
Perché Sanremo è Sanremo…
Mamma d’oro,
Regina sulle piste e regina di cuori.
Giornalista carina. E brava, certo, chi lo nega.
Ma figuriamoci se non rispettiamo le donne.
Non si può dire più nulla.
A Sanremo si parla di musica, non di genere.
Dirige l’orchestra il maestro: è neutro, va bene.
Non vorrete stravolgere una lingua vecchia di secoli?
Il patriarcato non esiste più.
Siamo onesti dai: nelle case chi comanda?
È successo di nuovo: raccontare la donna con parole inappropriate. Perché ancora non ci si convince che le parole sono vitali, che la grammatica è anche culturale, che la tradizione non è il terzo imparziale cui appellarsi per dirimere guerre ideologiche.
Ma ciò che colpisce ultimamente è l’inconsapevolezza di chi parla e di chi scrive, che diventa, immediatamente, auto-giustificazione e auto-assolvimento. Non si vuole mai dire, non si vuole mai intendere. Eppure si dice, eppure si lascia intendere. E il detto e il non detto si contendono i significati ultimi. Perché, si sa, quando si parla di certi temi anche le virgole pesano, mentre le omissioni diventano parentesi di vuoto in cui l’urlo della giustizia riecheggia inascoltato.
In tutto questo molte donne in primis non riconoscono l’ingiustizia, non colgono la pericolosità di certe affermazioni, distratte dal desiderio di diventare esempi da seguire, senza rendersi conto che la reale parità si raggiunge quando si smette di costruire modelli e ci si radica nelle storie di carne. Non una di meno: potrebbe anche significare che nessuna merita l’invisibilità, anche quando non raggiunge i parametri della femminilità del momento.
Certo, scendendo nella profondità della questione, davvero ogni parola sembra inappropriata. Tuttavia, non si può continuare a narrare la donna a partire da amanti e compagni, nemmeno dai figli. Madre di, compagna di, moglie di: il complemento di specificazione racconta l’appartenenza ed essere di altri per poter essere qualcuno è il problema storico del genere femminile. La grammatica è culturale, si è detto. E se vogliamo cambiare la cultura bisogna curare l’alfabetizzazione del non detto e la consapevolizzazione dell’inconscio. Perché anche quando non si dice, anche quando non si vuole, si comunica e si agisce.
Allo stesso modo, difendere il maschile sovraesteso con la tradizione della lingua significa essere ciechi di fronte alla storia, le cui istituzioni sono state per secoli solo maschili. Così come negare il patriarcato con il potere che le donne hanno in casa è dannoso sotto molteplici punti di vista. Nessuna vera emancipazione è figlia dell’inversione dei detentori del potere: non si tratta di chi comanda dove, ma di inaugurare alleanze generative ben oltre la dialettica servi-padroni. Occorre inoltre convincersi che una gestione domestica prettamente femminile nasconde il dramma atavico della destinazione di genere dei luoghi: la piazza, il pubblico, il lavoro all’uomo; la casa, la cura, l’educazione alla donna. Con buona pace della proposta di legge di ampliare il congedo di paternità: finché le donne saranno gli “angeli del focolare” e le “regine della casa” non si sentirà la reale urgenza di parificare i congedi. Il problema, insomma, è la parte sommersa di un iceberg che fatica a disciogliersi nell’oceano della coscienza collettiva.
Ma che male c’è se un’atleta è anche mamma? Che male c’è se una donna gestisce la sua casa? Che male c’è se una donna è felice di cucinare per la sua famiglia? Che male c’è a curare la propria bellezza? Nessuno. Il male nasce quando si stabilisce che la normalità è una soltanto, quando si usa la cornice familiare per addomesticare il successo, per ricordare che, nel caso delle donne, i veri traguardi, le vere medaglie sono altre. E perché non si pensi a un discorso ad personamcontro l’atleta in questione, è bene ricordare che la stessa cosa è stata scritta di una delle ricercatrici del vaccino anticovid, di cui fu narrato stato civile e numero di figli ancor prima della conquista scientifica. Il ruolo di una certa stampa sembra sempre quello di tranquillizzare che nessuna si è distolta dal ruolo tradizionale.
Nel frattempo, tutto passa. Passerà anche questo 8 di marzo è passato. Senza che una reale presa di coscienza resti a prendere la parola, a cambiare la narrazione, a mutare certi microfoni e ad accenderne altri.


























Articolo che come sempre fa riflettere. Grazie degli spunti di riflessione che ogni volta ci offri.