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«Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo»
(Anaïs Ni)

Ci rifletto da un po’ e sono abbastanza convinto che ci sia un equivoco che si ripete, silenzioso e tenace, in quasi tutte le relazioni umane: quello della percezione. Non parlo di vista, udito, tatto, olfatto o gusto. Parlo di quel sesto senso che non si insegna a scuola, ma che decide il destino di una conversazione, di un incontro, di un legame.

Quante volte, di fronte allo stesso gesto, alla stessa parola, alla stessa situazione, due persone ne danno letture opposte? Uno si sente ferito, l’altro si stupisce: “Ma davvero ti sei offeso? Non era mia intenzione!”. Eppure, l’intenzione non basta. Conta la percezione. Conta come l’altro ha vissuto ciò che tu hai detto o fatto. Conta il suo vissuto, il suo contesto, la sua sensibilità.

E così, da un malinteso nasce un racconto. E da due racconti divergenti nasce una paralisi. La comunicazione si inceppa, le emozioni si irrigidiscono, le relazioni si raffreddano. Non perché manchi la verità, ma perché mancano le parole per dirla insieme.

Il fatto è che la percezione è il filtro attraverso cui passa ogni esperienza. È un filtro soggettivo, mutevole, fragile. Nondimeno, è reale. È la realtà dell’altro. E se non la riconosciamo, se non la accogliamo, rischiamo di vivere in un mondo fatto solo di noi stessi. In un’isola infelice anche se tale non si percepisce.

D’altro canto, quando le parole si fanno ponte, le nostre isole si fanno arcipelaghi interconnessi. Quando siamo in comunicazione profonda con chi amiamo, la percezione cambia radicalmente e si diventa davvero un “tutt’uno”, anche a dispetto della distanza e della impossibilità di guardarsi negli occhi, di viversi nel quotidiano mentre corriamo, riflettiamo, lavoriamo, sonnecchiamo, ci divertiamo, preghiamo, amiamo. È come se le parole ben scelte, le poesie, le penne giuste, avessero la capacità di farci sentire appagati, felici, pieni, emozionati. Quasi a dire: “Ecco, non c’è altra persona oltre te con la quale vorrei condividere la Bellezza di amare le parole e custodirle nel tempo”.

E così mi dico: la cura delle relazioni non è un lusso, è una necessità. Curare le relazioni significa prendersi cura dei gesti, delle parole, dei silenzi. Significa parlarsi, anche quando è difficile. Dirsi il non detto, chiarire il mal compreso, condividere il mal sofferto. Significa non lasciare che un equivoco diventi un abisso.

Perché le relazioni non muoiono per grandi tragedie. Muoiono per piccole omissioni, per parole taciute, per sguardi sfuggiti. Muoiono quando smettiamo di cercarci, di spiegarci, di ascoltarci.

E allora, forse, il vero “sesto senso” è questo: la capacità di percepire l’altro non solo con gli occhi, ma anche con il cuore. Di vedere oltre il gesto, oltre la parola, oltre il fraintendimento. Di restare, anche quando sarebbe più facile andarsene. Di squarciare il vero delle apparenze, alla ricerca dell’essenziale. Le parole di Saint-Exupery, a questo proposito, sono così abusate che manco le cito.

Di sicuro, penso, ogni relazione salvata è un piccolo miracolo. E ogni miracolo, si sa, nasce da un atto di cura. Ora penso: la cura che non diamo agli altri, in fondo, è una cura che neghiamo a noi stessi. Perché noi vediamo ciò che siamo e, se non ci curiamo, ci ammaliamo, fino a rendere malato anche il nostro sguardo.

Marshall B. Rosenberg: «Le parole sono finestre, oppure muri».

George Bernard Shaw: «Il più grande problema nella comunicazione è l’illusione che abbia avuto luogo».

Henri Bergson): «La comunicazione avviene quando, oltre al messaggio, passa anche un supplemento di anima».


1 COMMENTO

  1. Grazie assai, Paolo per queste interessanti considerazioni che ne fai sull’essere umano.
    Siamo considerati ad ascoltarci piuttosto che ascoltare e vederci, più che vedere l’altro. L’uomo vede solo se stesso a causa di una vista egocentrica.

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