
«Il regalo più prezioso che possiamo fare a qualcuno è la nostra attenzione»
(Thich Nhat Hanh)
Da settimane, da mesi, anzi anni, attraversiamo tempi inquieti forieri di domande angoscianti: le produciamo in quantità industriale, le analizziamo, le scomponiamo, le affidiamo agli algoritmi, ai sondaggi, agli esperti di turno. Eppure, più aumentano le risposte, più cresce una sensazione diffusa di smarrimento. Come se avessimo perso il centro, pur avendo mappe sempre più dettagliate.
C’è un racconto di Tolstoj che, a distanza di oltre un secolo, continua a disturbare questa nostra febbrile ricerca di soluzioni. È la storia delle tre domande dell’imperatore.
Tre soltanto. Essenziali. Spietate. Inderogabili.
Le riassumo: Qual è il momento migliore per agire? Quali sono le persone più importanti? Qual è la cosa che conta più di tutte?
L’imperatore promulga un bando, promette una lauta ricompensa a chi saprà soddisfare la sua sete di sapienza e ascolta insoddisfatto il balbettio di strateghi, eruditi, tecnici del futuro. Ognuno propone un metodo, un sistema, una previsione. Tutto è razionale, tutto appare convincente.
Ma niente lo convince.
Finché il potente, stanco delle parole, si mette in cammino per raggiungere un vecchio eremita che non risponde con discorsi, ma con gesti: vanga la terra in silenzio, accoglie il tempo che passa. L’imperatore prima si offre di aiutarlo, poi si trova a prendersi cura di un uomo ferito, infine scopre che quell’uomo, che ora invoca il suo perdono, era venuto lì per vendicarsi e ammazzarlo.
Per aver, di volta in volta, saputo scegliere il tempo, la persona, la cosa migliore, l’imperatore torna a casa in pace, gratificato da una lezione che non dimenticherà e da una inattesa riconciliazione.
E così il racconto di Tolstoj ci conduce lì dove non possiamo più fuggire: nel presente. Non quello idealizzato, ma quello concreto, imperfetto, talvolta scomodo.
Il presente che non aspetta di essere pronto, perché accade comunque. Punto.
La risposta finale è disarmante, quasi offensiva per il nostro bisogno di complessità: il tempo più importante è adesso; la persona più importante è chi ti sta davanti e ti chiede aiuto; la cosa più importante è fare il bene possibile, qui e ora.
Nient’altro.
Non è un caso se questo racconto l’ho ritrovato nell’opuscolo Il miracolo della presenza mentale, del monaco buddista Thich Nhat Hanh. Per lui, quelle tre risposte non sono una morale da apprendere, ma una pratica da incarnare. Il miracolo, scrive, non è camminare sull’acqua, ma camminare sulla terra sapendo di camminare. In altri termini: essere davvero presenti alla vita che ci è data, senza scappatoie, senza deleghe.
La lettura di Thich Nath Hanh mi è stata di recente suggerita da un’amica a cui resto grato: evidentemente, era questo il momento in cui toccava proprio a me confrontarmi con simili domande.
Sono tuttavia del parere che rileggerle in un tempo segnato da guerre e smarrimento farebbe bene a più di uno: a cominciare da chi queste guerre le ordina dalla sua poltrona di pelle. Di sicuro, è oggi che ci viene chiesto da che parte stare, è oggi che ci viene chiesto per chi, cosa e come impegnarci. Perché non c’è futuro che possa salvarci, se non sappiamo essere presenti ora.
Anche perché non è affatto detto che ci venga data una seconda possibilità.
Scrivo assumendomi il rischio di parlare al plurale, usando un “Noi” che ci comprenda e rappresenti. Sì, siamo spesso abili nel parlare di umanità, un po’ meno nel prenderci cura delle persone concrete; siamo sensibili alle grandi cause, più fragili nelle relazioni vicine; siamo pronti ad affermare valori alti, talvolta dimenticando che chiedono carne, tempo, attenzione.
Ma forse esagero.
Tolstoj, con la sua parabola, e Thich Nhat Hanh, con la sua pratica della consapevolezza, ci pongono, però, una domanda scomoda: a chi stiamo davvero rispondendo, mentre diciamo di voler cambiare il mondo? Alla vita che accade davanti a noi, o a un’idea astratta che ci assolve senza coinvolgerci troppo?
Chissà, magari la vera crisi del nostro tempo non è nella mancanza di risposte, ma nell’incapacità di stare nel momento che ci è dato. Di riconoscere che ogni istante è decisivo. Che ogni incontro è irripetibile. Che il bene, se non è concreto, rischia di diventare una parola vuota.
Le tre risposte meravigliose non ci consegnano una strategia per il futuro. Ci chiedono qualcosa di più arduo: esserci. Con tutto quello che siamo. Adesso. Fragili, contraddittori, fallibili, ma presenti, qui e ora.
Il resto – potere, sesso, successo, previsioni e macchinazioni – passa. Questo, no.
Un po’ come l’Amore. O almeno così dicono.
Tolstoj riassunto da Thich Nhat Hahn: «La persona più importante è sempre quella con cui siamo, quella che ci sta di fronte, perché chi può dire se in futuro avremo a che fare con altre persone? La cosa che più conta sopra tutte è rendere felice la persona che ti sta accanto, perché solo questo è lo scopo della vita».



























Caro Direttore, nel tuo articolo mi ha colpito un paradosso che la parabola di Tolstoj lascia sullo sfondo. L’imperatore cerca tra i saggi della sua corte le risposte sul vivere e sullo stare insieme, ma nessuno riesce a trovarle. Deve uscire dal mondo degli uomini e andare da un eremita. È come se per vedere con chiarezza ciò che riguarda la vita comune fosse necessario, almeno per un momento, allontanarsene.
Ma qui nasce anche una domanda un po’ inquieta: se la chiarezza si trova solo fuori dal mondo delle relazioni, che cosa ce ne facciamo di questa scoperta quando torniamo dentro la vita di tutti i giorni? Non possiamo vivere tutti da eremiti. E forse non è neppure questo il punto.
Forse la lezione più realistica è un’altra: lo stare insieme è inevitabilmente confuso, imperfetto, pieno di smarrimenti. Non esiste una formula che lo renda limpido una volta per tutte. L’eremita serve forse solo a ricordarci, di tanto in tanto, ciò che nello stare insieme rischiamo continuamente di dimenticare. E che proprio per questo continueremo, inevitabilmente, anche a sbagliare.
Raffaele caro, sottoscrivo: ogni tua singola lettera!
E cosa rischiamo di dimenticare nello stare insieme!