Tra gli incendi che devastano boschi e territori e quelli, più silenziosi, che divampano nelle nostre relazioni, una riflessione sul fuoco: quello che va custodito, alimentato e governato perché possa scaldare e illuminare senza distruggere

È tempo di vacanze, di pausa, di rallentamenti, di spostamenti, di scoperte, di ricongiungimenti.

È tempo di viaggi.

Anche il fuoco, purtroppo, compie il suo e, ad oggi, ha già percorso settantamila ettari. È un’estate drammatica dal punto di vista degli incendi, che devastano boschi e aree protette da nord a sud, complici le temperature elevatissime e ormai fuori controllo.

Basta una svista, un falò improvvisato, mal gestito, e in un attimo tutto va in fumo. Secoli di alberi, anni di ricerca e salvaguardia, giornate intere di lavoro in campagna. A volte occorrono giorni e giorni per spegnere un incendio, migliaia di litri di acqua e un dispiego di forze non indifferenti, come raccontato dalla recente cronaca.

A bruciare sono buoni tutti, accendere un fiammifero è facilissimo. Anzi, per alcuni scatenare una combustione diventa espressione di un disagio profondo, di malattia che diventa reato e causa, con dolo, pericoli e danni inestimabili. E se di fronte a questo ci sentiamo raggelare, restiamo comunque in tema: del gelo, difatti, si dice che “brucia”, perché i suoi effetti sulle cellule sono gli stessi di un’ustione. A mettere fuoco, insomma, non ci vuole nulla e questo non vale soltanto per i boschi.

“Bruciare” è un verbo dalle mille sfaccettature: il termine contiene la vivacità e la forza della “brace” e in genere è usato come transitivo, cioè con il complemento oggetto che ne accentua l’effetto di consumazione e distruzione. Se viene usato come intransitivo, invece, assume una sfumatura diversa, quella di consumarsi e di ardere.

Ardere e bruciare sono due cose molto diverse. Un fuoco che arde è un fuoco progettato, assistito, curato, non lasciato al caso, non osato alla buona, né usato per gioco. Un fuoco che arde cresce lentamente, magari dopo tentativi falliti e imprevisti. Un fuoco che arde ha bisogno di utensili specifici, di confini netti che proteggano chi lo maneggia, di legna ben conservata e variegata, rami più esili per far partire la fiamma e tronchi spessi e robusti per prolungarla. E poi ci vuole l’ossigeno: un fuoco che arde non vive di sola forza, necessita di aria, di aperture. Solo così può assolvere al suo compito, senza fare fumo e senza distruggere.

Funziona allo stesso modo un cuore che arde di passioni sane, di valori autentici, di progetti edificanti. Un cuore che non transita il proprio fuoco sugli altri, bruciandoli e distruggendoli, inconsapevoli complementi oggetti di logiche malate, di smarginature mortali. Un cuore che gestisce le proprie fiamme, lavorando su se stesso anche a costo di inaridirsi, come racconta la comunanza semantica tra ardere e aridus. Chi è impegnato a farsi dono, ad autogestirsi, a non rispondere al male con altro male, a non reagire all’assurdo, lo sa: si esce sempre un po’ inariditi dalle giornate, ma sempre risuscitati dallo stesso calore e dalla stessa luce effusi per rendere il mondo un posto migliore.

Bruciare, invece, consuma. Sé e gli altri. Sempre di calore, sempre di fuoco, sempre di luce si tratta. Ma a lungo andare le conseguenze diventano ingestibili e la violenza racconta da sola la natura delle fiamme, senza bisogno di analisi logiche. E allora non servirà incolpare la legna e prendersela col vento. Occorrerà sperare nelle riserve dell’animo per spegnere l’incendio e affrontare la devastazione.

Nelle regioni più colpite le riserve idriche si sono dimezzate in pochi giorni. Molti vigili del fuoco, con canadair e mezzi di ogni sorta, sono tuttora impegnati a domare gravi incendi e a salvare diversi boschi. Dopo giorni di lavoro senza sosta, qualche risultato inizia a vedersi e la speranza rianima tutti.

Che questa solerzia e questa perizia ci ispirino su altri fronti.

Che lo stesso epilogo tocchi ai fuochi appiccati, senza motivo e con molta ignoranza, nelle nostre relazioni, nelle quali distinguere uno stoppino vivace e sapiente da un fuoco di paglia resta ancora impresa ardua e senza numero di emergenza.


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