
«Lo scopo dell’educazione è quello di trasformare gli specchi in finestre»
(Sydney J. Harris)
Caro lettore, adorata lettrice,
oggi ti parlo di Scuola (con la S maiuscola), prendendo spunto dal libro collettivo La Scuola non si fermi all’Occidente, a cura di Patrizia Granato, Rosa Anna Palumbo, Paolo Saggese, Prefazioni di Giuseppe Ciuffreda e Roberta Fanfarillo (Edizioni Conoscenza, Roma, 2025) e dalle loro riflessioni sul rischio di un “manuale unico di Storia” per il I Ciclo. E prendo spunto anche dall’autorevole “Parere” del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI), pubblicato di recente, lo scorso 27 giugno.
Ho scelto di farlo perché sembra esserci qualcosa che non torna. O forse sì, torna fin troppo.
Oggetto: le Indicazioni nazionali 2025 che, a detta di non pochi osservatori, sembrano volerci riportare a un tempo in cui la Scuola era un recinto, non un orizzonte. Un tempo in cui si insegnava a memoria, ma non si imparava a pensare.
Il Parere del CSPI pare suggerirlo con il tono felpato tipico delle Istituzioni, ma il messaggio risuona forte e chiaro: si rischia un ritorno ai “programmi” di una volta, quelli rigidi, prescrittivi, che non lasciavano spazio né alla libertà d’insegnamento né all’autonomia delle scuole.
Eppure, proprio l’autonomia era il cuore della riforma del ’99. Che fine ha fatto?
Si parla di “curricolo nazionale”: ma non era il “curricolo di scuola” il vero motore del cambiamento? Perché allora tornare a elenchi di conoscenze da spuntare, come se l’apprendimento fosse un inventario da compilare?
La storia, in particolare, sembra dover essere piegata a una narrazione che esclude più di quanto includa. “Solo l’Occidente conosce la Storia”, si legge nell’Incipit delle Indicazioni Nazionali 2025. Ma davvero vogliamo insegnare ai nostri ragazzi che il mondo finisce dove finiscono i nostri confini? Dopo le Colonne d’Ercole ci attende il naufragio o il “folle volo” è quello di costruisce muri e recinti invece che ponti?
Anche la cittadinanza “globale” resta un’eco lontana. Si parla di inglese, di seconda lingua comunitaria, ma non si parla di mondo. Non si parla di umanità. Non si parla di quel cittadino planetario di cui scriveva Edgar Morin.
L’intelligenza artificiale? Trattata come un gadget, un supporto tecnico, non come la rivoluzione antropologica che è.
Il latino? Ritorna, facoltativo, ma rischia di allargare ancora di più la forbice tra chi può permetterselo e chi no. E lo scrivo con la nostalgia di chi il latino l’ha insegnato per quasi due decenni in un liceo.
In controluce, si intravede un progetto più ampio: un manuale unico di storia, uguale per tutti, imposto dall’alto. Una pedagogia del modello, che non accompagna, ma impone. Che non forma cittadini, ma li fabbrica.
È questa la scuola che vogliamo? Una scuola che trasmette, ma non ascolta? Che uniforma, ma non libera?
Forse è il momento di fermarsi. Di prendere fiato. E di ripensare, insieme, che cosa significhi davvero educare.
Amin Maalouf: «L’identità non è una gabbia, ma un ponte».
Don Lorenzo Milani: «La scuola deve insegnare a dubitare, non a obbedire».
Edgar Morin: «Educare è mostrare la bellezza del mondo e dare gli strumenti per cambiarlo».


























