«Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo»

(Aldo Moro in una delle lettere inviate a sua moglie Noretta durante la prigionia, poco prima di essere ucciso)

«Il Presidente democristiano non si perdonerebbe in alcun modo se il proprio costume di vita non fosse esemplare, integro, intemerato, nel segno dell’Eticità più alta e profonda. Tradirebbe il proprio ruolo che è anche di Educatore, non saprebbe più guardare in faccia i propri figli e il nipotino Luca cui insegna la via retta da seguire»

 (Amedeo Lanucara da In via Fani io non c’ero)

Amedeo Lanucara è un “giovane ultranovantenne”, di origine pugliese, che ha fatto, per tanto tempo, e con profitto, il giornalista.

Negli ultimi anni, ma non solo, si è dedicato, con solerzia e freschezza espositiva, a scandagliare l’affaire Moro, forse il più grande, losco mistero della storia italiana.

Rapito il 16 marzo del 1978, e massacrata la sua scorta, composta da 5 poliziotti piuttosto abili con le armi, il presidente della Democrazia Cristiana, allora perno dei governi italiani, sarà rinvenuto cadavere in una Renault4 rossa il 9 maggio dello stesso anno, dopo 55 giorni di prigionia.

La vulgata diffusa a piene mani, specie a ridosso degli eventi, è quella di attribuire tanto il rapimento, quanto l’assassinio dello statista pugliese, alle Brigate Rosse, gruppo “terroristico” che si macchiava, in quegli anni balordi, di una serie di crimini violenti, culminati, certamente, in quel tremendo attacco allo Stato, ma che sarebbe proseguito con altri omicidi eccellenti.

Tuttavia, quasi subito, si cominciò a dubitare della versione ufficiale.

Ecco, Amedeo Lanucara, prima con Quando la CIA Rapì Moro (2023) e poi con In via Fani io non c’ero (2025), tratteggia, con ampiezza di analisi e di dati, una versione differente dei fatti, quale, peraltro, è venuta affermandosi a partire dalla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’on. Fioroni.

Moro, questa è la tesi di Lanucara, doveva morire, poiché egli aveva osato progettare, per il governo del Paese, un’intesa tra i due partiti di massa più importanti dell’epoca, cioè la sua DC e il Partito Comunista di Enrico Berlinguer, che, insieme costituivano i due terzi dell’elettorato italiano, in un’epoca in cui il 90% degli aventi diritto al voto si recava alle urne.

E doveva morire, poiché il suo “azzardo” era inviso alla superpotenza americana che, all’epoca, in piena guerra fredda, si spartiva il mondo, in conseguenza degli accordi di Yalta, con l’URSS.

L’Italia era terra di dominio (come lo è ancora, purtroppo) degli USA e tale doveva rimanere, mai consentendo al PCI di entrare nel governo.

Kissinger, quando era ancora segretario di Stato degli USA aveva apertamente minacciato di morte Moro (1974). E ben si sapeva di cosa fosse capace (vedi alla voce colpo di stato in Cile l’undici settembre 1973).

Dunque, a Moro viene fatto pagare con la vita un atto di libertà e di sovranità politica!

Per questo, racconta il giornalista, furono esperti di operazioni di guerriglia di CIA e Mossad quelli che, in via Fani, massacrarono, in pochi secondi, i cinque membri della scorta di Moro. Ma lì Moro non c’era, altrimenti non se la sarebbe cavata, o, quanto meno sarebbe stato gravemente ferito.

Il politico democristiano, con uno stratagemma degno di un romanzo di Forsyth, sarebbe stato, poco prima, prelevato ed elitrasportato nella villa di Licio Gelli, (né mai sarebbe stato tenuto prigioniero nel covo di via Montalcini, a Roma, in uno spazio di m. 0,90×4).

Dunque, CIA, Mossad, servizi segreti deviati, P2 sarebbero i veri artefici del rapimento e carnefici dello statista pugliese e della sua scorta.

I BR, solo degli utili idioti correi, la cui boria li portò ad intestarsi l’eccidio di via Fani, salvo poi affermare che soltanto un mitra aveva sparato, poiché gli altri utilizzati nel rapimento si erano inceppati, con ciò denunciarono la loro pochezza organizzativa che stride con la perfezione dell’agguato.

Lanucara sostiene vigorosamente un altro punto. E cioè che Moro fu sempre lucido nello scrivere le sue lettere a politici e familiari e che ovviamente voleva essere salvato.

Trae anche la verosimile conclusione che a Moro era stata fatta balenare la speranza che sarebbe stato risparmiato con l’intercessione di Paolo VI, il pontefice dell’epoca, suo grande amico, che aveva messo a disposizione dei rapitori circa 10 milioni di dollari. Ma, ovviamente, questa possibilità che faceva gola ai brigatisti, nel frattempo passati alla gestione diretta dell’ostaggio, non poteva avere pregio poiché gli USA avevano decretato che Moro dovesse crepare.

Lanucara si serve di documenti tratti dai lavori specie della commissione Fioroni, ma anche dagli innumerevoli libri scritti sulla vicenda.

Ma fa una cosa in più: si dedica, con dovizia di particolari, logica e profondità di analisi, ad una vera e propria operazione di ermeneutica del Moro-pensiero quale emerge dai suoi scritti, lucidi e organizzati secondo lo stile espressivo che gli era proprio, dalla prigionia.

E quale era, a sua memoria, lui giovane studente di Moro all’Università di Bari, quando ne frequentava le lezioni di Filosofia del diritto.

È verità tutto quello che leggiamo sull’affaire Moro? Ci piacerebbe saperlo…

Il libro di Lanucara ci racconta, senza veli e censure, una storia di servaggio del nostro Paese durante la guerra fredda. Ma purtroppo, a muro di Berlino caduto da quasi quattro decenni, questa squallida storia continua ancora.

E Moro, visto con gli occhi di oggi, si staglia quale un grande campione di libertà e patriottismo.

Se oggi fosse Lui al governo, saluterebbe con entusiasmo la “minaccia” trumpiana di spostare truppe americane dal nostro territorio, e dalle basi Nato che da noi largheggiano in numero e superficie, altrove.

I nostri politici attuali pigolano sperduti incomprensibili dispiaceri.

Je suis l’empire à la fin de la décadence.


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Nata a Corato, cresciuta a Ruvo di Puglia, mi sono laureata all’Università degli studi di Bari e ho insegnato per 38 anni scolastici tra le province di Milano e di Bari Diritto ed Economia Politica. Mi piacciono i libri, non da bibliofila, ma da lettrice, il cinema e la musica (Prince su tutti) e coltivo queste mie passioni costantemente. Amo la buona compagnia, ma anche un’operosa solitudine. Credo nei valori della libertà, dell’uguaglianza, del rispetto di tutte le persone e di tutte le opinioni. Detesto gli integralismi di ogni forma.