
Senti —
non il rumore del ferro,
non il fruscio della carta bollata,
ma un abbandono assoluto,
quel vuoto dove si disfa la forma,
dove non sei più ciò che eri,
né uomo, né voce,
ma traccia leggera nel vento.
Un camion discende la china,
più cieco dei secoli,
e tu — mani nude contro l’ineluttabile —
diventi silenzio.
Negli occhi della morte si raccolgono immagini,
come acqua in un secchio rotto:
mani che tendono all’altra sponda,
polvere che si stringe alla luce,
un’unghia spezzata, un respiro
rimasto impigliato nei rami del giorno.
Una fiammella ti scivola dentro,
lieve, come il canto d’un passero
sull’impalcatura del cielo.
E là, nel fuoco abbandonato,
si alza la tua anima minuta,
cucita d’alba e fatica.
Chi ti ha visto davvero, Fatmir?
Chi ha contato i tuoi passi tra ponte e binario,
le ore mangiate dal tempo
che non scrive i nomi degli ultimi?
Creature avide di silenzio
ti guardano ora, ma non sentono —
non il gelo sotto la pelle,
non l’urlo che spingeva i tuoi polmoni
mentre il ferro chiudeva la sua bocca.
Eppure sei lì,
nel canto d’un chiodo piantato male,
nella linea sottile dell’orizzonte,
dove ogni lavoro è una preghiera
che nessuno ascolta.
Fatmir,
sei diventato assenza perfetta,
come neve sulla pietra,
come sogno lasciato sul ciglio
di una strada mai finita.



























