
Una frase di un bimbo al suo papà diventa una piccola lezione sulla paura, sull’amore e su quella necessaria prudenza con cui dovremmo custodire la soglia della nostra vita
“Papà, c’è un mostro fuori dalla mia camera!”
“Ah! Cosa facciamo?
“Gli chiediamo: parola d’ordine…?!”.
Mi ha stupito. La paura del mostro nei bambini è atavica, legata alla prevaricazione del pensiero magico sul pensiero astratto, ancora immaturo. Ma questa volta Riccardo non gli ha chiuso del tutto la porta. E ultimamente qualcosa in lui lo porta a respingere e contemporaneamente lo spinge a curiosare in questa strana entità, fino a dargli una possibilità ultima, a concedergli una minima confidenza.
La parola “mostro” deriva dal latino monstrum, che originariamente significava “prodigio”. Il termine è strettamente connesso al verbo latino monere, cioè “avvisare”, “ammonire”, perchè nell’antichità il mostro era un segno divino inviato per ammonire o rivelare qualcosa alla gente.
In effetti, la paura del mostro è un riflesso di paure intime e inesprimibili, che il cervello del bambino organizza in maniera fantasiosa per riuscire a gestirle. Ma la sua risposta fa riflettere su più fronti: l’ingenuità con cui, a volte, diamo confidenza ai mostri, quelli dentro di noi e quelli fuori di noi; la scaltrezza con cui chiediamo, a chi chiede di entrare nella nostra vita, una chiave d’accesso; il coraggio di trattare il mostro per quello che è, un segno e, in fondo, una possibilità.
I mostri ci rivelano a noi stessi. Un mostro non cambia, non può cambiare: non può essere una creatura luminosa; non può non incutere paura. Una malattia, una delusione, un presagio, un evento, una prova, un passato traumatico, un presente instabile, un futuro incerto fanno paura eccome. Eppure, possono aiutarci a incontrare le nostre più intime fragilità, ad interpretare le paure recondite alle quali fatichiamo a dare un nome, ad addomesticare altri mostri, quelli sopiti dentro di noi. E così, nei solchi dello spavento, incontriamo cose profondissime e irrisolte e siamo costretti ad affrontarle. Lo canta Giorgia Gaber: “i mostri che abbiamo dentro sono un atavico richiamo e dobbiamo farci i conti”. Bene o male. Più o meno. A seconda di quanto siamo disposti a maturare. A seconda di quanto abbiamo capito che, scomodando ancora Gaber, “la convivenza e la nostra idea di giustizia e uguaglianza è minacciata dai mostri che sono la nostra sostanza”,
Tuttavia, il reale problema sono i mostri che non sembrano tali. Quelli che hanno fame e sete di una giustizia che contempla la violenza e instilla la divisione. Quelli che facciamo entrare senza parola d’ordine, perché ci ispirano fiducia: vogliono sconfiggere i nostri mostri, dicono. E invece, una volta entrati, si alleano con loro e ce li rivoltano contro quando meno ce lo aspettiamo. Quelli che intravedono una sofferenza e si intrufolano solo per allargare la piaga. Quelli che passano dall’adorazione di qualcuno alla sua distruzione, non appena restano senza il nutrimento del consenso. Quelli che: “non ci ho pensato”, “sono fatto così”, “me l’hanno detto gli altri”. Quelli che arrivano ad alte cariche e abusano del loro potere. Quelli che non prendono posizione sulle ingiustizie. Quelli che, di fronte alle sofferenze di un popolo o di un singolo essere umano, guardano la bandiera o il genere per decidere dove schierarsi.
Sono questi i mostri veri, i più pericolosi di tutti: tale può diventare chiunque. E non è mai questione di bruttezza o rabbia. I mostri sono ben vestiti, parlano bene, siedono a tavole importanti, hanno nobili ideali. Ma la loro “fede nel giusto e nel bello è un equilibrio apparente, che è minacciato dai mostri che hanno nel cervello”, canta ancora Gaber.
Allora mi convinco che la parte più difficile di quel dialogo con Riccardo deve ancora venire. Perché un giorno bisognerà spiegargli che, parafrasando Primo Levi, a essere pericolosi non sono i mostri, ma gli uomini comuni. E bisognerà che abbia una tale confidenza con l’amore, da essere in grado di riconoscere con una certa celerità tutte le sue falsificazioni, e un’autostima così ferrea da chiedere a chiunque, anche a me, la “parola d’ordine” per entrare nella sua vita. Impossessarsi di quella degli altri in nome dell’amore è la genesi di tutte le mostruosità possibili.



























