«Chi appartiene alla disperazione non può appartenere a nessuno»
(Ferruccio Masini)

Spunto numero uno. Ho letto di recente un breve saggio di Ralf Dahrendorf, pubblicato quando c’era ancora la lira. Si intitola Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica (Laterza 1995). Tra tutte le cose visionarie, e crude, che dice, tutte puntualmente verificatesi negli ultimi trent’anni, ce n’è una che mi ha colpito particolarmente. Scrive Dahrendorf che quanti hanno interesse a spingere sull’acceleratore della globalizzazione, devono di conseguenza minare il senso di appartenenza. Della serie: più siamo globalizzati, meno siamo radicati, più siamo globalizzati, più il grande capitale ci guadagna, più siamo globalizzati, meno viviamo il senso di appartenenza.

Spunto numero due. L’altra sera mi sono “appiccicato” con un amico su una chat di vecchi compagni di liceo. Aveva osato scrivere: «Una cosa è certa: che la scuola italiana non funziona». L’ho quasi aggredito – e gli chiedo scusa – sommergendolo di vocal e messaggi. Ve li risparmio. Immaginate, se potete.

Spunto numero tre. Il fatto è che, mentre replicavo al mio amico, io vivevo 48 ore piene di senso di appartenenza. 48 ore di dolore e amore. 48 ore in cui una intera comunità scolastica ha testimoniato il proprio senso di appartenenza. È stato per la morte prematura di Paola, Paola Maino, ma tutti la chiamavano semplicemente Paola. Una donna che guidava la sua comunità col sorriso, una leader amorevole, un’appassionata della bellezza e dell’educazione in ogni loro forma, una paladina dell’istruzione degli adulti, la dirigente scolastica del CPIA “Chiara Lubich” di Altamura. E che, mentre era tutto questo, era anche madre di tre splendidi ragazzi ora rimasti crudelmente orfani: e noi con loro, anche se in un modo ben differente.

Bene, per Paola, si è mosso il mondo. Quando ho scritto che una intera comunità scolastica ha testimoniato il proprio senso di appartenenza, non mi riferivo solo al suo Istituto, il che non sarebbe di certo poco. No, per Paola si sono mossi colleghi da tutta la Puglia e sono arrivati messaggi e telefonate da tutta Italia. A dare l’estremo saluto a Paola sono venuti docenti che l’avevano incrociata anni fa e ora non lavoravano più con lei. Per Paola, si è mossa l’intera città e anche le città viciniori. Al suo funerale, in un’aula liturgica enorme, non c’era posto neppure in piedi e il parroco ha pensato bene di accendere gli altoparlanti esterni per chi non era riuscito a trovare posto in chiesa.

Al temine della celebrazione, si sono susseguiti ben nove interventi dall’altare, triplicando la durata dell’omelia, ma nessuno aveva voglia di andare via e tanti altri sarebbero voluti intervenire.

Ecco, contro tutte le teorie disfattiste, contro il potere devastante e sradicante della globalizzazione, Paola, da sola, ci ha fatto toccare con mano cosa sia il senso di appartenenza: amare, amare sempre, amare con passione.

E seminare, seminare luce, seminare con un sorriso. Seminare e sorridere persino tra le lacrime, anche nel pieno di un dolore assurdo.

Gian Luigi, suo marito, ha detto che Paola era un diamante e ora sarà una stella. Grande Gian Luigi, fiero e forte nella lacerazione, umile nel farsi piccolo davanti alla sua Paola.

Ecco, Dahrendorf avrà le sue ragioni, ma io so che Paola era e resterà luminosa. E penso che è di gente come Paola che abbiamo tutti bisogno.

Per non perdere le radici, per restare umani, per affrontare a testa alta le sfide del futuro: nella scuola come in ogni altra realtà civile, a dispetto di tutto e tutti.

Perché una donna o un uomo che ci credono, possono ancora fare la differenza.

Paola l’ha fatta.

Giorgio Gaber:

«L’appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme

non è il conforto di un normale voler bene […]
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un’apparente aggregazione

l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé».

Cyrielle Soares :

«Si semina sempre qualcosa in verità.

I nostri giorni sono granelli

che finiscono per invadere i cieli stellati».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

4 COMMENTI

  1. Per lei un onore essee il direttore di Odysseo, per il lettore un onore leggerla, per chi La conosce personalmente, un privilegio…

  2. Educare e insegnare è una missione e la nostra collega è una missionaria! Grazie per quest’articolo, ci pagano poco, ma il sorriso dei discenti e il loro amore è il compenso e dono più prezioso!!! Grazie Paolo per quest’articolo e le riflessioni!!

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