
Oggi mio figlio compie ventinove anni.
Gli farò un bonifico.
Gli auguri no.
Non per indifferenza.
È un gesto piccolo.
Un modo per dire: ci sono.
Senza avvicinarmi troppo.
Perché negli anni ho imparato una cosa difficile da accettare:
più mi avvicino, più leggo in lui distacco, sofferenza, fastidio.
Come se la mia presenza gli facesse male.
Me l’ha detto anche apertamente, qualche volta.
Così oggi resto un passo indietro.
Una forma strana di rispetto.
Esistono figli lontani.
Non lontani nello spazio.
Lontani in un modo più difficile da spiegare.
Figli con cui, a un certo punto, qualcosa si incrina.
Non c’è stato un giorno preciso.
Nessun evento definitivo.
Solo una strada che lentamente si rovina.
Non è vero che non te ne accorgi.
Lo senti.
Per questo ci lavori.
Cerchi di ripararla.
Di riaprirla.
Di tenerla viva.
Quello che non riesci a immaginare è che possa chiudersi davvero.
Perché tra un genitore e un figlio quella strada sembra indistruttibile.
Poi un giorno ti accorgi che non porta più da nessuna parte.
Ricordo mio figlio bambino.
Io che lo accompagnavo a scuola.
Lui seduto accanto a me in macchina, con un cappellino di lana calcato sulla testa.
Guardava fuori dal finestrino, silenzioso, con un’ombra addosso.
Capivo che qualcosa non andava.
Ma anche lì iniziava il dilemma.
Il tempo giusto.
Lo spazio giusto.
Il passo avanti.
Il passo indietro.
Il tempo del rispetto.
Il tempo della cura.
Perché quando ami qualcuno la domanda non è solo se intervenire.
È come.
È quanto.
È quando.
E non sempre lo capisci.
Col tempo inizi a lavorarci.
Cerchi strade.
Medici.
Educatori.
Sport.
Musica.
Tutti i modi che conosci per aiutarlo a trovare posto nel mondo.
Quando ami un figlio provi qualunque strada.
Perché senti che qualcosa tra voi si sta incrinando
e fai di tutto per tenerlo aperto.
Eppure, crescendo, qualcosa continua a sfuggire.
Poi le stagioni della crescita avanzano e chiedono sempre maggiore cautela.
Cerchi di esserci senza invadere.
Di aiutare senza stringere troppo.
È un equilibrio difficile.
Quello tra l’essere presenti
e il non diventare una pressione.
Ma qualcosa continua a sfuggire.
Poi ti fermi.
E se non lo fai tu ci pensano le circostanze.
Arriva il tempo del ricordare e -se ce la fai- del riflettere.
Col tempo ho iniziato a ricordare alcune scene in modo diverso.
All’epoca le avevo lette come conflitti.
Rabbia.
Pretese.
Richieste di soldi.
Oggi mi chiedo se non fossero anche altro.
A volte i figli bussano in modi storti.
Con accuse.
Con arroganza.
Con desideri sproporzionati.
Tu genitore ascolti le parole.
Ma sotto quelle parole forse c’è qualcos’altro.
Una richiesta che non sai riconoscere.
Non perché non vuoi esserci.
Ma perché non capisci la lingua in cui arriva.
Col tempo mi sono chiesto se quella strada, per un po’, fosse rimasta aperta.
E se alcune volte lui l’avesse percorsa.
Forse stava arrivando.
Forse stava provando a dirmi qualcosa.
E io non l’ho capito.
So che in questo pensiero c’è anche il rischio del senso di colpa.
E so che la storia non è così semplice.
So anche quanto ho provato a tenere quella strada aperta.
Ma la domanda resta.
C’è un figlio che nasce.
Un dono.
E insieme a quel dono nasce anche una strada.
La strada tra lui e te.
Ma un genitore sa da subito che non è l’unica.
Per questo prova ad aprirne altre.
Le strade degli amici.
Dello sport.
Della musica.
Della scuola.
Del lavoro.
Le incoraggi.
Ci investi.
Perché sai che un figlio non può crescere su una sola strada.
Poi a volte accade qualcosa di più difficile.
Non si chiude solo quella tra voi.
Una dopo l’altra si chiudono anche le altre.
Quelle degli amici.
Della scuola.
Del lavoro.
Degli incontri.
E il vero timore del genitore non è più tanto che la strada verso di sé resti chiusa.
È che restino chiuse tutte.
Allora nasce un pensiero ancora più difficile.
Il sospetto che forse quella prima strada fosse più importante di quanto pensavi.
Che forse era quella che teneva aperte anche le altre.
E non sai più che fare.
Per anni hai lavorato per non essere l’unica strada.
Hai cercato di aprirne altre.
E adesso aspetti che tuo figlio le percorra.
Ma non succede.
A questo punto il tempo diventa il vero enigma.
Perché nelle relazioni esiste anche il tempo giusto.
Il tempo in cui esserci.
Il tempo in cui fare un passo indietro.
E a volte resta un dubbio che non si scioglie più.
Che forse quel tempo l’hai mancato.
Che c’è stato un momento in cui dovevi esserci
e non ci sei stato.
E quel momento non torna più.
Forse anche questo significa, qualche volta, curare chi cura.
Accettare il dubbio.
Accettare la possibilità del fallimento.
E imparare a distinguerlo da quello dell’altro.
Perché il fallimento che senti è tuo.
Non è di tuo figlio.
Hai mancato un tempo.
Hai mancato uno spazio.
Hai mancato qualcosa.
Ma questo non dice nulla su quello che sarà della sua vita.
La vita di un figlio non appartiene al genitore.
Non hai il diritto di confondere il tuo fallimento con il suo destino.
Allora forse l’unica cosa che resta è un augurio.
Che, al di là delle porte chiuse,
degli incontri mancati,
dei tempi sbagliati,
tu possa incontrare una strada aperta.
Da qualche parte.
Nella trama degli incontri umani
che nessun genitore può controllare
e nessun fallimento può esaurire.
🤲 A più mani (non solo una firma, ma un metodo: mani, relazioni, strumenti condivisi per fare insieme)
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È una nuova rubrica di Odysseo dedicata al caregiving, uno spazio di riflessione e confronto su genitorialità, professioni di aiuto, relazioni educative e sistemi di welfare. Un luogo aperto a contributi, domande e buone prassi, perché nessuno può prendersi cura da solo.
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