Prima della mietitura, grano e zizzania sono indistinguibili: anche in noi

Il grano e la zizzania.

Chi non conosce quella parabola.

Chi, almeno una volta nella vita, non l’ha usata per descrivere e affrontare situazioni personali.

Alla pari della pagliuzza e della trave, il grano e la zizzania rientrano tra le metafore evangeliche più note e adottate dal gergo quotidiano.

Ciò che stupisce è l’efficacia di questa immagine: basta andare a far visita a un campo di grano in questo periodo per rendersene conto. Zizzania e grano crescono insieme nello stesso campo, incredibilmente somiglianti. E non potresti strappare l’una senza procurare con estrema facilità un danno all’altro. Come suggerito dalla parabola stessa, occorre attendere la mietitura, il tempo opportuno per togliere la maschera alla zizzania e sradicarla del tutto.

Qual è la morale della storia?

Ah, sì: i falsi ci attanagliano; il tempo è un gran signore; il karma gira; il bene vince sempre; la pazienza ripaga; le maschere prima o poi cadono. Questo tipo di narrazione convince tantissimo: solletica la sete di giustizia e semplifica la visione del mondo, riducendone la complessità in due sole fazioni: buoni e cattivi. E gli aut aut, si sa, piacciono sempre moltissimo e offrono consolazioni a buon mercato.

Ora, sentirsi buon grano fa bene. Esserlo effettivamente è una gran cosa. Ma se abbiamo sempre, costantemente bisogno di convincerci che la zizzania sia solo negli altri, forse abbiamo un problema. E se la nostra psiche, passando al vaglio ogni spiga, la identifica automaticamente come zizzania alla minima incongruenza con i propri principi personali, abbiamo più di un problema.

Perché quel campo in cui crescono insieme grano e zizzania è dentro ciascuno.

Inutile rifugiarsi in paroloni abusati e in proclami stantii; inutile fare appello alla propria coerenza, denunciando sempre e solo l’ipocrisia altrui. Occorre far pace con l’incoerenza, con l’errore, con la malizia, pure con le cattive inclinazioni tipiche dell’umano. Oserei dire che urge far alleanza con le ombre che ci portiamo dentro, perché conoscerle può servire a disinnescarle, oltre che ad autoanalizzarsi, autolimitarsi e scusarsi, ormai gesti eroici nel tempo delle autoincoronazioni e degli autoassolvimenti, la cui platealità raggiunge picchi incredibili sui social. Il trend, infatti, è comunicare attraverso bacheche e storie, che sostituiscono quasi del tutto il confronto face to face, urlano la nostra bravura e denunciano la cattiveria altrui, alimentando la visione favolistica del protagonista buono osteggiato dalla strega malefica. Un trend che, tra l’altro, appartiene a generazioni abbastanza attempate. Come dire: l’emergenza schermi e l’educazione digitale non riguardano solo le fasce giovanili della popolazione, anzi! La campagna dei presunti buoni contro i presunti cattivi, con l’annessa aggressività con cui è condotta, sono più un fenomeno di “adulti”.

Che fare? La mietitura si avvicina e una gita nei campi di grano vale sempre la pena: chissà che la silente lezione della natura ci riporti alla realtà delle cose. Soprattutto, ci doni un po’ di pace, per accogliere definitivamente noi stessi e, di conseguenza, gli altri.