«Noi esseri umani siamo certamente toccati dal male, ma ancora di più siamo affascinati dal bene»
(Vito Mancuso)
Questo non è il solito Caffè col direttore
Nasce per chi la fede l’ha incontrata, magari abitata a lungo, forse smarrita o lasciata indietro senza clamore. Per chi non ha smesso di farsi domande, anche quando ha smesso di darsi risposte. Per chi, tra convinzioni che vacillano e parole che pesano, continua a cercare – magari in silenzio – se c’è ancora uno spazio possibile.
Il fatto
Una domenica, alcune settimane fa, sono andato a Messa. È una consuetudine per me, ma oggi il pensiero corre a quella domenica in particolare, e il motivo è semplice. Ho ascoltato un’omelia fitta di richiami al dovere, al pentimento, alla necessità di “cambiare vita”, fino all’esortazione conclusiva: «Se non vi siete convertiti, che siete venuti a fare a Messa? Tanto vale che andiate via…».
Confesso: per un istante ho pensato davvero di alzarmi e uscire. Poi ho preferito restare e prendere appunti per questo caffè. Non per spirito polemico, ma per capire cosa, nella scelta di quelle parole, non mi tornasse del tutto.
Sì, gli appunti li ho presi in diretta sul mio smartphone e, se il prete mi avesse visto, pazienza: magari mi avrebbe mandato via per davvero…
Una premessa per i miei comparrocchiani
Chi mi conosce lo sa: viaggio spesso e mi capita di partecipare alla liturgia nei luoghi più disparati. È quindi inutile tentare di indovinare dove o con chi il “fatto” sia accaduto. Se qualcosa conta, è piuttosto il filo rosso del discorso, non il volto di chi l’ha pronunciato.
Una premessa pedagogica
Se a un bambino ripeto ogni giorno che è “brutto, sporco e cattivo”, finirà col crederci. Se a un alunno dico che è incapace, che ha sbagliato tutto e che non ha voglia di imparare, lo convincerò a non imparare affatto.
Le parole generano mondi: possono ferire, ma possono anche aprire possibilità. È così a scuola, è così nella vita. Anche in quella di fede.
Una premessa teologica
Il Vangelo è lieta notizia. Non un vademecum di precetti, ma una buona notizia che attrae, accoglie, rialza. La domanda, allora, non dovrebbe essere “perché le chiese si svuotano?”, ma “come mai abbiamo smesso di essere attraenti?”.
Per chi ci crede, la differenza la fa la Grazia: quell’eccedenza d’amore che precede i nostri sforzi, li rende possibili e li trasfigura.
Gesù di Nazareth lo ha detto a modo suo: «Avete inteso che fu detto… ma io vi dico». Non è un invito al perfezionismo dell’anima; è il salto vertiginoso della grazia.
Il moralismo anche no, grazie
Il moralismo, anche quello animato dalle migliori intenzioni, consuma: ti carica di un peso che, alla lunga, schiaccia. La misericordia, invece, redime e rimette in cammino. Non per merito tuo, ma anche grazie e attraverso di te; senza sconti, perché la grazia costa cara, eppure resta gratuita.
È dono che rende capaci di opere di luce, pur sapendo che non saranno mai del tutto scevre da ombra.
«Stiamo in mano a Cristo»
È qui che mi torna alla mente una frase che la mamma di una mia amica ripeteva nei momenti difficili: «Stiamo in mano a Cristo».
Non era rassegnazione. Era il modo semplice e sapiente per dire: abbiamo fatto tutto ciò che potevamo; ora la situazione è fuori dal nostro controllo, ma sotto una Protezione più grande.
Quando la vita si fa imprevedibile – malattia, lavoro duro, sconfitte, tradimenti, errori di cui non basta pentirsi – quell’espressione diventava una benedizione: «Che tu sia custodito. Che qualcuno ti tenga».
Non affidamento al caso, ma alla Misericordia.
Limite, fiducia, tenerezza
Dentro quelle parole abitano almeno tre verità:
il riconoscimento del limite – non controlliamo tutto;
la fiducia – ciò che non governiamo non è per forza perduto, può essere consegnato;
la tenerezza – essere “in mano” a Qualcuno non umilia, piuttosto consola; ricorda che la fragilità non è uno scarto, ma un possibile luogo d’incontro.
Forse…
Forse, allora, le (poche) persone che (ancora) vanno in chiesa non hanno bisogno di sentirsi sbagliate per principio. Hanno bisogno di scoprire che, pur sbagliando, sono amate. Ed è proprio questa scoperta a dare inizio alla conversione vera: non il rigore che irrigidisce, ma l’incontro che cambia.
Forse l’omelia che cerchiamo è questa: una mano che ti rialza, non un dito che ti punta contro. Una voce che ti dica: «Hai fatto tutto quello che potevi. Ora lascia che l’Amore faccia il resto».
Che è poi il cuore dello stare in mano a Cristo ovvero in buone mani: affidati, protetti, custoditi – proprio mentre la vita ci supera.
Papa Francesco: «Dio non si stanca mai di perdonare… Siamo noi a stancarci di chiedere perdono!».


























