Sankt Michael im Lungau Foto di Paolo Farina

«Non si può raggiungere l’alba senza passare per la notte»

(Khalil Gibran)

Ho appena concluso una settimana di vacanza in montagna. Premetto: sono un uomo di mare. Nel blu delle onde ritrovo la mia dimensione e, se potessi scegliere, vorrei invecchiare e morire ammirando il mare dalla finestra di casa. Eppure, so per esperienza che nulla rigenera come qualche giorno tra i monti.

Camminare lentamente tra il verde di un prato o nel silenzio di un bosco, affrontare la fatica di una ascesa, lasciarsi sorprendere da panorami che si aprono all’improvviso: tutto questo non ha prezzo. Ti riporta al centro, ti restituisce equilibrio, ti ricarica.

Durante una di queste escursioni, ammirando una catena di monti che si ergevano paralleli e in perfetto ordine, proprio come se fossero onde di pietra, mi è tornata in mente una parola che avevo incontrato ai tempi dell’università, preparando con non poco piacere l’esame di geografia. Mi riferisco al fenomeno tellurico dell’orogenesi.

Dal greco òros (montagna) e génesis (nascita), l’orogenesi è il processo attraverso cui si formano le catene montuose. Non è un evento improvviso, ma l’esito di lungo lavorio fatto di pressioni, scontri tra forze mostruose e incontenibili, sollevamenti per migliaia e migliaia di metri. Le montagne non si alzano in un giorno: emergono quando le placche della crosta terrestre si spingono l’una contro l’altra, si piegano, si fratturano, si trasformano. Al costo di scosse che sarebbe un eufemismo definire spaventose. E stiamo parlando di un processo che va dai 2 ai 3,6 miliardi di anni.

Così ho pensato: la nascita di una catena montuosa è un fenomeno davvero simile a quanto talvolta accade anche “in interiore homine”, nel cuore di ognuno di noi.

Magari, ci sono momenti in cui tutto vacilla. Le certezze si incrinano, le abitudini si spezzano, le emozioni si agitano come faglie in movimento. Eppure, proprio da quei sommovimenti può nascere qualcosa di nuovo, da raggiungere però in tempi lunghi, che ben poco hanno a che fare con la fretta, con l’ansia di prestazione, con la titanica pretesa di conseguire risultati immediati.

Può succedere così di essere sfiorati da una nuova consapevolezza. Di intravvedere una direzione. Di rimetterti in cammino quando pensavi che fosse ormai il tempo delle pantofole e della resa. Di essere come trasportati su una vetta che ti sembrava intangibile.

Insomma, mi sembra che l’orogenesi delle Alpi o degli Appennini possa essere interpretata come una sorta di versione gigantesca e tridimensionale di ciò che può accadere nel segreto di un’anima. Ho pensato che potremmo definire orogenesi dell’anima – o psicogenesi – quel fermento per lo più nascosto attraverso cui, dopo scontri e tensioni, emergono le “montagne” delle nostre scelte. Certo, non saranno fatte di roccia, ma di esperienze scavate, di ferite trasformate in forza, di decisioni che ci hanno cambiato. E ci hanno spinto a salire, a lasciarci attrarre da cime da cui si può finalmente vedere oltre. Nuovi orizzonti. Nuove possibilità.

Allora, forse, l’orogenesi dell’anima può insegnarci a non temere le nostre scosse interiori. Magari sono solo il preludio alla nascita di ciò che siamo destinati a diventare. A durare nel tempo. Come roccia.

Agostino di Ipppona: «Non uscire fuori di te, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità».

Carl Gustav Jung: «Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo conscia l’oscurità».

Rainer Maria Rilke: «Abbi pazienza con tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e cerca di amare le domande, come stanze chiuse o libri scritti in una lingua straniera».


FonteSankt Michael im Lungau: photocredits di Paolo Farina
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...