
Un viaggio tra storia e memoria
È il 17 aprile. Sono trascorsi ormai due mesi dalla “Giornata del ricordo” e si avvicina la festa della liberazione d’Italia dal nazi-fascismo. Con un gruppo di docenti provenienti da tutta Italia, ci rechiamo in Friuli Venezia Giulia per ripercorrere le pagine più buie della storia del nostro Paese attraverso testimonianze, lezioni e visite guidate. Si tratta di un viaggio organizzato dal Ministero del Merito e dell’Istruzione, a completamento di uno specifico percorso di formazione finalizzato a favorire la programmazione di attività educativo-didattiche sulla storia della Frontiera adriatica. L’itinerario attribuito al nostro gruppo riguarda gli anni compresi tra la Prima guerra mondiale e la Guerra fredda.
Nello Smart Space della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia e poi nel Museo della Grande Guerra presso Monte San Michele, l’intelligenza artificiale ci regala un’esperienza immersiva di apprendimento davvero unica. Indossiamo i visori, comodamente seduti su poltrone girevoli, e d’improvviso il cuore sobbalza. Veniamo catapultati dentro un ospedale per feriti di guerra, poi in mezzo ad uno scontro a fuoco sulla montagna e, ancora, all’interno di una galleria scavata nella roccia, dove, tra i bombardamenti e il gocciolamento del soffitto, ufficiali dell’esercito si scambiano fugacemente informazioni strategiche o aspettano tremanti il momento propizio per uscire allo scoperto. In una trincea veniamo avvolti dalla nube tossica del gas asfissiante, mentre i soldati cadono al suolo sotto i nostri occhi e il nemico, protetto da un’apposita maschera, si avvicina per verificare se siano ancora vivi. Tutto tremendamente e magicamente realistico. Poi, con un salto negli anni della Guerra fredda, eccoci a Gorizia, al Valico di Casa rossa, sulla vecchia frontiera tra Italia e Jugoslavia, dentro un’auto di contrabbandieri sottoposta ad un controllo di polizia durante la notte. Infine su un aeroplano militare sorvoliamo la valle, che con le vite perdute condivide il dolore, spogliata com’è del suo verde oggi tanto rigoglioso. Volteggiando, mi toglie il fiato e mi regala finalmente una straordinaria sensazione di pace. Qui diventa impossibile trattenere la commozione mentre si odono le parole del poeta Ungaretti, tornato in quei luoghi nel 1966: “Quella pietraia – a quei tempi resa, dalle spalmature appiccicose di fango colore come d’una ruggine del sangue, infida a chi, tra l’incrocio fitto del miagolio delle pallottole, l’attraversava smarrito nella notte – oggi il rigoglio dei fogliami lo riveste. È incredibile, oggi il Carso appare quasi ridente. Pensavo: ecco, il Carso non è più un inferno, è il verde della speranza”.
Togliamo i visori e d’un colpo siamo di nuovo nel presente. Ne usciamo profondamente scossi e per un po’ ci guardiamo stupiti senza commentare. Per alcuni minuti abbiamo abbandonato le nostre vesti di studiosi imparziali della storia e abbiamo concesso alle emozioni di attraversarci. Invece che come specchi deformanti, esse si sono rivelate scalpelli, in grado di imprimere quei fatti nella nostra memoria, e microscopi con i quali penetrarli più a fondo. Penso a quanto sarebbe meraviglioso poter fare lezione di storia in questo modo!
Lasciamo il passato virtuale per percorrere i luoghi reali della Grande guerra sul Monte San Michele, che ora mi sembrano vivi. Attraversiamo gallerie e cannoniere su un terreno sassoso, che ben restituisce l’idea della fatica disumana a cui sono stati costretti i soldati che scavavano nella roccia come talpe. Ad ogni esplosione, che trasformava quegli stessi sassi in armi, deve essere diventato un terreno minato. Ci fermiamo davanti ai memorali ai caduti italiani e ungheresi e ascoltiamo alcune storie dalla voce della guida.
Riprendiamo un po’ di fiato con una piacevole pausa a San Martino del Carso, resa celebre dall’omonima poesia di Ungaretti. Ci rechiamo al Sacrario militare di Redipuglia, inaugurato nel 1938 per ospitare più di 100.000 caduti della Grande Guerra, di cui oltre 60.000 ignoti. L’altisonante retorica fascista del sacrificio per la patria, celebrata al suo ingresso attraverso alcune targhe commemorative, risuona nella maestosità del monumento e insiste attraverso quella terribile parola del rituale appello fascista, “Presente!”, scolpita su ogni sepoltura; infine culmina in cima al Sacrario, sul tetto di una cappella decorato da tre croci, che evoca il Golgota. Ma si infrange rumorosamente contro l’attuale consapevolezza dell’inutilità e della follia di quella strage. Troppe le giovani vite rimaste abbagliate da ideali illusori e fragili, cavie del primo conflitto tecnologico e industriale della storia, vinto più per stanchezza che per merito!
Una domanda mi accompagna fin dall’inizio del viaggio: è possibile dimenticare i torti subiti? E, se no, è possibile almeno una riconciliazione che superi il turbinio delle emozioni, ancora vive e brucianti, e vinca la tentazione di scambiare le cause dei fatti con la loro giustificazione?
Ad un solo chilometro più avanti mi sembra che una risposta mi venga incontro: sul portale d’ingresso del Cimitero austro-ungarico di Fogliano, dove riposano 14.550 soldati caduti in questa zona, campeggia l’iscrizione “Im Leben und im Tode vereint”, ovvero “Uniti nella vita e nella morte”. Il dolore, mi dico, è la cifra dell’umanità, la comune radice della grande famiglia umana. Esso non risparmia nessuno, neanche il più malvagio tra gli esseri umani, cosicché per tutti è esperienza di finitudine e uguaglianza. E così si colloca al di là di ogni divisione e ideologia. Per pura coincidenza un gruppo di ungheresi si raduna, proprio in quel momento, davanti ad una grande croce e intona un bellissimo canto, accompagnato da una lunga preghiera. Restiamo immobili lì, italiani e ungheresi, nella tiepida luce del pomeriggio, ignari del significato di quelle parole e dei volti delle vittime commemorate, ma uniti dal comune sentimento di fragilità evocato dalla musica corale, dal tono dimesso della voce e dal rito solenne.
Giungiamo infine a Gorizia, terra di confine, a lungo contesa e martoriata. La piazza della Transalpina è l’emblema della divisione e contemporaneamente della riconciliazione: il confine, segnato ormai solo sulla carta geografica, l’attraversa dividendola in due metà. Basta muovere un passo al di là del suo centro o sedersi al di là di quel pezzo di muro che divise l’Italia dall’ex Jugoslavia, dal 1947 al 2004, che si è già in Slovenia. A sostenere ancora una speranza di pace vi sono la targa che riporta la frase “Insieme in Europa”, affissa su quel che resta della prima cortina di ferro della Guerra fredda, e lo slogan “Go! 2025 – Borderless”, ovvero “senza confine”, scelto per denominare la prima capitale della cultura europea transfrontaliera, Gorizia e Nova Gorica. A dispetto di quella ignobile scritta sul Monte Sabotino, che porta il nome di “Tito”, visibile dalla stessa piazza, risalente alla fine degli anni ’70 e periodicamente rinfrescata da impavidi nostalgici. Un nome che tra la gente friulana è ricordato ancora con terrore. Come traspare chiaramente dalla testimonianza dell’anziana signora Orietta che, nel primo giorno del nostro viaggio, ci aveva raccontato di suoi concittadini portati via con la forza dai partigiani titini, i quali, a guerra appena conclusa, durante i quaranta giorni di occupazione jugoslava della Venezia Giulia, irrompevano nelle case dei civili e ne facevano perdere definitivamente le tracce. Molti furono gettati nelle foibe, altri furono deportati, altri uccisi e abbandonati chissà dove. Come il suocero di un altro testimone, catturato e fatto sparire mentre andava a registrare all’anagrafe sua figlia appena nata, solo perché qualcuno aveva udito la moglie esprimere preoccupazione per la possibile annessione di Gorizia alla Jugoslavia. Il periodo addirittura peggiore di tutta la guerra, a detta della signora Orietta.
Quel passato brucia ancora sulla pelle dei testimoni, certamente. Né si potrebbe pretendere il contrario. La storia parla chiaro. Solo per citare un caso: nel 2020, nella zona del Kočevski Rog, in Slovenia, nelle immediate vicinanze di un vecchio ospedale partigiano, furono riesumati da una cavità profonda 14 metri i corpi di 100 adolescenti, di età tra i 15 e i 17 anni, e di 5 donne, su un totale di 250 salme, che, come è stato accertato, furono fucilati dall’Ozna, la polizia politica jugoslava. E, dall’altra parte, come si può dimenticare l’oppressiva discriminazione degli slavi in Istria, durante il fascismo, che portò all’assassinio di tanti innocenti? Come il maestro di musica Lojze Bratuz, morto dopo due mesi di agonia per essere stato costretto a bere olio di macchina come punizione per aver diretto un’esibizione corale in lingua slovena, autorizzata dalla Questura, a Piedimonte/Podgora. E che dire delle atrocità commesse dall’esercito italiano e da quello tedesco, durante l’occupazione della Jugoslavia, dal 1941, dirette a reprimere la resistenza jugoslava? A questo scopo furono adoperati metodi stragisti a danno di civili, anche solo sospettati di collaborazione con i partigiani jugoslavi: rappresaglie, fucilazioni di ostaggi, distruzione di villaggi, confisca del bestiame, stragi e deportazioni in campi di internamento.
Mi chiedo, perciò, se una riconciliazione sia ancora possibile. Forse sì, visto che quella ed altre scoperte in Slovenia sono avvenute per volontà di un’apposita Commissione italo-jugoslava ideata fin dagli anni ’90. Si tratta di uno dei tanti passi avanti compiuti dagli storici, dallo Stato italiano e da quello sloveno per disincrostare la memoria collettiva dai pregiudizi, dalla strumentalizzazione politica dei fatti e dai tabù. Come quello dell’equiparazione del comunismo storico al nazifascismo, accomunati dalla soppressione delle libertà fondamentali e da crimini orrendi. Ed è ancora Gorizia che testimonia questa ferma volontà di superare le divisioni, riportando alla luce la nuda verità dei fatti e riconoscendo nella dignità umana l’unico limite invalicabile e di fatto valicato dalle ideologie estremiste del ‘900. Nel 2024, davanti al liceo goriziano “Dante Alighieri” è stato installato un pannello dedicato a due studentesse, entrambe “vittime di opposte ideologie”, Norma Cossetto e Milojka Štrukelj: la prima violentata e gettata ancora viva dai titini nella foiba di Villa Surani, solo perché donna istruita e figlia di un podestà; la seconda, partigiana della resistenza comunista jugoslava, vittima dei nazifascisti.
Si è fatto tardi, il nostro viaggio volge ormai al termine. Nel bus continuiamo a riflettere, a scambiarci esperienze di lavoro e, perché no, anche di vita. Coltiviamo insieme la speranza di poter far dono ai nostri studenti di quanto di così prezioso abbiamo imparato, umanamente e professionalmente. Perché, se, di fronte a tanta violenza e a tanta ingiustizia, i sopravvissuti sono ancora emotivamente e giustamente troppo coinvolti, tocca allora a noi posteri e alle future generazioni impegnarsi a cercare e a far conoscere la verità. Con quella giusta distanza storica che, pur non disdegnando l’empatia come ulteriore chiave di lettura dei fatti, consente di leggerli e interpretarli senza pregiudizi. Lontano abbastanza per vederci chiaro e per riconoscere anche le zone grigie, ma non troppo, per poter restare umani e allontanare, così, l’eterna tentazione di ripetere quegli errori.



























