Ed è stato un ritorno…

Ho rivisto Mediterraneo dopo qualche decennio. E questa volta non è stato solo un film: è stato un ritorno a una parte della mia vita che credevo archiviata.

Di mezzo c’è stato tutto: un luogo forse sbagliato, un ambiente che non ho saputo — o potuto — cambiare, una professione che ti insegna a guardare il mondo con lucidità ma non sempre ti dà la forza di trasformarlo.

La scena finale, che un tempo mi sembrava solo malinconica, oggi mi ha attraversato come una lama sottile.

Mi ha restituito nostalgia, certo, ma soprattutto rimorso: la sensazione di non aver capito, di non aver compreso davvero, di non aver colto ciò che la vita mi stava dicendo mentre accadeva.

Rivedendo quell’isola, così semplice e così lontana, ho sentito il peso dei pezzi che ho perso lungo la strada.

Ho perso un luogo che avrebbe potuto essere diverso.

Ho perso la possibilità — o la forza — di cambiare ciò che non funzionava.

Ho perso i miei genitori.

Ho perso il mio migliore amico.

E ogni perdita, oggi, sembra risuonare dentro quella scena che parla di uomini rimasti sospesi tra ciò che avrebbero voluto essere e ciò che sono diventati.

Quell’isola, che un tempo mi sembrava un rifugio, oggi mi appare come uno specchio: mostra che non sempre scegliamo il posto giusto, non sempre abbiamo la capacità di trasformarlo, non sempre riusciamo a salvare ciò che conta.

A volte la vita ci mette in un ambiente che non ci appartiene, e noi restiamo lì, convinti che prima o poi cambierà.

E invece siamo noi a dover cambiare, ma non sempre ci riusciamo.

Viviamo cercando il luogo ideale, il contesto perfetto, la condizione favorevole.

E poi, un giorno, capiamo che il tempo è passato, che alcune cose non torneranno, che alcune persone non ci sono più.

E che quell’isola, così immobile, ci ricorda una verità che fa male: non sempre abbiamo avuto la forza di diventare il cambiamento che desideravamo.

Oggi Mediterraneo mi parla così: non di fuga, non di leggerezza, non di nostalgia.

Mi parla di ciò che ho perso, di ciò che non ho saputo proteggere, di ciò che non ho potuto cambiare.

E mi dice che il futuro non è un’isola da costruire: è un’isola che si costruisce anche con i rimorsi, con le assenze, con le ferite che ci hanno segnato.

Gianni De Pascalis


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