
Perché la morte del diritto precede sempre la morte delle democrazie
Negli ultimi giorni della sua nobilissima vita, mentre serenamente attendeva l’esecuzione della pena capitale, Socrate discusse con il suo caro amico Critone della possibilità di evadere dal carcere. Avrebbe potuto approfittare del periodo di sospensione delle sentenze, che Atene concedeva durante una tradizionale cerimonia pubblica. Platone, suo allievo, ne offrì un memorabile resoconto nel dialogo “Critone”. Socrate immagina che le leggi della sua città si rivolgano a lui nel tentativo di farlo riflettere sull’immoralità della proposta dell’amico. Gli ricordano, allora, che loro sono per lui come la madre e il padre, perché, come ai suoi genitori deve la vita e l’educazione, così alle leggi deve tutta la sua vita di libero cittadino: è grazie ad esse che ha potuto superare l’esame di docimasia e – si potrebbe aggiungere – contrarre matrimonio, insegnare, parlare liberamente e difendersi in tribunale. Perciò tradirle fuggendo dal carcere sarebbe come rinnegare i propri genitori. Inoltre, proseguono, la città sarebbe sovvertita se le sentenze già emesse non fossero rispettate dai cittadini. D’altra parte, ai cittadini maggiorenni di Atene che trovassero ingiuste le leggi della propria patria esse offrono la possibilità di emigrare, in modo da vivere come piace a loro, oppure di discutere delle leggi per provare a cambiarle, come si conviene ad una democrazia. Non avendo optato né per l’una né per l’altra possibilità, concludono, fuggendo Socrate ricambierebbe “con un’ingiustizia un’ingiustizia e con un male un male, passando sopra alle intese e ai patti” che aveva con loro.
Così, avendo giustificato con il lume della ragione l’invito del suo demone a desistere da un’offerta tanto accattivante, Socrate va dignitosamente incontro ad una morte che, quanto più è avvertita come ingiusta, tanto più profondamente lascia un segno indelebile nella storia dell’umanità. Una storia che unanimemente riconosce in questo grande filosofo una potente e ancora viva testimonianza di libertà e di amore per la verità e per la legalità. È il 399 a.C. e la morte del maestro è, per Platone, l’eclatante campanello d’allarme di una profonda crisi della società ateniese che, prima ancora che politica, è morale e culturale.
La lettura del “Critone”, come d’altronde quella di ogni classico, dovrebbe essere ancora capace di scuotere le nostre coscienze e di trasmettere un insegnamento di altissimo valore, oggi più che mai necessario in un contesto nazionale e internazionale di crisi del diritto e di delegittimazione delle istituzioni che ne dovrebbero essere presidio e incarnazione.
L’ONU e l’Unione Europea stanno rivelando ormai da tempo la propria debolezza di fronte alle sistematiche, evidenti e per niente nuove violazioni del diritto internazionale, giustificate pubblicamente e senza alcun pudore dai rappresentanti delle istituzioni come mali necessari, perché eviterebbero mali peggiori. Quali sarebbero questi ultimi, poi, non è dato sapere. O per lo meno non è dato conoscere con certezza, dal momento che, improvvisamente e davanti al fatto compiuto, dopo 11 giorni di guerra, ai cittadini italiani si racconta che anche sul proprio paese e in Europa incombeva un’imminente minaccia nucleare. Molte sarebbero le ragioni per dubitarne, ma affrontarle in questa sede distoglierebbe l’attenzione da quella questione più essenziale che anche le leggi ateniesi avrebbero posto a Socrate: può la sola previsione di un male più grande rispetto ad un altro, che invece è certo, quantificabile e immediato, costituire una valida motivazione per violare quelle leggi nate dal comune accordo tra i popoli per vivere in pace? È evidente che la sicurezza e la convivenza pacifica non sono compatibili con lo stato di eccezione, in cui chiunque si sente legittimato a violare le regole che lui stesso ha delineato o di cui almeno non ha proposto modifiche nelle sedi opportune. “Pacta sunt servanda”. Perfino Hobbes, la cui filosofia politica nulla aveva in comune con democrazia e liberalismo, sosteneva l’assoluta categoricità di questo principio in funzione dell’unico scopo cogente e naturale che i contraenti si propongono mediante l’istituzione delle leggi: evitare la guerra di tutti contro tutti. Ora come allora.
Solo che a morire non è più Socrate, che anzi paradossalmente muore per aver rispettato la legge, se pure ingiusta. A morire non sono neanche soltanto i bambini, vittime innocenti di un perenne stato di eccezione. Anche loro conseguenze necessarie, ma minori e imprevedibili, di scelte presentate come drammatiche ma inevitabili? Viviamo infatti in un mondo che, ha affermato la Presidente del Consiglio italiano in Parlamento, riguardo agli impatti della guerra in Iran, “ci costringe a scegliere tra cattive opzioni”. A morire è anche l’Occidente – termine dai contorni fumosi e ironicamente profetici – nel momento in cui recide dalle sue radici l’antica cultura greca della politicità e della legalità, i cui rami si propagano dalla democrazia di Pericle alla “pace perpetua” di Kant, dallo stato di diritto di Locke alla “società aperta” di Popper.
Contemporaneamente nel nostro paese, che sempre a detta della Presidente del Consiglio, avrebbe “il cuore” in quello stesso (moribondo) Occidente, si assiste ad un analogo tramonto. Esso si sta consumando nel gravissimo scontro istituzionale tra il potere esecutivo e quello giudiziario. Uno scontro che, al di là dei toni indegni delle autorità, è già di per sé un preoccupante segnale di instabilità. Perché quando a delegittimare le istituzioni sono le istituzioni stesse, e spesso nel nome di una presunta volontà popolare, allora la società civile può sentirsi autorizzata a demolirle… prima venendo meno al rispetto delle leggi, poi, se le circostanze sono favorevoli, distruggendole. La storia del secolo scorso non è poi così lontana da poter essere dimenticata: il fascismo nacque dall’antiparlamentarismo; le stragi mafiose dall’isolamento istituzionale di uomini di stato che lavoravano per la giustizia; le stragi degli anni di piombo intesero destabilizzare per stabilizzare l’autoritarismo. Se è vero che la violenza imperversava dentro uno stato incapace di far rispettare le sue regole, allora in ognuno di questi tragici eventi la morale morì prima del diritto.
Analogamente oggi le sistematiche violazioni del diritto internazionale e i continui attacchi alla magistratura e alle sue sentenze decretano la morte della morale prima ancora che del diritto. Nel primo caso perché sono segnali di completa indifferenza verso la vita umana. Nel secondo caso, perché non riconoscono alla magistratura il suo ruolo di garante delle regole della convivenza civile. In entrambi i casi perché minacciano la pace e inducono la società civile a normalizzare lo stato d’eccezione e dunque la violenza che ne deriva. Eppure quasi nessuno solleva la questione morale.
Socrate avrebbe potuto legalmente commutare la propria condanna a morte in un’altra pena o avrebbe potuto fuggire. Non lo fece. Non perché la legge non glielo consentisse, ma perché sarebbe stato incoerente, irrispettoso verso quel diritto a cui doveva la sua stessa vita e lesivo della convivenza pacifica. In una parola sarebbe stato immorale. L’Italia avrebbe potuto rompere le relazioni commerciali con gli stati belligeranti, condannare senza se e senza ma le decisioni criminali unilaterali che stanno sconvolgendo l’ordine mondiale. E forse, con questa scelta coraggiosa, sarebbe andata incontro alla propria morte diplomatica ed economica, ma in compenso avrebbe indebolito la mannaia. Sarebbe stata così dalla parte di Socrate, dalla parte di quell’Occidente di cui la nostra Presidente si dice orgogliosa.
Di fronte a ciò che è già stato, quanti mali “necessari” dobbiamo ancora vedersi compiere prima di destarci dal sonno così funesto della morale?



























Non leggevo uno scritto così bello non so da quanto tempo. Un abbraccio da essere umano a essere umano.