dell’Inferno che è dedicato ai consiglieri di frode; Virgilio si rivolge ad Ulisse punito in questo canto, per aver trascinato la “compagnia picciola” di viaggio nel suo folle volo. Si narra anche la sua morte: la hybris di Ulisse lo rovina per smania di conoscenza, dopo aver oltrepassato le colonne d’Ercole, naufragando miseramente prima di sbarcare sull’isola dove trova la montagna del Purgatorio.
Quando ho iniziato a scrivere per Odysseo mi sono macchiato della stessa colpa che ci descrive Omero, d’altronde da sempre ho desiderato essere un navigatore della conoscenza, me l’ha ripetuto il mio Direttore, l’ho letto, appunto, da Omero, me l’ha mostrato Christopher Nolan nella sua recentissima “Odissea”.
Al netto di tecnicismi con imax e roba del genere, la curiosità era capire come il regista americano avesso pensato di riproporre sul grande schermo, nel 2026, un poema epico che ha attraversato epoche e intere generazioni.
La domanda al centro dell’opera di Christopher Nolan è antica quanto l’uomo: cosa rappresenta davvero un eroe? La risposta non risiede nella forza, nella gloria, nè tantomeno nella vittoria. Ulisse è l’emblema di un’intelligenza in grado di attraversare il caos, senza perdere la propria umanità. Da leader e commander n chief, soffre il peso delle decisioni e si rende conto che ogni guerra, anche prolifica, si trasforma in una vittoria di Pirro, lasciando una sconfitta dentro chi l’ha combattuta.
Accanto a lui e al volto segnato di Matt Damon, Nolan, con bellezze del calibro di Anne Hathaway, Charlize Theron, Zendaya, Lupita Nyong’o, restituisce finalmente centralità anche a molte figure femminili: Penelope, Atena, Circe, Calipso ed Elena. Non sono semplici luoghi in cui approdare, ma indicano modi diversi di esercitare potere, cura e determinazione. È soprattutto nel loro sguardo che Ulisse comprende il significato più profondo del proprio viaggio, sfuggendo all’occhio critico e severo di Polifemo e abbandonandosi al canto delle sirene, metafora di un ego spropositato, espressione di un desiderio il cui orizzonte si allontana puntualmente.
Poco edificante il dibattito sulla maggiore o minore fedeltà al testo originario. Non può esserci totale veridicità nella lunga tradizione orale e interpretativa di secoli di narrazione poiché ognuno riscrive i miti a proprio modo. Il lungometraggio di Nolan riflette sulla nascita delle civiltà e sulla difficoltà a ricostruire dopo la distruzione. Argomenti appannaggio del mondo contemporaneo trafitto da guerre e cattiveria.
Nolan compie un upgrade. Non inneggia all’inganno ma mostra le conseguenze morali delle gesta, declino coinciso con la caduta di Troia, il cavallo su quella spiaggia è costato dieci anni di bramose strategie, pagate a caro prezzo con la vita di Sinone (Elliot Page) e con l’ascesa di Antinoo (Robert Pattinson) a capo dei proci. Questo non è il trionfo dell’eroe: è il momento in cui un uomo supera il limite e viola le leggi di Zeus. È la perfetta allegoria del nostro tempo, in cui il successo viene spesso misurato solo dal risultato, tralasciando l’aspetto etico con cui è stato conquistato.
Ulisse alla fine ritrova se stesso nella trepidante e ventennale attesa del suo cane Argo, negli occhi di suo figlio Telemaco (Tom Holland), attraversando l’esilio e il dolore della propria coscienza.
Ed è forse proprio questo il suo viaggio più importante.























