
‘OMNIA – Omics and Medicine for New Intelligent Applications’ è un progetto di ricerca e innovazione in ambito sanitario che mette insieme università, strutture cliniche, centri di ricerca e imprese con un obiettivo molto concreto: sviluppare strumenti nuovi che, nel tempo, possano aiutare a capire meglio alcune malattie e a gestirle in modo più efficace, in particolare i disturbi dello spettro autistico, l’ADHD e il tumore del colon-retto. In questo senso l’intelligenza artificiale viene usata come uno strumento di supporto: serve a mettere ordine in tanti dati, a trovare collegamenti e a dare indicazioni che possano aiutare i ricercatori e, in prospettiva, i clinici. Non sostituisce il medico, ma può diventare un aiuto per avere analisi più consistenti e confrontabili. Il progetto ha un costo complessivo di circa 15 milioni di euro, di cui circa 10,5 milioni coperti da un finanziamento; la parte restante è sostenuta dai partner attraverso cofinanziamenti e contributi collegati alle attività. A spiegarcelo è Sabina Sonia Tangaro, professoressa all’Università di Bari Aldo Moro.
Cosa si intende, esattamente, per OMNIA – Omics and Medicine for New Intelligent Applications?
OMNIA è un progetto di ricerca e innovazione in ambito sanitario che mette insieme università, strutture cliniche, centri di ricerca e imprese con un obiettivo molto concreto: sviluppare strumenti nuovi che, nel tempo, possano aiutare a capire meglio alcune malattie e a gestirle in modo più efficace.
In parole semplici, OMNIA parte dall’idea che oggi abbiamo a disposizione moltissime informazioni sul corpo umano e sul modo in cui funzioniamo: dati biologici, clinici, e in alcuni casi anche segnali più “indiretti” che possono dare indicazioni sullo stato di salute. Il punto è riuscire a leggere bene questi dati, metterli insieme e interpretarli nel modo giusto. Per farlo, il progetto usa anche strumenti informatici avanzati, che aiutano ad analizzare grandi quantità di informazioni e a trovare pattern utili.
L’obiettivo è trasformare la ricerca in strumenti affidabili: prima si sviluppa nei laboratori, poi si verifica e si valida, e infine si lavora perché possa diventare utile anche fuori dal progetto, nella pratica e nelle applicazioni.
In che modo tale progetto può ricercare soluzioni per i disturbi dello spettro autistico e l’ADHD, e per il cancro del colon-retto?
OMNIA si concentra su due ambiti clinici molto rilevanti: da una parte i disturbi dello spettro autistico e l’ADHD, dall’altra il tumore del colon-retto. Parliamo di condizioni diverse, ma accomunate dal fatto che per pazienti e famiglie è fondamentale avere strumenti più precisi per capire la situazione, seguire l’evoluzione nel tempo e scegliere interventi sempre più appropriati.
Il progetto affronta questi temi mettendo al lavoro gruppi di ricerca diversi, con competenze complementari, e creando una collaborazione stabile tra laboratori pubblici e privati. In pratica, non è un singolo laboratorio che lavora da solo: è una rete di soggetti che condividono conoscenze, esperienze e tecnologie, con il supporto di strutture cliniche che aiutano a collegare il lavoro scientifico ai bisogni reali delle persone.
Le soluzioni che OMNIA cerca di costruire non sono “una cura unica”, ma un insieme di strumenti: metodi per individuare segnali utili, sistemi informatici che possono supportare l’interpretazione dei dati, e percorsi di sviluppo che permettano di testare e verificare le tecnologie in modo graduale e controllato. Inoltre, il progetto valorizza anche competenze e tecnologie già sviluppate in un progetto precedente e dai partner coinvolti, con l’idea di adattarle e farle evolvere nel nuovo contesto.
Accanto a questo, OMNIA investe molto anche sulla formazione: perché innovare in sanità significa anche formare persone capaci di usare questi strumenti in modo corretto e responsabile, dentro e fuori i laboratori.
In quante fasi è suddiviso e come sfrutta l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e delle nanotecnologie per migliorare diagnosi e terapie?
OMNIA può essere descritto come un percorso in cui si lavora su due aspetti collegati: capire meglio e intervenire meglio.
Il primo aspetto riguarda la diagnosi e la valutazione clinica. Qui l’idea è raccogliere informazioni e segnali utili e imparare a interpretarli con maggiore precisione. L’intelligenza artificiale viene usata come uno strumento di supporto: serve a mettere ordine in tanti dati, a trovare collegamenti e a dare indicazioni che possano aiutare i ricercatori e, in prospettiva, i clinici. Non sostituisce il medico, ma può diventare un aiuto per avere analisi più consistenti e confrontabili.
Il secondo aspetto riguarda la terapia e le tecnologie che possono migliorarla. In questo caso entrano in gioco anche nuovi materiali e particelle molto piccole, cioè le nanotecnologie. L’obiettivo è studiare soluzioni che permettano approcci più mirati: ad esempio sistemi che aiutano a “trasportare” un trattamento nel punto giusto o materiali capaci di svolgere funzioni specifiche in modo controllato. È un lavoro che richiede passaggi graduali e molta verifica, ma che può aprire strade interessanti.
Un punto importante è che il progetto non resta solo “sulla carta” o solo in laboratorio: prevede fasi di verifica e validazione, con attenzione anche agli aspetti di sicurezza e ai requisiti che servono in ambito sanitario. In questo quadro è particolarmente rilevante la partecipazione di due IRCCS, quello di Troina (Oasi Maria Santissima) e l’Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari, perché portano esperienza clinica e aiutano a mantenere il lavoro collegato alla realtà dei pazienti e ai criteri con cui le soluzioni devono essere valutate.
Quale destinazione è prevista per il finanziamento di 10 milioni di euro?
Il progetto ha un costo complessivo di circa 15 milioni di euro, di cui circa 10,5 milioni coperti dal finanziamento; la parte restante è sostenuta dai partner attraverso cofinanziamenti e contributi collegati alle attività.
La destinazione delle risorse è soprattutto pratica. Una quota importante serve a potenziare e attrezzare laboratori avanzati, perché per sviluppare nuove tecnologie in modo serio servono strumenti, spazi e competenze adeguate. In particolare, il progetto prevede investimenti legati alle attività di ricerca su materiali, chimica e farmaci, oltre alle piattaforme per l’analisi dei dati.
Un’altra parte delle risorse è destinata allo sviluppo e alla verifica delle tecnologie: non solo ricerca “di base”, ma anche realizzazione di prototipi, test, controlli e passaggi necessari per capire se una soluzione funziona davvero e se può essere trasferita verso applicazioni più concrete, anche con il coinvolgimento del mondo industriale.
Infine, una componente importante è la formazione: OMNIA non investe solo su macchinari e laboratori, ma anche su persone. L’idea è creare un percorso che rafforzi competenze utili a far crescere queste innovazioni nel tempo, così che i risultati non restino confinati al progetto ma possano lasciare un’eredità stabile.
Il partenariato è ampio — circa una quindicina di soggetti — e include anche altre università, oltre a centri di ricerca, IRCCS e imprese: un lavoro di rete che è essenziale quando si parla di innovazione in sanità.























