
La silloge di Gabriele Perrucci, in arte Gispe
Ci sono poesie scritte per essere abitate: come stanze silenziose, dove ogni verso è una finestra aperta sul mondo. Le stelle di San Severino, la silloge poetica di Gabriele Perrucci – in arte Gispes – è una di queste. Non cerca di stupire. Non alza la voce. Si fa ascoltare, con tono sommesso.
Gispes ha lavorato per vent’anni come cassiere in banca. Un mestiere che, a prima vista, sembra lontano dalla poesia. Eppure, è proprio lì – dietro uno sportello, tra conti e saluti quotidiani – che ha imparato a osservare. A riconoscere la gentilezza. A dare valore ai gesti minimi. La sua poesia nasce da questo sguardo: attento, discreto, umano.
San Severino Lucano, dove da anni trascorre le vacanze, è il cuore geografico e simbolico della raccolta. Un luogo che non ha bisogno di essere grande per essere infinito:
“Briciole di case, poche per dirsi un paese, troppe per dirsi un villaggio”.
In questa immagine c’è già tutto: la misura delle cose semplici, la bellezza che non si impone, ma si lascia scoprire.
C’è anche il lavoro, nella poesia di Gispes. Ma non come cronaca: come memoria viva. Come quando, dopo un errore di cassa, racconta del suo essere stato “rimborsato” da un cliente, venuti a restituirgli i soldi erroneamente percepiti, con parole che valgono più di ogni cifra:
“Sono stato sempre trattato bene da lei, non potevo tenere in tasca soldi che non erano miei”.
È un gesto piccolo, ma pieno. Un riconoscimento che diventa poesia. Perché anche la gratitudine, quando è vera, ha bisogno di essere detta.
E poi c’è la notte. Non quella che spegne, ma quella che genera:
“È feconda la notte: gli spazi dilatati, i tempi distorti, i sospiri e le rime strozzate”.
Una notte che accoglie i pensieri, li lascia respirare, li trasforma in versi.
E c’è l’amore, o forse il sogno dell’amore:
“Amami di un amore. mai nato”.
Un amore straordinario nell’ordinario, ma che esiste e resiste. Perché ci sono sentimenti che non hanno bisogno di gesti sensazionali per essere veri.
Ma è nella speranza che la voce di Gispes si fa più luminosa:
“Spero in un cuore più nuovo, palpito uguale per tutti; speranza non è utopia; è utopia l’azzurro del cielo? Sperare così è già credere: e io credo in un mondo fratello”.
Qui la poesia diventa visione. Non fuga, ma scelta. Un atto di fiducia ostinata, in un tempo che spesso ci chiede il contrario.
E infine, il desiderio di incontro:
“Parlami, dalla montagna scenderò veloce finché i miei occhi saranno luce”.
Un verso che è quasi una preghiera. Un invito a non restare soli. A cercarsi. A parlarsi. Perché la parola, quando è autentica, può ancora illuminare.
Le stelle di San Severino non è una raccolta da leggere tutta d’un fiato. È un libro da tenere vicino. Da aprire nei giorni in cui si ha bisogno di ricordare che la poesia non è solo nei grandi eventi, ma anche – e soprattutto – nei dettagli. Nei paesi piccoli. Nei clienti gentili. Nei silenzi che sanno ascoltare.
E forse è proprio questo il dono più grande di Gispes: ricordarci che la poesia non serve a spiegare il mondo, ma a renderlo più abitabile. Più umano. Più nostro.























