Angry husband getting physical with abused wife while drinking and dealing with alcohol addiction. Man hitting woman and fighting. Domestic violence aggression victim with bruises

Per inerzia davanti alla violenza domestica

Nel settembre 2025, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha pronunciato una sentenza destinata a segnare un punto fermo nella giurisprudenza internazionale sui diritti delle donne e la responsabilità degli Stati nella prevenzione della violenza domestica. La Corte ha infatti riconosciuto, all’unanimità, la responsabilità dello Stato italiano per aver violato l’articolo 3 (divieto di trattamenti inumani o degradanti) e l’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a causa della totale inerzia delle autorità giudiziarie in un caso di reiterata violenza domestica.

Il caso riguardava una donna che, dopo la separazione dal suo partner, aveva subito per nove lunghi mesi una serie di abusi. Nonostante avesse presentato denuncia e richiesto un ordine di protezione, le istituzioni italiane si sono mosse con una lentezza che la Corte di Strasburgo ha definito non solo inadeguata, ma lesiva dei diritti fondamentali della ricorrente. Nessuna valutazione del rischio è stata effettuata, l’istanza urgente è stata trattata con un’udienza fissata a nove mesi di distanza, mentre la denuncia penale è stata registrata solo due mesi dopo essere stata presentata. Durante le indagini, inoltre, la violenza domestica non è mai stata riconosciuta come elemento centrale dell’intera vicenda, nonostante le prove lo dimostrassero chiaramente.

La Corte ha sottolineato come i tribunali italiani non abbiano fatto alcuno sforzo concreto per acquisire una visione completa della situazione vissuta dalla donna, come invece richiesto nei procedimenti legati alla violenza di genere. In sostanza, si è trattato di una totale assenza di una risposta proattiva, sproporzionata rispetto alla gravità delle accuse e incompatibile con gli obblighi di protezione che uno Stato deve garantire ai propri cittadini, in particolare quando si tratta di violenza basata sul genere. Questa sentenza non è soltanto una condanna simbolica: è la conferma, a livello europeo, di ciò che le organizzazioni per i diritti delle donne e le esperte di violenza di genere denunciano da tempo. In Italia, le vittime non sono credute, non sono protette, non sono ascoltate in tempo.

Secondo i dati Istat, quasi la metà delle donne che hanno subito violenza da un partner non ritiene di aver subito un reato: il 49% descrive l’accaduto come “qualcosa di sbagliato”, e un ulteriore 20% lo considera “qualcosa che è accaduto”, senza attribuirgli alcuna connotazione negativa. Un dato che fotografa un fallimento culturale e istituzionale nel riconoscere e nominare la violenza. Se questi sono i numeri per la violenza fisica e sessuale, è ragionevole pensare che le forme di violenza psicologica, economica e coercitiva restino ancora più sommerse e misconosciute, sia da chi le subisce, sia da chi dovrebbe prevenirle.

Il legame tra questa mancata consapevolezza e l’inerzia istituzionale è profondo. Una cultura che minimizza, normalizza, ritarda, una cultura che impone alla vittima il fardello della prova e del riconoscimento formale del trauma, è la stessa che consente allo Stato di restare indifferente. È quella rape culture che non si manifesta solo nei casi estremi di stupro o femminicidio, ma anche nei meccanismi quotidiani di sottovalutazione, giudizio e rimozione che circondano le donne che chiedono aiuto.

Questa sentenza della CEDU non parla solo al caso specifico. Parla al sistema giudiziario, ai tribunali che ritardano, alle forze dell’ordine che archiviano, ai giudici che non credono. Parla a una cultura che ancora mette in discussione chi denuncia, invece di mettere in discussione chi abusa.

La violenza non è mai un evento isolato. È l’espressione finale di un percorso di annullamento, di una sproporzione di potere, di una cultura che legittima il controllo sull’altro, e quando lo Stato non interviene, non solo fallisce nel proteggere, ma diventa complice.

Serve una risposta istituzionale immediata, chiara, competente, servono tempi rapidi, strumenti concreti, operatori formati, una giustizia capace di riconoscere la violenza anche quando non si manifesta con lividi evidenti, e serve soprattutto un cambiamento culturale che restituisca alle donne la fiducia nel fatto che, quando parlano, saranno ascoltate e, soprattutto, credute.


Articolo precedentePredire il tumore al colon-retto Intelligenza Artificiale Spiegabile
Articolo successivoAnche le montagne diventano pianure: “parru cu tia”!
Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con una seconda laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato diciotto libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Due dei libri pubblicati sono in spagnolo/italiano e il penultimo in spagnolo/ portoghese è stato pubblicato in Portogallo. Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina e di Spagna. La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese.

1 COMMENTO

  1. Sacrosante osservazioni che la dicono lunga sul conto della credibilità della nostra, condizionata, assuefatta, surrogata giustizia italiana. Bravissima! Grazie per il prezioso, coraggioso articolo.

Comments are closed.