Un prete né “pretificato”, né pietrificato
Ci sono preti che, con il passare degli anni, finiscono per essere “pretificati”: prigionieri del ruolo, della funzione, delle rubriche, dell’autoreferenzialità. Più custodi dell’istituzione che servitori del Vangelo.
E ci sono preti che diventano pietrificati: incapaci di lasciarsi ferire dal dolore del mondo, irrigiditi nelle loro certezze, immobili davanti alle domande nuove della storia. Hanno conservato la fede, ma hanno smarrito lo stupore.
Don Antonio Mazzi non è stato né l’uno né l’altro.
Non è stato un prete “pretificato”, perché ha preferito l’odore delle periferie al profumo delle sacrestie. Ha consumato il suo ministero tra ragazzi difficili, tossicodipendenti, carcerati, famiglie ferite. Sapeva che il Vangelo non si custodisce sotto una teca: si sporca di polvere, di lacrime e di speranza.
Non è stato neppure un prete pietrificato. Si è lasciato continuamente inquietare dalla vita. Ha cambiato linguaggi, ha rischiato strade nuove, ha provocato coscienze. Talvolta ha persino scandalizzato i benpensanti, perché preferiva essere frainteso dagli osservanti piuttosto che assente accanto agli ultimi.
È rimasto semplicemente un prete. Un uomo che non ha fatto della tonaca una corazza né del ministero un piedistallo. Un sacerdote che ha conservato un cuore vulnerabile, capace di indignarsi e di commuoversi, di gridare e di abbracciare.
Forse è questa l’eredità più preziosa che ci consegna: ricordarci che il contrario della santità non è il peccato, ma la pietrificazione del cuore; e che il contrario del ministero non è la debolezza, ma la sua riduzione a mestiere.
Don Antonio ci lascia l’immagine di un prete che non si è lasciato trasformare né in una funzione né in una statua. È rimasto un discepolo in cammino, con il Vangelo in una mano e l’uomo nell’altra.























