
«Iuppiter ex alto periuria ridet amantum»
(Giove dall’alto ride degli spergiuri degli amanti – Ovidio, Ars Amatoria)
Giove ride, dice Ovidio. E forse ride davvero, mentre comanda ai venti di disperdere giuramenti solenni come coriandoli dopo Carnevale. Ma forse, più che ridere, il Padre degli Dei osserva e rispetta. Perché c’è qualcosa di sacro in quelle promesse che gli amanti si scambiano, anche se il vento le dissolverà. «Ti amerò per sempre» non è una menzogna: è la verità di quell’istante, la più pura che conosciamo.
Non è forse questo l’amore? Un’eternità provvisoria, un indissolubile che si scioglie non per tradimento, ma per la fragilità che ci appartiene. Non un contratto, ma un respiro. Non una formula, ma un incendio che illumina la notte e scalda il cuore. E se un giorno si dovesse spegnere, non sarebbe stato vano: perché ogni fiamma, anche breve, lascia luce nel ricordo.
Shakespeare lo sapeva bene. Nella celebre scena del balcone, mette sulle labbra di Giulietta le parole di Ovidio, adattandole con grazia: «At lovers’ perjuries, they say Jove laughs / Dicono che Giove rida degli spergiuri degli amanti».
Eppure, in quell’istante, non ride nessuno. Perché l’amore, quando accade, è più forte di ogni ironia, più vero di ogni dubbio. È romanzo e tragedia. È un giuramento che pretende eternità, intensità assoluta. È il coraggio di dire “per sempre” sapendo che il tempo è un tiranno, ma il cuore è un ribelle.
Se è così, e ditemi se non sia così, non ci resta che vivere il nostro istante infinito. Che duri un’ora o una vita, sarà nostro. Sarà ciò che ci rende umani. L’eternità non è una misura di tempo, ma di intensità.
Peraltro, ribadisco: forse Giove non ride. Più semplicemente, tace. Perché anche lui sa che non c’è promessa più grande di quella che nasce dal cuore, pur consapevole della sua indefinita provvisorietà.
Già, perché per quanto ci illudiamo di porci le domande giuste e di darci risposte filosofiche, restiamo eterni viaggiatori, infiniti innamorati. Spettatori del cielo e della terra, lì dove tutto accade, ci scuote e ci segna, persino “l’impossibile”. Ed è bellissimo. Perché è così che scopriamo il mondo che sfugge alle nostre categorie: una zona misteriosa che nessuna teoria, nessuna esperienza, nessuna immaginazione esaurisce.
È questo “di più” che rende la vita degna di essere vissuta e amata. È ciò che ogni Amato riconosce grazie e attraverso la propria Amata. Non basta sentire e ragionare: urge vivere, dubitare, sostare, attendere, saltare e meravigliarsi per essere amanti e amati.
È come se ogni innamorato potesse dire: «Tu sei per me il superamento. Non soltanto la sintesi del cielo e della terra, del sogno e della ragione: sei la manifestazione della loro unione e risoluzione – l’indicibile, il mistero, l’Amore. In te vedo il senso che sfugge ai fatti, l’esperienza che supera ogni sistema filosofico, la risposta silenziosa alle mie più grandi paure. Perciò, ora lo so: sei più di tutto ciò che la nostra ragione riesce a stabilire».
Il vento porterà via le parole? Resterà la loro eco: nei gesti, nei ricordi, nel profumo della vita. Del resto, amare è sempre un rischio, ma è l’unico rischio che vale la pena correre. Non per vincere, ma per vivere. Perché, se l’amore fosse una bugia, sarebbe l’unica che vale la pena raccontare. E a cui credere. Sempre. Forse perché è l’unica bugia vera, la sola di cui non possiamo fare a meno.
Se poi Giove proprio insiste nel voler ridere, che si faccia pure una bella risata. Noi, intanto, amiamo. Anche nel giorno in cui si commemora il ricordo di chi non c’è più.
William Blake: «L’eternità è innamorata delle opere del tempo».
Emily Dickinson: «That love is all there is, is all we know of love / Che l’amore sia tutto ciò che esiste, è tutto ciò che sappiamo dell’amore».
Platone: «Diotima: “L’amore, Socrate, non è desiderio del bello, come ritieni tu”. Socrate: “Di che cosa, allora?”. Diotima: “Di procreare e partorire nel bello”».


























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