A proposito del sistema sanitario italiano

Il sistema sanitario italiano presenta oggi una frattura profonda che non può più essere ignorata. È una ferita interna, lenta ma continua, che scorre sotto il linguaggio rassicurante delle riforme, della “copertura universale” e dell’efficienza organizzativa. A reggere questo sistema sono soprattutto gli infermieri, professionisti centrali per la tenuta dell’assistenza che, mentre vengono celebrati a parole come pilastri della sanità pubblica, si stanno progressivamente spezzando nel silenzio. Non siamo più davanti a una crisi contingente di risorse o di organico: siamo davanti a una crisi di umanità e di sostenibilità del lavoro di cura.

La narrazione dell’eroismo, importata e amplificata durante la pandemia, ha avuto un effetto ambiguo e pericoloso. Definire gli infermieri “eroi” ha contribuito a normalizzare il sacrificio estremo, trasformando l’eccezione in regola. Turni prolungati, riposi insufficienti, carichi assistenziali incompatibili con la sicurezza clinica sono diventati parte integrante dell’ordinario. In molti contesti italiani un infermiere assiste quotidianamente un numero di pazienti che supera ampiamente le raccomandazioni internazionali, con un impatto diretto non solo sugli esiti di salute, ma anche sull’integrità psicofisica di chi lavora. La letteratura scientifica è chiara nel dimostrare che l’eccesso di carico assistenziale aumenta il rischio di errore, ma soprattutto alimenta una forma di negligenza forzata, in cui il professionista sa cosa sarebbe giusto fare ma non ha le condizioni materiali per farlo.

Questo scarto tra etica professionale e realtà organizzativa genera distress morale, una sofferenza specifica delle professioni di aiuto che logora nel tempo e che rappresenta uno dei principali antecedenti del burnout. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il burnout come un fenomeno occupazionale rilevante e, nel settore sanitario, come una minaccia sistemica. In Italia i segnali sono evidenti: aumento delle assenze per malattia, crescita dei disturbi d’ansia e depressivi, progressivo disinvestimento emotivo dal lavoro e, nei casi più gravi, ideazione suicidaria. Quando chi cura non riesce più a prendersi cura di sé, l’intero sistema entra in una zona di rischio.

A rendere il quadro ancora più critico contribuisce un’organizzazione del lavoro sempre più orientata a logiche di tipo aziendalistico, dove il contenimento dei costi e la produttività tendono a prevalere sulla qualità delle relazioni e sulla sostenibilità dei processi. In questo modello l’infermiere è spesso trattato come una risorsa fungibile, un numero da spostare tra unità operative in base alle esigenze contingenti, senza progettualità, senza spiegazioni, senza un investimento reale sul senso di appartenenza. Il coordinamento, in molti contesti, fatica a esprimere una leadership autentica e si limita a esercitare una funzione di controllo, perdendo la capacità di dare significato, visione e coesione ai gruppi di lavoro. Numerosi studi di organizzazione sanitaria evidenziano come l’assenza di leadership partecipativa e di un clima relazionale sano sia uno dei principali fattori di abbandono professionale.

A questo si aggiunge il tema irrisolto del riconoscimento economico. Gli stipendi infermieristici in Italia restano inferiori alla media europea, a fronte di responsabilità crescenti, elevato rischio biopsicosociale e carichi emotivi significativi. La conseguenza è una professione sempre meno attrattiva e sempre più fragile. Molti infermieri emigrano verso Paesi che offrono migliori condizioni, altri ancora abbandonano definitivamente la professione. Secondo dati OCSE e FNOPI, la carenza di personale infermieristico non è un fenomeno naturale, ma il risultato diretto di condizioni di lavoro che espellono il capitale umano formato dal sistema pubblico.

La sostenibilità della professione infermieristica è una condizione imprescindibile per la sopravvivenza del sistema sanitario stesso. Senza un cambiamento profondo dell’organizzazione del lavoro, senza un riconoscimento reale delle competenze e senza un investimento sulla qualità delle relazioni e della leadership, il rischio è quello di ritrovarsi con una sanità che esiste sulla carta ma che, nei reparti e nei servizi, non ha più persone in grado di reggerla. Quando gli infermieri smettono di essere messi nelle condizioni di prendersi cura, non è solo una categoria a crollare: è l’intero patto sociale su cui si fonda la salute pubblica.

A rendere questa crisi ancora più profonda c’è un elemento di cui si parla poco e che raramente entra nel dibattito pubblico: l’età media sempre più elevata della popolazione infermieristica. In molti servizi italiani una quota consistente di infermieri ha superato i cinquant’anni, con alle spalle decenni di lavoro, turni notturni, festivi, carichi fisici e psicologici accumulati nel tempo. Professionisti esperti, che rappresenterebbero una risorsa preziosa in termini di competenze, memoria organizzativa e capacità clinica, ma che vengono spesso trattati come semplici unità da ricollocare, numeri da spostare in base alle urgenze del momento.

La mobilità interna continua, attuata senza un confronto reale e senza spiegazioni chiare, diventa così un ulteriore fattore di logoramento. Infermieri con trent’anni di servizio vengono trasferiti da una postazione di lavoro all’altra, talvolta più volte nell’arco di pochi giorni, senza un percorso di accompagnamento, senza formazione specifica, senza il tempo necessario per orientarsi. A loro si chiede di essere immediatamente operativi, di conoscere procedure diverse, flussi differenti, strumenti nuovi. Si pretende che siano “tuttologi”, capaci di adattarsi a qualsiasi contesto, assumendosi responsabilità elevate in ambienti che non conoscono e che spesso non sono stati messi nelle condizioni di comprendere.

Questa pratica espone i professionisti a un doppio rischio. Da un lato li mette in difficoltà davanti ai medici e ai pazienti, alimentando un senso di inadeguatezza che nulla ha a che vedere con le reali competenze possedute. Dall’altro aumenta il rischio clinico, perché lavorare in un contesto sconosciuto significa non sapere dove si trova il materiale, non conoscere le dotazioni, non padroneggiare le consuetudini operative del servizio. Non è raro vedere infermieri muoversi con un quadernino in tasca, dove annotano non solo protocolli e riferimenti, ma persino le password dei sistemi informatici, i codici di accesso e la collocazione delle postazioni di lavoro. Un’immagine che racconta meglio di qualsiasi statistica il livello di frammentazione organizzativa raggiunto.

A tutto questo si somma una sproporzione evidente tra il livello di responsabilità richiesto e il riconoscimento economico offerto. Infermieri chiamati a prendere decisioni complesse, a gestire situazioni critiche, a garantire continuità assistenziale in condizioni di cronica carenza di personale, continuano a percepire retribuzioni che non riflettono né l’esperienza maturata né il carico di rischio assunto.  Il risultato è un paradosso crudele: mentre si denuncia la carenza di infermieri, si contribuisce attivamente a espellere quelli che ci sono, logorandoli con un’organizzazione che non tiene conto dell’età, della storia professionale e della dignità delle persone.


Articolo precedenteECCOCI
Articolo successivoLa Repubblica italiana: un dono da custodire
Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con una seconda laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato diciotto libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Due dei libri pubblicati sono in spagnolo/italiano e il penultimo in spagnolo/ portoghese è stato pubblicato in Portogallo. Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina e di Spagna. La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here