Grandmother and child hold a tree sprout in their hands. Selective focus. Nature.

Come si fa a sbagliare di meno con un bambino con cui si è già sbagliato tanto?

C’è una domanda che alcuni insegnanti non dicono ad alta voce, ma che li accompagna ogni giorno.

Che uomo sarà questo bambino di cui mi sto occupando?

Gabriele è in una comunità.
La sua famiglia non ce l’ha fatta.
Non è una storia spettacolare. È una storia che si è sfilacciata lentamente.

A scuola Gabriele fatica.
Fatica negli apprendimenti.
Fatica nelle relazioni.
Fatica a reggere la frustrazione.
Fatica a stare al passo.

La sua insegnante di sostegno lo guarda crescere centimetro dopo centimetro, inciampo dopo inciampo.
Fa il suo lavoro. Spiega, sostiene, corregge, argina.
Si coordina con le colleghe, discute, prova, rivede.

Ma sotto il metodo, sotto le programmazioni, sotto le riunioni di team, c’è un pensiero sordo che la attraversa:

Sto facendo davvero qualcosa per lui?

Non solo per il compito di matematica.
Non solo per la lettura sillabica.
Ma per la sua storia.
Per l’uomo che diventerà.

Ogni volta che lo vede soffrire.
Ogni volta che lo corregge.
Ogni volta che deve impedirsi di proteggerlo troppo.
Ogni volta che deve lasciarlo un po’ solo per aiutarlo a diventare autonomo.

Come si fa a sbagliare di meno con un bambino con cui si è già sbagliato tanto?

Questo è il dilemma di chi cura.
Non è tecnico. È esistenziale.

Quello che resta

Vorrei dire a quell’insegnante qualcosa che so per esperienza.

Nel mio lavoro di psicoterapeuta incontro spesso adulti che arrivano molti anni dopo la loro infanzia. Portano con sé fatiche, blocchi, storie complesse.

Nel lavoro di rielaborazione delle memorie emotive accade spesso una cosa.

Dentro racconti segnati da assenze e fragilità, a un certo punto emerge una figura.

“C’era una maestra…”
“C’era un insegnante…”
“C’era qualcuno che mi guardava diversamente…”

Non sempre è stata una presenza centrale.
Non sempre è stata costante.
A volte è stata una parentesi breve.

Ma quella relazione ha lasciato una traccia.

Non ha cancellato il dolore.
Non ha sistemato tutto.
Ma è diventata un punto di appoggio nella memoria relazionale.

Un’esperienza di essere visto.
Di non essere ridotto al problema.
Di non coincidere con il proprio errore.

Quando, anni dopo, quella persona torna a prendersi cura di sé, quella traccia può riattivarsi.
Può diventare base per qualcosa di nuovo.

Curare chi cura

Allora la domanda “che uomo sarà?” resta aperta.
Nessun insegnante può determinare il futuro di un bambino.

Ma può lasciare una traccia.

La preoccupazione autentica di far bene.
La fatica di restare.
Lo sguardo che non si arrende al sintomo.
La capacità di distinguere tra errore e identità.

Sono esperienze che entrano nel corpo del bambino.

E forse chi cura ha bisogno di sapere proprio questo:
che la sua presenza, anche quando non vede risultati immediati, produce qualcosa.

Produce memoria relazionale.
Produce esperienza di essere visto.
Produce un frammento di sicurezza che potrà riattivarsi nel tempo.

Curare chi cura significa anche restituire questo senso:
non sei onnipotente, ma non sei irrilevante.

Tra il controllo totale e l’impotenza c’è uno spazio più umano:
quello delle tracce che restano.

E forse è questo che, nel tempo, permette anche alle ferite di trasformarsi — come ricordava il Direttore in “Diamanti, carbone o perle?” — non negando l’impurità, ma attraversandola.

E spesso, anni dopo, sono proprio quelle tracce a fare la differenza.

🤲 A più mani (non solo una firma, ma un metodo: mani, relazioni, strumenti condivisi per fare insieme)

 

✍️ Invito a scrivere

Curare chi cura è uno spazio aperto.

È una nuova rubrica di Odysseo dedicata al caregiving, uno spazio di riflessione e confronto su genitorialità, professioni di aiuto, relazioni educative e sistemi di welfare. Un luogo aperto a contributi, domande e buone prassi, perché nessuno può prendersi cura da solo.

Chiunque può contribuirvi scrivendo a  apiumani67@gmail.com

I testi ricevuti vengono letti e accompagnati editorialmente prima della pubblicazione, nel rispetto della linea della rubrica.

Scrivere è già un atto di cura.
Far circolare le parole lo è ancora di più.


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CURARE CHI CURA La cura è relazione. E nessun sistema di cura può reggere se chi cura resta solo. Questa rubrica nasce per raccontare la cura nei suoi momenti concreti: nella genitorialità, nelle professioni di aiuto, nelle relazioni, nelle istituzioni. Non in astratto, ma nella vita vissuta. ✍️ Vuoi contribuire? Racconta. La cura data, ricevuta, osservata. La cura riuscita, difficile, solitaria. 📖 Linee guida per scrivere: https://drive.google.com/file/d/1nWI_6EEdktutF95BEtpKn1YNVeW2-bKX/view 📩 Per inviare i testi: apiumani67@gmail.com

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