
«Parru cu tia…
Parlo con te, mentre guardi che scorre
Sangue di capro espiatorio
Di guerre lontane e distanti come le pupille…
La differenza puoi farla ogni giorno
Questo è un viaggio di sola andata, senza ritorno
Parlo con te, parlo con te»
(Carmen Consoli / Jovanotti)
Magari corriamo ogni giorno nell’illusione di raggiungere qualcosa di solido e incancellabile. Ma non è così: anche le montagne, col tempo, vengono erose, si abbassano, diventano prima valli, poi pianure. Nulla, almeno su questa terra, è eterno: non lo siamo noi, non lo sono le nostre opere, non lo è la memoria dei più grandi. Di fronte ai millenni, persino i nomi scolpiti nella pietra si fanno polvere.
Si legge nei Pensieri di Marco Aurelio: «Alessandro, Pompeo, Gaio Cesare… hanno distrutto intere città, quante migliaia di uomini hanno ucciso! Eppure anch’essi sono morti».
E già: moriranno tutti i potenti e saranno cenere, proprio come noi, proprio come tutti gli altri morti che il loro cinismo e la loro sanguinolenta sete di potere ha provocato o legittimato. Senza scrupoli. Perfino con l’ambizione di ottenere un Nobel per la Pace.
Carl Sagan, in un celebre scatto della sonda Voyager, ci ha ricordato che la Terra è solo un “pale blue dot”, un puntino blu, sospeso nel buio cosmico. Tutto ciò che siamo, tutto ciò che amiamo, tutto ciò per cui combattiamo… racchiuso in quel granellino di luce che potrebbe essere cancellato da un momento all’altro: una prospettiva che non toglie senso al nostro labile esistere, ma lo restituisce a chi si sa cogliere come relativo e non indispensabile. E che getta nella disperazione chi si illude di poter sopravvivere a se stesso e alla sua inanimata e paperoniana montagna di monete d’oro.
In realtà, non siamo qui per accumulare trofei o per “arrivare a tutti i costi”. Né per salire all’infinito. Siamo qui per alleggerirci, per liberarci dall’ossessione del desiderio, per imparare a camminare con passo consapevole.
Ogni giorno è un dono, ogni istante è irripetibile: attraversiamolo con gratitudine, senza stringere, senza possedere. Mi pare più intelligente illuminare le relazioni, liberandole dalla tentazione del controllo. Imparando a stare insieme senza smarrire la nostra solitudine: perché solo chi sa camminare da solo sa anche apprezzare la gioia di arrivare tutti insieme.
Un po’ come è successo agli ottanta o cento, forse duecentomila che, domenica scorsa, da Perugia hanno marciato sino ad Assisi, in nome della Pace. Duecentomila persone per cinquantamila passi ciascuno fanno dieci miliardi di passi per la Pace: una striscia arcobaleno lunga più di venti chilometri, fatta di generazioni diverse: giovani, adulti, anziani, tutti affratellati e assorellati da una speranza di Umanità.
Tutti bisognosi di dire da che parte stiamo: non da quella di chi semina morte.
Certo, anche il Popolo della Pace è transeunte, anche il tempo della Marcia non è stato per sempre. Eppure, è stato sufficiente per rendere il nostro peregrinare meraviglioso. Per darci la forza di tornare alle nostre case rigenerati e rigeneranti. Capaci di fare la differenza. Per dare voce a chi non ha voce. Nel nostro piccolo. Nel nostro mondo. Là dove siamo seminati.
Provo a dirlo con le parole di José Saramago:
«Non importa quanti anni ho.
Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma, ma con l’intento di continuare a crescere. Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita e le illusioni diventano speranza.
Ho gli anni in cui l’amore, a volte, è una folle vampata, ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa. E altre volte, è un angolo di pace, come un tramonto sulla spiaggia.
Quanti anni ho, io? Non ho bisogno di segnarli con un numero, perché i miei desideri avverati, le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante valgono molto più di questo.
Che importa se compio venti, quaranta o sessant’anni! Quel che importa è l’età che sento.
Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure. Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni.
Quanti anni ho, io? A chi importa! Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento».
Parru cu tia, to è la curpa
Chi fai l’indifferenti ‘nmenzu a ‘sta fudda…

























