
La condizione dell’infanzia in Palestina
Quando anni fa mi interessai all’Olocausto e allo sterminio nazista di tutti i “diversi”, lessi talmente tanti libri che ad un certo punto dovetti smettere perché non riuscivo più né a sopportare né a spiegarmi le ragioni di tanta lucida crudeltà, nonostante avessi preso in esame diversi modelli interpretativi. Eppure da allora mai ho smesso di domandarmi, di approfondire, di scrivere, di insegnare quella storia, di visitare i luoghi della memoria. Sapevo che conoscerlo sarebbe stato quanto meno necessario per prevenire fenomeni analoghi e magari più subdoli e difficili da riconoscere, ma credevo che nulla avrebbe eguagliato o superato quell’orrore, almeno nelle stesse forme manifeste, perché una memoria storica così ben consolidata, in contesti democratici, avrebbe costituito un potente e duraturo antidoto contro ogni ritorno al passato.
Ma la storia, si sa, non è costituita solo da eventi unici e irripetibili in sé stessi, né segue un andamento progressivo. Essa, piuttosto, conosce momenti di regresso, conquiste e disfatte, e sempre è possibile, pur con il dovuto occhio critico dello storico, rinvenire analogie e similitudini. Oggi, documentandomi sulla questione palestinese e impegnandomi attivamente nel mio piccolo per difenderne la causa, devo riconoscere che l’irreversibilità del tempo storico sia stata un’illusione. D’altra parte Primo Levi aveva avvertito: “se è accaduto una volta, può accadere di nuovo”. E un’angoscia più grande mi assale perché tutto continua a consumarsi sotto i nostri occhi e nonostante gli sforzi della società civile per fermare queste atrocità.
Mentre i media sono impegnati a fare da megafono alle idee medievali di Vannacci e alle lotte di potere sulla legge elettorale, il 23 giugno è stato diffuso il “Rapporto della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta sul Territorio Palestinese Occupato, incluse Gerusalemme Est, e Israele”, che, dopo altri quattro documenti, esamina le violazioni e i crimini israeliani commessi specificatamente contro i bambini palestinesi dal 7 ottobre 2023 al 31 marzo 2026, con un’attenzione particolare alla Striscia di Gaza. La Commissione conclude configurando quei crimini come crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio (pagg. 76-83).
In merito a quest’ultimo, la cartina di tornasole è costituita dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948) che, all’art. 2 definisce tale crimine come “ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
- a) uccisione di membri del gruppo;
- b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
- c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
- d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
- e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro”.
Come è evidente, nella definizione di “genocidio” è essenziale la constatazione dell’“intenzione”, oltre che degli atti in sé stessi. Ebbene, dopo aver raccolto numerose prove dell’esistenza di una deliberata volontà genocidiaria, la Commissione “ha rilevato che le autorità israeliane e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso e continuano a commettere” i primi quattro atti di genocidio nella Striscia di Gaza con l’intento specifico di distruggere in tutto o in parte, il gruppo palestinese, in quanto tale. Di questi – precisa – solo il quarto non si applica ai bambini ed è solo per questa ragione che in tale documento non è stato preso in considerazione, ma comunque è stato constatato in un altro rapporto del settembre 2025 (pag. 77).
Chi avesse coraggio, forza, tempo e pazienza di leggere le 94 pagine di questo documento, scoprirà che i crimini contestati commessi sui minori vanno dalla detenzione arbitraria alla sparizione, dalla tortura alla violenza sessuale, dal trattamento disumano e degradante alle uccisioni mirate.
Dal 7 ottobre 2023 al 7 ottobre 2025 almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti a Gaza. Molti i bambini colpiti “consapevolmente e prevedibilmente” (pag. 61) anche durante le pause nei combattimenti, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 ed entro o in prossimità di un’indefinita e mobile “linea gialla”, con droni di precisione, che non avrebbero potuto commettere errori anche ad elevate distanze, mentre i piccoli giocavano o partecipavano ad un momento conviviale con la propria famiglia, mentre si trovavano in strutture chiaramente e visibilmente designate come rifugi dell’ONU, comprese le scuole; molti colpiti alla testa o al petto, come un neonato mentre veniva allattato; altri rimasti vittime di bombardamenti non preceduti da un ordine di evacuazione o comunque avvenuti immediatamente dopo o durante la diramazione dell’ordine, motivo per cui è altamente probabile che le evacuazioni siano una strategia per radunare i palestinesi in un unico luogo e rendere in tal modo più facile la loro eliminazione (pagg. 8-19, 61-63).
Ma, come le lettere b) e c) del succitato articolo 2 della Convenzione ci rammentano, recependo chiaramente la lezione storica dell’Olocausto, l’annientamento passa anche attraverso la disumanizzazione dell’altro. E allora lo sterminio non basta. Tra le pagine che seguono si dipana una carrellata inenarrabile di orrori perpetrati non solo dai soldati israeliani e corredati da ignobili atteggiamenti e commenti di scherno e derisione, ma anche dai coloni della Cisgiordania: bambini di meno di cinque anni rapiti dai coloni mentre giocavano fuori dalla loro casa, minacciati con un coltello, legati ad un albero usando fascette di plastica; ragazzi quindicenni, anche disabili, catturati mentre pascolavano il bestiame e picchiati, calciati, bendati, spogliati; altri detenuti in celle di soli adulti con le gambe incatenate e le mani ammanettate così strette da sanguinare, denudati, senza assistenza medica, senza acqua né cibo, né coperte, costretti a bere la propria urina, torturati con scosse elettriche inferte mediante un ago inserito nella spalla, percossi quotidianamente, affetti da scabbia e da dissenteria letali dovute alle pessime condizioni igieniche, abbandonati per strada dopo la detenzione e quindi incapaci di ritornare dalla famiglia, se sopravvissuta (pagg. 25-28, 63-64). Già Francesca Albanese nella sua raccolta di rapporti per l’ONU, intitolata “Inside”, aveva esaminato la condizione dell’infanzia palestinese nelle carceri (e non solo), evidenziando la dimensione dell’arbitrarietà e della brutalità della detenzione di bambini molto piccoli, seguita a processi della durata di soli tre minuti, senza alcuna possibilità di entrare in contatto con i propri famigliari e con gli avvocati, protratta a tempo indeterminato.
Ancor più raccapricciante è il paragrafo dedicato alla “violenza sessuale e di genere contro i bambini palestinesi”. Qui l’abitudine di denudare pubblicamente le vittime di ogni età ricorda molto da vicino l’analogo “rito” compiuto nei lager nazisti, che però, nell’era dei social, ha il volto nuovo di una più ampia e degradante spettacolarizzazione dell’umiliazione inferta alla dignità umana: “ragazzi fotografati e filmati in circostanze umilianti e degradanti mentre venivano sottoposti ad atti di natura sessuale, inclusa la nudità pubblica forzata”, come nel caso di due ragazzi adolescenti costretti a ballare quasi nudi davanti agli altri detenuti e ad una soldatessa che rideva mentre li filmava. Chi è abbastanza forte da reggere i racconti di queste barbarie, sfogli pure le pagine 29-31. Molti di questi video sono finiti su gruppi di messaggistica israeliani e sui social media, come quelli che ritraggono soldati intenti a profanare i giocattoli in mezzo alle macerie, appendendoli alle armi, tra risa e commenti sadici, “con la chiara consapevolezza dei comandanti israeliani [e] un tacito consenso da parte delle forze di sicurezza israeliane” (pag. 59). Per la Commissione è chiarissimo che “la violenza sessuale e di genere viene utilizzata nel contesto della detenzione e degli arresti come metodo di guerra e intimidazione contro i bambini palestinesi” (pag. 32) sfruttando “le vulnerabilità uniche dei bambini – la loro fragilità fisica, la dipendenza emotiva e lo stigma culturale legato alla vittimizzazione maschile – per infliggere traumi profondi e irreversibili” (pag. 31). Il tutto in “un clima di totale impunità” (pag. 71).
Ma non sono i fatti il punto. Come nell’Olocausto, occorre focalizzare l’attenzione non tanto sui fatti, che anzi rischiano di alimentare il gusto del macabro, quanto sul loro significato: come allora, ora tutto accade con la stessa lucida sistematicità, con la stessa crudeltà, la stessa anaffettività e la stessa impunità, rese possibile dalla distanza sociale tra la vittima spersonalizzata e il carnefice (Z. Bauman, “Modernità e Olocausto”) e dalla separazione della vittima dalla vita umana (G. Agamben, “Homo sacer”); ora come allora, tutto accade con il preciso e dichiarato “intento di umiliare” e di “punire” creando un “clima di disumanizzazione” per annientare un intero gruppo. Come dimostrano non solo gli atteggiamenti ma anche le esplicite dichiarazioni degli aguzzini, che definiscono tutte le loro piccole vittime come “terroristi” e “assassini”, se non addirittura come “animali umani”, e concepiscono ogni atto genocida come “punizione collettiva” per la strage del 7 ottobre.
La Commissione evidenzia che la distruzione del popolo palestinese non è solo fisica ma anche psicologica, e che i danni inferti alla salute mentale e alle condizioni di vita dei bambini non si limiteranno solo alle vittime attuali ma anche alle generazioni future. Infatti, sul piano dalla sopravvivenza e della salute fisica, lo sviluppo demografico è compromesso oltre che dallo sterminio anche dallo stress delle madri che, unitamente all’emergenza sanitaria (malnutrizione, distruzione di ospedali, carenza di medicinali ecc.) ha provocato l’aumento degli aborti spontanei, delle nascite premature e con disabilità. Sul piano psicologico e della salute mentale, si rilevano tra i minori disturbi dello sviluppo e della comunicazione, problemi di linguaggio (dalla balbuzie al mutismo selettivo), ansia, depressione e tentativi di suicidio, disattenzione, isolamento sociale, aggressività. L’esposizione “cronica e incessante” dei bambini di Gaza al trauma costituisce una condizione chiamata “stress traumatico continuo” che “ha la capacità di generare un grave trauma intergenerazionale, come dimostrato tra i figli e i nipoti di altre atrocità […] con conseguente trasmissione psicologica ed epigenetica di questo trauma che influenzerà le generazioni future” (pag. 57). E per finire, la Commissione prevede “un arretramento di 69 anni nell’indice di sviluppo umano di Gaza” per la “perdita di capitale umano, unita alla distruzione fisica delle infrastrutture” educative (pag. 44), e per i gravi danni a lungo termine arrecati dagli attacchi e dalla chiusura delle scuole, all’apprendimento e allo sviluppo del linguaggio e delle competenze di alfabetizzazione e calcolo.
Si capisce allora perché “la categoria dei bambini palestinesi è centrale per stabilire l’intento genocida delle autorità israeliane e delle forze di sicurezza” (pag. 79), come emerso, del resto, dalle esplicite dichiarazioni di membri della Knesset di “non voler lasciare neanche un singolo bambino gazawi lì” (pag. 19): “Poiché i bambini incarnano la continuità biologica e sociale del gruppo, la Commissione ha motivi ragionevoli per concludere che questi atti fanno parte di una strategia deliberata per distruggere il futuro dei palestinesi a Gaza, prendendo di mira i loro bambini. […] i bambini rappresentano i futuri portatori della loro identità collettiva e della loro resilienza. Colpendo i bambini, Israele sta erodendo la struttura fondamentale della società palestinese, indebolendo la vitalità demografica e la capacità complessiva del popolo palestinese di sostenere ed esercitare il proprio diritto a determinare il proprio futuro come popolo” (pag. 80). Esattamente come nell’Olocausto, esattamente come in ogni altro genocidio, qualsiasi forma e proporzione esso assuma.
Ma per quali ragioni, soprattutto dopo questo Rapporto, dovremmo avere il coraggio di chiamare questa terribile strage con il suo nome, “genocidio”? E perché dovremmo avere un coraggio ancora più grande nel paragonarlo all’Olocausto? Perché, in generale, individuare analogie è importante almeno tanto quanto individuare le differenze?
Alla prima domanda mi sembra si possano offrire diverse risposte. Chiamarlo sterminio o genocidio non è la stessa cosa, innanzitutto sotto il profilo giuridico perché, come abbiamo visto, la specifica configurazione di questo crimine, essendo normata dal diritto internazionale, comporta delle precise sanzioni e degli obblighi ben determinati, tra cui quello delle imprese e degli Stati di interrompere qualsiasi relazione commerciale, e non solo la vendita di armi, con i paesi responsabili, come ben ha spiegato F. Albanese nel succitato testo. Non a caso, nelle raccomandazioni finali, la Commissione chiede, tra le altre cose, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di “vietare ogni commercio militare bidirezionale con Israele e imporre sanzioni immediate e ampie, inclusi divieti di viaggio, congelamento dei beni e restrizioni finanziarie” (pag. 86).
In secondo luogo, anche a prescindere dall’inquadramento giuridico, un genocidio è moralmente ben più grave di uno sterminio perché l’intento che lo sostiene lo rende potenzialmente più duraturo e disastroso e perché svela le reali motivazioni di un’aggressione così pervasiva e duratura. Se Israele, creatura occidentale, è nata per proteggere “un popolo senza terra” dalle persecuzioni nazifasciste e si è mantenuta in vita anche resistendo ad atti terroristici, ora non può più usare l’argomento della difesa nazionale e della sicurezza per giustificare i suoi attacchi sproporzionati e indiscriminati. Questi, infatti, rientrano nel più ampio disegno di espropriazione di terre e risorse attraverso una sistematica pulizia etnica, rilevata solo ora ma con origini ben più lontane. Come afferma Rula Jebreal in “Genocidio”: “La Nakba non è solo pulizia etnica. Non è solo apartheid. […] E’ una macchina che si perpetua, alimentata dall’indifferenza internazionale e dalla complicità di chi, pur potendo fermare tutto, sceglie di non farlo. E può, come testimoniano gli ultimi avvenimenti, spingersi fino al genocidio” (pag. 36). Gli argomenti della difesa nazionale e della sicurezza servono, invece, opportunisticamente, a tenere vivo un nemico da combattere che, analogamente a Israele, si oppone alla convivenza pacifica di “due popoli e due Stati”.
Se dunque usare le parole appropriate non è solo una questione giuridica, ma morale e politica, allora non si comprende perché una storica ebrea come Anna Foa, così critica nei confronti delle politiche israeliane che considera suicidarie e alimentatrici dell’antisemitismo, consideri indifferente “per chi muore sotto le bombe se definiamo la sua morte come “massacro” o “genocidio” (“Il suicidio di Israele”, pag. 84).
Veniamo ora alla seconda e alla terza domanda, quelle più difficili perché più divisive. Nessuno, credo, vorrebbe negare le differenze tra la Shoah (e se vogliamo anche tra il genocidio dei Sinti, dei Rom, dei disabili e di tutti i “diversi” sotto il nazifascismo) e il genocidio palestinese: il contesto storico, le ragioni storiche della persecuzione, le proporzioni e i mezzi usati. Tuttavia elevare la Shoah ad un unicum assoluto significa renderla incomprensibile, considerarla il risultato di un incidente della storia, di una devianza patologica di “pochi” e quindi farle perdere la preziosa valenza che di fatto ha avuto nel dopoguerra: è grazie alla Shoah e agli altri genocidi nazifascisti che l’ONU ha prodotto la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio e molte altre carte dei diritti; è scendendo nelle profondità di quell’abisso che abbiamo imparato fin dove può spingersi un essere umano, quali dinamiche psicologiche possono agitare i singoli e le masse in determinati contesti favorenti, qual è il terreno fertile che non bisogna creare per evitare che esse si mettano in moto e, viceversa, di quali anticorpi bisogna attrezzarsi per respingere il cancro dell’odio e della distruzione di ogni alterità, per non fare agli altri ciò che è stato fatto a noi.
Infine, a quanti si ostinano a sostenere che paragonare il genocidio palestinese all’Olocausto significhi essere antisemiti, basterà replicare che un conto è accusare di un crimine un governo e le autorità o alcuni gruppi di civili e chiamarli a risponderne, altro è manifestare odio indiscriminato verso un intero popolo; inoltre, come la stessa Anna Foa ed altri riconoscono, l’antisemitismo è piuttosto fomentato (volutamente?) da quegli stessi criminali che, con le loro azioni, costruiscono una spirale d’odio senza fine.
Individuare le analogie tra eventi storici, dunque, serve a farne strumenti di comprensione del presente. Si dirà: ma se è accaduto di nuovo allora comprendere non basta. Certamente, è innegabile. Tuttavia che non basti non significa che non serva affatto, né può diventare un alibi per non affrontare il problema. A maggior ragione oggi, perché, a differenza del secolo scorso, non potremo dire di non aver saputo.























