
«A novembre 2024 il Frecciargento Roma-Genova delle 16:20 è partito con 50 minuti di anticipo per non arrivare in ritardo. “Per essere puntuale non c’era altra soluzione”, ha spiegato il personale di Trenitalia, vergando la biografia di una nazione. Come gliela spieghi, metti, a un giapponese una cosa del genere?»
(Daniela Ranieri)
«Ogni giorno senza te. È andata così, lo so. Ma ti vorrei qui a ridere con me. Tu che giri in testa e non te ne vai più»
(Dirotta su Cuba da È andata così)
Per chi avesse “bucato” la notizia, ora è ufficiale.
I vitalizi, così com’erano prima della riforma adottata nella scorsa legislatura, presidente della Camera Roberto Fico, non verranno ripristinati.
Un plotone di oltre 1300 ex deputati, tra i quali Ilona Staller, Italo Bocchino, Claudio Scajola (magari lui a sua insaputa?), Angelino Alfano, Antonio Bassolino, Rosa Russo Iervolino, Aldo Brancher, Gabriella Carlucci, Fabrizio Cicchitto, Anna Paola Concia, Giuseppe Fioroni, Manuela Di Centa, Giuseppe Cossiga, Tiziana Parenti, Tiziana Maiolo, Enrico La Loggia, Francesco Pionati, trasversali a tutto l’emiciclo, da sinistra a destra, passando per il centro, avevano presentato ricorso contro la riforma per la tutela dei (loro) diritti acquisiti, come lavoratori dipendenti qualsiasi.
Il loro obiettivo era tornare alla situazione quo ante, per poter riprendere a riscuotere assegni sostanziosi, in controtendenza rispetto ai milioni di normali pensionati che patiscono, senza colpo ferire, assottigliamenti sempre più consistenti dei loro assegni pensionistici.
Questa importante decisione, con cui il ricorso è stato respinto, è stata adottata dal “tribunalino” interno di Montecitorio, composto da Ylenja Lucaselli di Fratelli d’Italia che lo presiede, e di cui sono membri Vittoria Baldino dei 5 Stelle, Marco Lacarra del Pd, Ingrid Bisa della Lega e Pietro Pittalis di Forza Italia, che, all’unanimità, hanno confermato la delibera del 2018.
In una nota dell’Amministrazione presieduta da Lorenzo Fontana, presidente della Camera, si legge “Il collegio ha esaminato l’appello relativo alla sentenza di primo grado sul cosiddetto taglio ai vitalizi, confermando l’impianto complessivo della delibera n. 14 del 2018. Sono state inoltre confermate le misure di mitigazione già introdotte dall’Ufficio di Presidenza della scorsa legislatura, in attuazione di sentenze parziali adottate dagli organi di tutela di quella legislatura. L’attuale situazione complessiva riguardante il ricalcolo dei vitalizi e le relative misure di mitigazione rimane quindi invariata.”
Il vitalizio (che matura dopo appena 4 anni, sei mesi e un giorno di mandato parlamentare) non è una pensione come quella dei lavoratori subordinati o autonomi. Ma è un trattamento post mandato, con natura propria e peculiare, “modificabile anche in senso peggiorativo”, sempre che vi sia un interesse pubblico a farlo. E che questo prevalenteinteresse ci fosse, e continua ad esserci, è dato dal fatto che tutto il popolo italiano è stato assoggettato a misure di rigore nell’ambito del contenimento della spesa pubblica. Perché i deputati dovrebbero sfuggire alla severità contabile che pretendono venga applicata al semplice cittadino?
Che poi, a ben vedere, qual è il cittadino lavoratore, dipendente o autonomo che sia, che matura una pensione dopo soli quattro anni, sei mesi e un giorno di lavoro?
Ne consegue, a rigor di logica, che il trattamento di cui godono dal 2019, confermato dal “tribunalino” è già assai privilegiato (ricordiamo che un lavoratore per godere di pensione deve aver versato contributi per almeno 20 anni!).
Quindi, quella dei deputati rimane sempre una situazione protetta e tutelata.
Tuttavia due considerazioni sono ancora da farsi.
La prima è che, invece, il Senato ha cancellato, a colpi di ricorsi, la medesima “riforma dimagrante”, ragion per cui gli ex senatori “han vinto alla lotteria” e si son visti ripristinare i ricchi vitalizi di cui godevano prima dei tagli, vitalizi che sono stati riconosciuti, – come il malloppo restituito a una banda bassotti “istituzionale” (questi non portano le maschere, ma dovrebbero per la vergogna!)- finanche ai condannati per reati gravi con sentenza passata in giudicato. E che magari, giacciono nelle patrie galere.
Incredibile, non vi pare?
Ma questo è il paese dei senza vergogna. E sicuramente i gongolanti ex senatori si ritengono fortunati rispetto ai colleghi ex deputati. E lo sono per davvero!
Ma non si capisce questa disparità di trattamento, se si ignora che le questioni inerenti indennità e vitalizi sono normativamente “autogestite” da ciascuna ramo del Parlamento.
Tuttavia, questo fatto stride col principio dell’uguaglianza dei diritti e dei doveri che dovrebbe valere per tutti i cittadini italiani, (ex) parlamentari compresi.
Seconda considerazione.
Ma come ha potuto accadere che la Camera abbia mantenuto dritta la barra della decisione presa nel 2018, dopo che ad aprile scorso aveva ripristinato la normativa quo ante, tornando, così sui suoi passi?
Sopraffatti dalla vergogna? Pentiti dopo una notte insonne, alla maniera dell’Innominato?
O più semplicemente “sputtanati” da qualche giornale d’assalto che ha fatto il suo dovere, cioè quello di scovare il marcio e mettere alla berlina i suoi artefici, consentendo all’opinione pubblica di venire a conoscenza del fattaccio?
Perché l’opinione pubblica conta ancora qualcosa in questo paese dove lo scollamento tra stato-comunità e stato-apparato è grande. Basta che sia informata. E questo è compito dei mass media. E a nulla vale replicare che con internet le informazioni sono alla portata di tutti. Non è vero. La parte più cospicua dei nostri concittadini è anziana e si informa tramite i telegiornali. I quali preferiscono parlare di bikini o costumi interi, del fatto che d’estate fa caldo e che bisogna mangiare frutta e verdura e bere tanta acqua, piuttosto che fare le pulci al potere.
Dal quale sono controllati (sanzioni a go go dall’UE!). E al quale sono asserviti.























